Oggi è venerdì. Visto che è da lunedì che aspetto questo momento, per festeggiare sono andata a fare colazione al San Gabriele. E visto che è venerdì, mi sono fermata in edicola a comprare il Venerdì. Mentre sorseggiavo il mio latte macchiato e cercavo di spiegare alla signora accanto a me che la Repubblica poteva leggerla, ma che me la sarei portata via una volta uscita, e che sì ne avevo il diritto, mi sono messa a pensare a una cosa che mi tormenta da un po’. Il Vintage e il “si stava meglio quando si stava peggio”. A leggere il giornale sembra che gli anni Settanta vadano terribilmente di moda, e in numero di pagine il pre-1980 supera di gran lunga il post-2009. Un tempo, c’erano un sacco di servizi sul mondo che verrà, sulle nuove tecnologie, sull’innovazione. Oggi, evidentemente, abbiamo troppa paura del futuro, e ci rintaniamo nel rassicurante passato, che tanto male non può essere se siamo sopravvissuti. Devo ammettere che io ho sempre subito il fascino del “vintage contadino emiliano”: altrimenti detto, il fascino delle cose che non si rompono, dei trattori che dopo decenni ancora vanno, basta aggiustarli, mentre la mia macchinina di un anno e mezzo sembra già da rottamare, dell’essenziale nella vita quotidiana, dei cibi sani, delle uova raccolte direttamente dal pollaio, della pasta fatta in casa. Certo, mi rendo conto che parlo così perché non mi sono mai dovuta alzare alle cinque per avere un uovo, e certo mia nonna direbbe che uei, non è che il supermercato sia poi una gran brutta cosa. Il fatto è che mi sembra che tutto quello che ci circonda oggi sia in qualche modo corrotto. Perfetto nella sua immagine, accattivante, splendente, ma con un tarlo che pian piano lo divora dall’interno. Stamattina, per farla breve, ho scoperto che forse non sono io che sono “diversa”. E’ il mondo che sta andando a rotoli e ha finalmente capito che abbiamo esagerato un po’ troppo. Basta vedere il mio bidone della plastica da riciclare: svuotato lunedì, è già pieno di imballaggi e bottigliette. Ma dico, perché? Perché non si possono mettere le pesche nella busta di carta marrone di una volta, che tra l’altro è perfetta, poi, per prendere appunti quando sei al telefono? A che mi serve quella antipaticissima scatola di plastica? E soprattutto, a che mi serve una antipaticissima scatola di plastica al giorno? Stamattina mi sento come se avessi bisogno di una doccia, che lavi via tutto il superfluo. Una doccia virtuale, che mi riporti all’essenza delle cose. E che mi faccia sentire più come una ciotola di ciliegie e meno come un pasticcino alla panna, di quelli dolcissimi che poi devi bere per due ore per ridare sensibilità alla lingua.





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uh! Quando si pensa troppo al passato, con nostalgia, significa che gli anni avanzano…
Concordo sulla moda “old fashion”; mi sono spesso chiesto anch’io del perchè ci sia questa particolare affezione al passato che ci limita nella sperimentazione. E mentre in giappone fanno i robot in grado di imparare a riconoscere persone e oggetti, qui in italia si ridisegna la 500, in modo tale che ci stia il lettore mp3 (e pare una negazione del presente e del futuro, più che una rivisitazione del passato).
Sembra un’inversione di rotta; si prendono quegli aspetti che trenta, quarant’anni fa erano dettati dalla mera necessità tecnica e se ne fa oggetto di design e di superflua (?) necessità morale.
Hai parlato di automobili e non credo che sia un caso, perchè è un mondo, quello dei motori, che non dura, nonostante dovrebbe essere ideato e prodotto per durare! Lo stesso accade in architettura, l’arte duratura per eccellenza, che vede fabbriche e capannoni cambiare forma ogni decennio, in una metamorfosi morbosa che ci porta ad interrogarsi sulle nostre necessità. E mentre il Partenone se ne sta ancora sulla sua acropoli, dopo la violenza del tempo e delle vicende umane, a simboleggiare una cultura che si è persa (ma che permane), la cultura del presente si vanifica e si deteriora in una nullificazione delle forme e (soprattutto) dei significati. E tra tutte le necessità che ci spingono a produrre, quelle che vincono sono sempre quelle incombenti del profitto (il famoso capitale) e del consumo.
Peccato che questa inversione polare, questo capovolgimento di significato tra “valore” e “guadagno” ci porti sempre più lontano dalla comprensione che quanto di più degno di attenzione e salvaguardia ci sia al mondo, è proprio ciò a cui noi meno poniamo rispetto e umiltà.
E’ proprio ciò che una volta c’era, in grande quantità e qualità, e che ora sempre più rapidamente si disperde nel nulla. Forse questa nostra affezione per il passato recente è proprio legata a questa nostra incapacità di accettare e al contempo alla insita volontà di negare che ciò che stiamo perdendo non è più recuperabile. La 500 di domani non sarà MAI come quella di ieri.
(scusa, troppo prolisso…)