Estate due-zero-zero-nove

16 08 2009

Quest’anno, come sempre, le vacanze estive sono state all’insegna del “decidiamo dove andare solo ed esclusivamente dopo aver messo in moto la macchina”. Tenda, un paio di valigie, pieno di benzina, un cuscino per dormire in macchina, un atlante d’Europa (perché bisogna pur sempre darsi dei limiti) e scorta di costumi da bagno (perché è pur sempre estate). Siamo tornati a casa dopo 5.802,7 km, dopo aver visitato il nord della Spagna e buona parte del Portogallo, le due capitali iberiche e un po’ di Pirenei.

Il primo ricordo che porto a casa da questo viaggio è il colore delle montagne nelle Asturie, sotto il cielo grigio di quasi-pioggia, e il colore della terra dei Pirenei, sotto il cielo di nera-pioggia.
Il secondo, il dolce tipico della festa di Oliana, che sa di buono.
Il terzo, la fine del mondo. E il Cammino di Santiago, anche se fatto in macchina non vale.

Osservazione a caldo, e a stomaco pieno. In genere ogni regione ha due cose tipiche: il cibo e le case. O almeno, questa cosa che il pane e le case cambiano da regione a regione mi ha sempre affascinato. Tralasciando il pane, che qui in Galizia non l’ho ancora assaggiato, rimangono le case. Un mistero. A parte belle case con balcone a vetrata, che però ho visto solo a Fisterre, per cui non si può generalizzare, e a parte i depositi di mais che però, benché tipici, non possono definirsi case, non mi rimane in mano niente. Semplicemente, qui ci sono case di tutti i tipi, alcune che ricordano i quartieri novecenteschi di Parigi, altre che ti catapultano dell’Alabama dell’Ottocento, altre ancora che sembra di stare alla periferia di Stoccolma. Non so. Semplicemente nessun criterio. Si passa dalla villetta extralusso modello Riviera Romagnola, con tanto di garage per il Cayenne, alla casa squadrata e un tempo forse grigia, oggi semi diroccata ma ancora abitata da contadini che devono essersi ispirati a Don Camillo e Peppone quando hanno deciso di mettere su casa.

Il quarto, Porto. Con i suoi colori che sanno di mare, i suoi vicoli che ti sembra di sentire un odore di casa, i suoi palazzi che ti lasciano a bocca aperta. Perché ha ancora l’aria di essere in qualche strano modo genuina. E soprattutto perché sembra Parigi sul mare…
Il quinto, la vista mozzafiato sull’oceano. Da Nazaré, ma anche al Guincho. Dune a perdita d’occhio (sabbia a perdita d’occhio…), venticello, oceano sterminato.
Il sesto, la pensioncina di Pedro, a Libsona. E Lisbona.

C’è una cosa per cui vado matta, e cioè la colazione al bar. Adoro sedermi al tavolino con un cappuccino e un dolce. A Lisbona ci sono a quanto pare due posti che non potevo fare a meno di mettere sulla lista delle cose da fare una volta arrivata. Il primo è il caffè “A Brasileira”, con la statua di Pessoa seduto a un tavolino. Il caffè in effetti è ottimo, peccato solo per i troppi turisti, così che non c’è posto per goderselo con calma. È un posto da inverno. Il secondo è a Belem, e ho detto tutto. La mattina della partenza, invece di fare colazione a Lisbona, treno per Belem e due pasteis. Ok, ammetto che non è esattamente il posto meno turistico della città, ma non potevo tornare a casa senza averli provati. Un po’ come andare a Barcellona e non vedere la Sagrada Famiglia. Che a ben pensarci io a Barcellona ci sono stata, e la Sagrada Famiglia non l’ho vistata, per cui è un esempio che non regge. Ma in quel caso non c’era in ballo una colazione, non c’è paragone. Comunque, ottimi. Te lo credo che vendono fin dal Giappone per assaggiarli.

Il settimo, il freddo dell’oceano, a Setùbal.
L’ottavo, il bar sulla frontiera con la Spagna, dove ci siamo fermati per una “cenetta” da camionista. Per fortuna che c’erano gli insetti con cui dividere i tre chili di “piatto unico”.
Il nono, Madrid, e dintorni. Toledo, le spade, il medioevo, i mulini di Consuegra, Alcalà che pensavo fosse un paesino e invece…
Il decimo, Pamplona, nonostante tutto. La città in cui tutto è “il preferito di Hemingway”: il bar all’angolo destro della piazza, quello al lato opposto, e perfino il kebab. A scanso di equivoci, è una gran bella cittadina, ma mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, sarà per quella storia dei tori. Non capisco che divertimento ci sia nel farsi incornare. E non capisco il gusto che sta sotto la vendita delle foto degli incornati, a due euro la copia.





