Mattino presto. La sveglia che non ne vuole sapere di lasciarmi in pace. Dalle persiane entra una luce che sembra ancora di luna, e invece sono le nuvole. Nere nuvole a giustificare quelle goccioline che rigano i vetri. D’altra parte, è ancora inverno. Mi giro dall’altra parte, rannicchiandomi ancora di più sotto il piumone. Le piccole luci dell’abat-jour ancora accese, devo averle dimenticate ieri sera. Accanto a me, sul cuscino, c’è ancora il libro che avevo cominciato a leggere. Georges Perec. E nemmeno mi ricordo di aver avuto il tempo di leggerne una riga.
Un’altra mattina, lunedì per di più. 7:00. Sveglia. Solito rituale: mi giro, spengo quell’irritante squittio, tiro su il piumone sopra al collo, e non se ne parli più. Inutile che mi vengano a dire che devo alzarmi, e lavorare. Mi volto dall’altra parte, l’abat-jour accesa anche stanotte. Dovrò ricordarmi di spegnerla, una buona volta. Niente libro, e la mente ancora appannata a cercare di ricordare. Domenica sera… cena con amici, al solito. Tante parole, cibo, un po’ di televisione. Due di notte, troppo tardi per leggere. Ecco perché. Devo essermi addormentata così, in questa esatta posizione, sul fianco sinistro, con la testa leggermente sollevata in un morbido abbraccio. Devo aver dormito profondamente, un lungo sonno senza sogni, perché stamattina mi ritrovo nella stessa identica posizione. Tra me e il cuscino, un profumo conosciuto. Schacciato contro la mia guancia, un intero album di ricordi. Quella mattina d’agosto. E quella notte stellata in collina. La tensione del giorno prima in un piccolissimo albergo a Firenze. Ora, è qui, come un libro. Aperto su una pagina che ancora non conosco.