Pianeta Caffè

9 10 2009

PianetaCaffePianeta Caffè
Forlì, via Cerchia 13

Io adoro le librerie. Passeggiare tra gli scaffali senza avere nessuna idea in testa, e lasciare che l’occhio venga attirato da una copertina, o da un nome, o da un colore. Sono rari i casi in cui entro in libreria, con un foglietto in mano, un nome, un codice ISBN, e ne esco due minuti dopo con un libro sotto il braccio. E adoro il caffè. Fino a qualche tempo fa non pensavo di poter “scegliere un caffè”. L’idea era, più o meno: entri in un bar, chiedi un caffè, bevi, paghi, esci. Un po’ come comprare un libro su internet, a voler proprio vederci un nesso. Ecco. Ci sono posti a questo mondo in cui scegliere un caffè è come passeggiare tra gli scaffali di una libreria. Peccato che non siano tanti, peccato che siano spesso lontani, ma sapere che esistono mi rincuora.





Il topo di città

26 09 2009

Ieri sera passeggiavo per le vie semideserte di Forlì e mi sembrava di essere in una metropoli. E’ stato allora che ho capito.

Sono un animale cittadino. Mi piace uscire, camminare tra la gente, avere intorno facce da guardare, fermarmi in un bar e vedere il mondo che mi vive intorno. Mi piace uscire di casa la mattina, svegliarmi insieme a tutti gli altri, prendere il pullman, o la metropolitana, e la sera decidere se tornare a casa, nel mio silenzioso angolo di mondo, o uscire. Mi piace avere intorno delle cose da fare, perché mi tengono viva. Mi piace vedere i cartelloni pubblicitari delle mostre, anche le insegne dei cinema, nonostante non lo ami affatto. Mi piace fermarmi a comprare il giornale mentre vado in posta, o guardare i saldi mentre torno dal lavoro.

Mi piace che la città mi ricordi che sono viva.

Ora vivo in un paesello sperduto, di quelli che se devi andare in posta vai in posta, incontri se va bene l’addetta ai depositi Banco Posta che è uscita per un caffè, e poi non hai altro da fare che tornare a casa. Un posto in cui se vuoi fare qualcosa la sera devi ingegnarti a cercare su internet qualcosa di interessante, ad almeno un’ora di macchina. Facile capire come mi senta una pensionata.

Mi hanno detto che non funziona così. Che se ho voglia di uscire, e di fare qualcosa, sono liberissima di farlo anche nel paesino sperduto. Soprattutto quando il più delle volte si tratta di andare a trovare un’amica. Però ancora non mi convince. Va bene per tre mesi d’estate, per staccare il cervello e giocare al topo di campagna. Poi ho bisogno della città, ho bisogno di arrivare a casa la sera stanca, arrabbiata con i vicini, inquinata. Viva.





Il bar delle grandi speranze

25 09 2009

J.R. Moehringer

More about Il bar delle grandi speranzeEra da un po’ che ci facevo il filo, a questo libro. Perché avevo bisogno di un po’ di tradizione, di un libro che raccontasse una storia, senza troppe storie. E la quarta di copertina prometteva un “formidabile racconto di una storia vera”. Non so mai se fidarmi delle quarte di copertine, e non so se questa sia una storia vera, ma si da’ il caso che la sembri. Non so se in effetti J.R. sia cresciuto al Publicans, non so se lo zio Charlie esista, non so se effettivamente Sidney fosse così bella, ma in fondo cosa importa? J.R. è cresciuto al Publicans, lo zio Charlie è sempre dietro al bancone, e sì, in effetti Sidney non può essere altro che bellissima.

E poi, scusate, con un incipit così:

Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, naturalmente, e fame, e quand’eravamo stanchi morti. Ci andavamo se eravamo felici, per festeggiare, e quand’eravamo tristi, per tenere il broncio. Ci andavamo dopo i matrimoni e i funerali, a prendere qualcosa per calmarci i nervi, e appena prima, per farci coraggio. Ci andavamo quando non sapevamo di cos’avevamo bisogno, nella speranza che qualcuno ce lo dicesse. Ci andavamo in cerca d’amore, o di sesso, o di guai, o di qualcuno che era sparito, perché prima o poi capitava lì. Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati.