Vacanze inaspettate

25 05 2009

Ovvero, cronaca di un paio di giorni da un’amica a Stoccolma.

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Stoccolma è Winterviken, uno dei posti più belli della città, almeno per chi cerca un po’ di pace in una domenica altrimenti inutile.
La seconda è la Fika, ovvero la pausa torta-thè del pomeriggio, altrimenti detta un’ottima ragione per trasferirsi in Svezia.
La terza è il mare, anche se non sembra mare.
La quarta, i balconi posticci, appiccicati sotto finestre trasformate in porte.
La quinta, la strana abitudine delle donne svedesi di non abbinare due colori e due tessuti uguali. Pantaloni blu, giacca verde, cintura rossa, borsa viola, scarpe gialle. Pippi Calzelunghe, d’altra parte, non era da meno…
La sesta, i bambini che non piangono mai.
La settima, il “caffè” vicino a St. Eriksplan, con i giornali appiccicati sui muri.
L’ottava, la musica ovunque e i concerti la sera.
La nona, il “vitello tornato”, beato lui.. Chissà che bei posti avrà visto…
La decima, gli Abba, ad ogni ora e in ogni sugo. Come se noi continuassimo a sentire i Ricchi e Poveri…





Weekend di Pasqua a Copenhagen

13 04 2009

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Copenhagen è il silenzio.
La seconda, le biciclette.
La terza, un quartiere che sembra proprio il posto ideale in cui vivere.
La quarta, le case e i negozi che spuntano dalla strada.
La quinta, la cena alle sei di pomeriggio.
La sesta, le finestre senza tende.
La settima, un fiume che in realtà sono laghi.
L’ottava, i negozietti vintage, che vanno molto di moda, perché le cose nuove sono per chi non può permettersi quelle vecchie.
La nona, l’assenza di vecchi: ma dove li mettono?
La decima, il quartiere dei bar, che si popola solo di sera, con l’Ice Bar e i localini che sembrano un covo di erasmus.





Impressioni da Bruxelles

15 12 2008

L’aeroporto di Bruxelles ha dei lunghi tapis roulant che ti portano fino all’imbarco dell’aereo. Ovviamente, il mio volo parte dal penultimo gate, quindi i tapis roulant me li faccio tutti, a velocità più o meno sostenuta. Mi immagino già la scena. Bambini urlanti che si rincorrono per vedere chi arriva prima. Famiglie con valigie pesantissime che solo per qualche strano errore sono state riconosciute come “bagaglio a mano”. Telefoni che squillano. Hostess che invitano alla calma una folla di persone inferocite per l’ennesimo ritardo.
E, invece, niente di tutto questo. L’aeroporto è immerso nel silenzio. I pochi viaggiatori sono uomini di mezza età con ventiquattrore e cellulare o giovani trentenni armati di portatile. Il lungo corridoio è stranamente silenzioso. Anche i negozi ormai sono chiusi, e non si sente più nemmeno il ticchettio dei lettori ottici delle casse. Tiro un sospiro di sollievo. Dopo un weekend a barcamenarmi tra turisti e frenetici acquisti natalizi ho proprio bisogno di un po’ di pace. Sembra che tutto qui sia ricoperto di moquette.
Ma l’incanto dura poco. Troppo poco. Dietro di me si piazza un omone di sessant’anni, accompagnato da un amico più giovane e più mingherlino. Confido in un tedesco di ritorno a casa con il volo Lufthansa che parte affianco al mio. E invece no. Italiano, dall’accento direi milanese, in viaggio di piacere con consorte e coppia di amici. Deleterio. Inizia con un’invettiva (che ovviamente interessa solo lui) sui bagni pubblici degli aeroporti e sulla deplorevole abitudine di sua moglie e della moglie dell’amico/interlocutore (che probabilmente dissente ma non ha il coraggio o il tempo di contraddirlo) di andare in bagno un’ora prima dell’imbarco. E continua con uno sproloquio assurdo sulle “fastidiose ignobili abitudini delle signore“. Il tutto condito da risate e ammiccamenti da “noi uomini sappiamo di cosa stiamo parlando”. Conclude (solo perché il tapis roulant finisce) annunciando all’amico che andrà a riprendere le due sconsiderate per riportarle al gate. Che lo aspetti cinque minuti, riuscirà sicuramente a tornare in un baleno. D’altra parte, autoritario e scocciatore com’è, fossi la moglie ci metterei meno di due secondi a tirarmi su le mutandine e seguirlo a testa bassa. Per il quieto vivere, ovviamente.
Lo seguo con lo sguardo per godermi la scena della donna trascinata fuori dalle toilette.
L’uomo, lasciatosi a debita distanza l’amico ancora stordito dalla filippica di cui sopra, si avvia a grandi passi verso i bagni.
Entra.
In quello degli uomini.
Anche lui cede alle ignobili abitudini, evidentemente.





