Alessandro Baricco
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Questa è probabilmente il libro più “difficile” che mi sia capitato di leggere quest’anno. Perché sono troppo coinvolta, perché aspettavo questo libro da settimane e non so se esserne delusa, perché non so essere obiettiva quando si parla di Baricco, né di religione, né di adolescenza. E così rischio di fare un gran macello, a parlarne. C’è da dire, tanto per rompere il ghiaccio, che questo è uno dei fratellini minori di Oceano Mare. Di quei fratellini che la mamma li rimprovera sempre di non essere bravi quanto il fratello maggiore. E’ inevitabile aprire una serie di paragoni, e per quanto ci siano passaggi da segnare tra le “frasi perfette”, non sono abbastanza per far dimenticare che, tutto sommato, è abbastanza pesante. Basti dire che pensavo di leggerlo in un’ora, e mi ci sono voluti tre giorni. Ma forse questo è dovuto anche all’atmosfera, e al racconto.
C’è da dire che io ho una serie abbastanza lunga di pregiudizi (come quasi tutti, ma non si sa mai). Uno di questi, abbastanza radicato, riguarda gli oratori. E questo libro sembra non fare altro che convincermi, pagina dopo pagina, che non mi ero sbagliata di tanto. Resta da capire se anche Baricco è vittima degli stessi pregiudizi, o se parla da cattolico da oratorio, anche lui. Visto che lui stesso ammette di essere cresciuto in “quell’ambiente” (quello di Emmaus, quello del cellophane sui divani), propenderei per la seconda ipotesi. Ad ogni modo, mi mette un sacco di angoscia addosso questa cosa del peccato, del vivere con l’ansia della punizione, con le tende alle finestre a coprirsi dal mondo esterno. Splendida la descrizione di una generazione, e di una classe sociale, a cui è preclusa per convizione la tragedia: “Così, senza saperlo, ereditiamo l’incapacità verso la tragedia, e la predestinazione alla forma minore del dramma” . Peccato che, forse perché le vedo da fuori, a me sembrano molto più tragiche le loro vite, che non quelle di chi, senza il peso della verità e della salvezza, del significato e del senso, ridimensiona tragedia e drammi allo stesso rango di cose che capitano. Più che un romanzo, a dire il vero, sembra un lucido e perfetto saggio su uno spaccato di mondo, che ad un tratto sembra scoprire che “ci sono un sacco di cose vere, intorno, e noi non le vediamo, ma loro ci sono, e hanno un senso, senza nessun bisogno di Dio”. Forse è questa, la tragedia cui cercava di fuggire.





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