Un dato di fatto

23 09 2009

Almeno per quanto mi riguarda, la notizia del giorno è l’uscita in edicola de “Il fatto quotidiano”, nuovo quotidiano indipendente che si propone di dire agli italiani quello che nessun’altro ha il coraggio di dire. Tra l’altro, evidentemente,  gli italiani hanno voglia di ascoltare, perché è andato a ruba, tanto che la redazione ha deciso, per accontentare chi come me è rimasto a bocca asciutta, di pubblicarne su internet il primo numero. Non ho resistito alla curiosità, e l’ho scaricato. L’elenco dei giornalisti e collaboratori mi aveva già fatto drizzare le antenne, e in questo il primo esperimento di giornale indipendente rispecchia le mie timide aspettative. Altrimenti detto, sarà anche indipendente, ma non è imparziale. Né, evidentemente, vuole esserlo: dichiaratamente dipietrista e anti-berlusconiano, risulta quasi la versione stampata dei blog dei vari Travaglio e co. Che per carità, va benissimo, soprattutto se si vuole qualcosa di diverso dai dossier di Repubblica sull’emergenza bikini, per dirne una. Il problema, a prima vista, è che non ha la forma di un quotidiano, e non ha l’”essenzialità” di chi si propone di esporre i fatti nella loro essenza. Va bene, per quello c’è già l’ANSA, ma ci sono comunque troppi paroloni, per i miei gusti. Troppe vignette satiriche. L’avrei voluto un po’ più sobrio, ma c’è da dire che sono nel bel mezzo della settiamana massaia-dentro (altrimenti detto: avete presente quei giorni in cui tutto quello che è “di troppo” finisce nel bidone, compreso quel vestitino splendido, che te ne sei già pentita, e ti ritrovano domattina a implorare dietro al camion della nettezza urbana? O quei giorni in cui fate piazza pulita di tutto ciò che c’è in freezer, sbrinate e pulite? Ecco.). Bisognerà vederne gli sviluppi, senza i miei pregiudizi condizionati dalla mia insana fede per Internazionale, che continuo a considerare una più rilassante finestra sul mondo. E comunque, in bocca al lupo, perché le iniziative editoriali fanno sempre bene, e anche vedere “la sporca dozzina” al lavoro.





Tempo da perdere

20 09 2009

C’è stato un tempo in cui mi dicevo: “quando avrò del tempo da perdere, mi metterò a studiare“. Letteratura, Storia, magari anche Filosofia. C’è stato un tempo in cui mi rendevo conto di aver perso tutto o quasi quello che avevo imparato, e che sentivo la soffocante necessità di rimediare, in qualche modo. C’è stato un tempo in cui, più semplicemente, ero talmente abituata a studiare che non risucivo ad immaginare la mia vita senza un libro, una matita e un blocco per gli appunti.

Poi quel tempo è passato, ho cominciato a lavorare, mi sono adagiata in poltrona, e ho abbandonato i progetti, rimandandoli ad una fantomatica università della terza età.

UniversitàOggi, in barba a chi dice che il mondo finirà (o cambierà?) il 21.12.2112, il mondo lo cambio io: 20.09.2009, che poi è un po’ la stessa cosa, con la differenza che oggi è dispari e mi piace di più. Oggi, contro ogni previsione, taglio il nastro rosso e inauguro ufficialmente la prima “Università del Tempo da Perdere”. E anche se il nome non mi convince (a proposito, si accettano suggerimenti), ho già un motto, e un logo. E il piano di studi per questo primo anno: Storia della letteratura italiana, Storia medievale, e Storia dell’Unione Europea (da ripassare, a dire il vero, ma non fa mai male). Poi ci sarebbe anche l’immancabile lingua straniera (Portoghese), appena trovo un insegnante, e le attività “opzionali”: calligrafia con pennino, disegno a mano libera, e geografia applicata (appena racimolo un po’ di soldi per il viaggio).