Vacanze in ritardo

10 09 2008

Uscendo dal lavoro alla solita ora, incrociamo i primi sentori di fame in Costa Azzurra. Stranamente, per essere venerdì sera non sembra che ci sia molta gente in giro. La scelta cade su Juan-Les-Pins, decisamente affollato. Cena in una Creperie bretone che ha il solo neo di avere di fronte un coloratissimo e abbastanza fuori luogo “Caffè Milano”. L’importante comunque è che la galette integrale con prosciutto, uovo, formaggio e funghi era veramente ottima. E poi, è impagabile ordinare finalmente la fantomatica Crepe Suzette. Per il resto, il paesino è un prevedibile carosello di lustrini, musica e cocktail sulla spiaggia. Molto carini i bagni-ristorante sulla spiaggia, ma decisamente inavvicinabili. Peccato solo per i divani di vimini, sembravano veramente comodi.

Il viaggio in autostrada procede abbastanza bene, soprattutto perché non ci sono più io al volante. E a parte le strade molto meno illuminate, la scocciatura delle continue barriere per il pedaggio e qualche problema con il GPL self service, gli autogrill sono veramente da sosta, così puliti e ordinati e soprattutto privi di quel fastidiosissimo cestino per le mance in bagno, a ricordarti che la sporcizia è dovuta in buona parte alla tua spilorceria.

E poi, finalmente, il MARE. Quello con tutte e quattro le lettere maiuscole. Il mare a Matarò è veramente splendido. Il camping è una trentina di chilometri più a nord di Barcellona, ma con i mezzi pubblici non ci sono problemi (e, anzi, può anche capitarti di incontrare un matto innamorato di Marilina Monrù…). In più, abbiamo il vantaggio di avere una spiaggia molto più bella di quella di Barcellona città, e una fattoria. Insomma, dove altro lo trovi un campeggio con la fattoria??

Unico neo di questo mare da sogno, il barista del primo baracchino sulla spiaggia, che oltre ad averci fatto uno scontrino più alto del dovuto (ma in fondo siamo stranieri, non ce ne saremmo probabilmente accorti…) ha deciso che la mia richiesta di un tè alle tre di pomeriggio del trenta agosto non poteva che essere la richiesta per un tè CALDO. Mancavano solo i pasticcini. Ora, capisco che magari qui il “tè” è solo quello caldo, ma visto che siamo stranieri (e te ne sarai pure accorto, no?!) ti può anche venire un dubbio…

La cosa più strana di Barcellona è che sembra Parigi.
Vicino al mare, e con l’aria che sa di salsedine, ma pure sempre Parigi.
E non solo perché, come è ormai tradizione, mi sono fermata da Starbucks.
Barcellona è come sarebbe Parigi in vacanza. I lunghi viali dell’Eixample come Boul’Mich. Il porto nuovo come la Défense. Le Ramblas come Pigalle. Il parco dell’Arco di trionfo come le Tuileries. Il Barri Gotic come il Quartier Latin.
Se Matarò è la gemella spagnola di Lecce, Barcellona lo è di Parigi.

Il giro turistico di Barcellona non può che iniziare con Gaudì, nel quartiere dell’Eixample. I grandi palazzi visti da fuori, passeggiando in un viale che sembra gli Champs Elysées, con tanto di giapponesi che, imperterriti, fotografano il cantiere che preannuncia l’apertura di una boutique di Hermès. A costo di attirarmi le ire dei grandi esperti di storia dell’arte, devo dire che la Sagrada Familia mi ha lasciata abbastanza indifferente. Comunque, il signor Gaudì si è ampiamente rifatto con il parco di quel “patacca di Guell” (come è stato ribattezzato alla luce delle controverse vicende che lo hanno portato a cedere questo capolavoro alla città…).

E visto che la cosa che più mi piace di questi giorni in Spagna sono i colori, la seconda cosa più bella di Barcellona dopo Parc Guell è il mercato centrale, sulle Ramblas. Commovente la distesa coloratissima di frullati di frutta, allineati in un mare di ghiaccio.

Per il resto, le Ramblas sono più che altro una lunga passeggiata per turisti e, a parte il mosaico di Mirò che ho rischiato di caplestare quasi senza vederlo, la cosa più bella è che sai che in fondo c’è il mare…
Sfidando le malelingue che girano sul web (e che sparlano anche della Casa delle Aie, quindi sono attendibili solo fino ad un certo punto), ci siamo arrischiati a provare il più antico ristorante della città, il Can Culleretes. E abbiamo fatto bene, visto che ci siamo goduti una paella e una crema catalana commoventi, a un prezzo onesto e con un servizio impeccabile. E, soprattutto, impagabili le cameriere in camicia a fiori, come le nonne.
Solo una precisazione: sembra essere un mito da sfatare la famosa storia che gli spagnoli cenano tardi. Sarà che qui siamo in Catalunya, ma alle undici i ristoranti cominciano a sbaraccare, e la metro c’è solo fino a mezzanotte o giù di lì…

Dicevamo, il mare alla fine delle Ramblas.
Guardato a vista da Colombo e da un paio di omini bianchi con il naso all’insù, il quartiere dei locali notturti e della vita domenicale. Quando la città chiude, tutti si riversano su questi pochi metri quadrati di assi di legno sospese sull’acqua.

A sud, seguendo la costa, Monjuic.
E lo stadio.
E, quindi, l’inevitabile pellegrinaggio sulle orme di Pau Gasol.
A nord, qualcosa che se ti distrai un attimo potresti confonderti e pensare di essere a Napoli.
La Barcelloneta, ovvero il quartiere dei panni stesi alle finestre ad asciugare. Il quartiere delle lunghe spiagge. E anche il quartiere di un piadinaro capitato qui per caso, ma questa è un’altra storia.

Sulla strada verso casa, grazie anche alla fantastica opzione “evita le autostrade come la peste” del navigatore, abbiamo visto alcuni posti veramente belli, abbandonando per un po’ la nostra tenda e affidandoci alle cure degli hotel Formule1.

Posto veramente bello numero 1. Il museo di Dalì a Figueres.
Per chi avesse ancora qualche dubbio sulla sanità mentale di quest’uomo =)
Ti lascia a bocca aperta, dal primo all’ultimo centimetro.
Un solo commento, velato di tristezza: ma se devi vedere le opere di Dalì solo attraverso l’obiettivo della tua macchina digitale, caro turista deficiente, non te ne potevi stare a casa a sfogliare un libro, seduto sul tuo comodissimo divano?!

Posto veramente bello numero 2. La strada da Perpignan a Carcassonne.
Sole. Vigneti piccoli piccoli dall’uva dolcissima. Qualche ulivo, qua e là. Terra rossa e cielo azzurro. Vento. Le pale di una centrale eolica. E nemmeno un pastore, o un contadino. Niente, solo noi e la strada. A destra, terra rossa e piante verdissime. A sinistra, un pendio che si perde in un baratro, e mette un po’ di paura. Davanti, il cielo azzurrissimo. Dietro, le montagne.

Posto veramente bello numero 3. Carcassonne.
Ovvero, semplicemente il borgo medievale più bello che mi sia mai capitato di vedere. Un posto semplicemente magico, nel silenzio dell’assenza totale di automobili. La sera, solo qualche trattoria aperta per i pochi turisti che rimangono a dormire, ancora a settembre, da queste parti. Peccato solo che il piatto tipico sia un pochino troppo invernale per questa stagione, ma abbiamo comunque trovato un posto carino dove mangiare, l’Auberge des Ducs d’Oc.

Posto veramente bello numero 4. Un’isoletta nel Mediterraneo.
A volte, passando per caso per una stradina quasi sperduta, potresti imbatterti in una sottilissima striscia di terra che si butta nel mare, fino ad una piccola isoletta, lasciata lì a riposare in mezzo alle onde. Giens.
Oggi è nuvolo, e lo spettacolo, alla fine, è ancora più bello.
Nel cielo, gabbiani e colorate ali di uomini in corsa.

Posto veramente bello numero 5. Intorno, e dentro, Genova.
A volte uno se ne va in giro per il mondo e si dimentica di fare due passi sotto casa. Per esempio, io non ero mai stata a Boccadasse.