
Ponte Vecchio
Ponte Vecchio. Inverno. Vento gelido che ti attraversa il cappotto, e lì, come sempre, un uomo, e una chitarra. Accanto, una tazza di caffè, con il fumo che balla tutto intorno, a lottare contro il freddo. E una ragazza, avvolta in un mantello rosso, seduta sul marciapiede con il mento appoggiato sulle ginocchia, a pensare a Parigi, agli artisti di un tempo che non ha mai conosciuto, e a quella chitarra lì accanto che sembra volerle dire qualcosa.
- Che mestiere ha detto che fa?…
- Regalo canzoni ai passanti.
- Ah, bello. …ma perché?
- E’ un bel posto, questo mio sgabello, per osservare la gente che passa. Guardo, e intanto suono. Se ti siedi qui, guardi e aspetti, ad un certo punto ti vien voglia di regalare note ai passanti. Note, o intere canzoni. Ad una distinta signora che torna a casa dopo un pomeriggio passato a chiacchierare con le amiche davanti ad una tazza di thé… una romantica canzone, ripescata in qualche polveroso baule lassù… Poi, ecco che arriva un giovane, è di sicuro un pittore, avvolto in una lunga sciarpa, che pedala veloce verso una donna che è lì che lo aspetta col naso attaccato ai vetri appannati, o forse verso una tela addormentata, con quel corpo di donna da costruire… E’ strano come restando qui a rompere il silenzio della neve ed il sussurrìo del fiume qui sotto ci si possa innamorare così tante volte in un attimo, non importa se di un paio di stivali che ballano sul selciato o di una sciarpa ciclista, e come ogni volta ci si possa trasformare in un menestrello per loro…
…
Certo che avevano ragione, con quella storia dei ricordi, che ti si accoccolano dentro e non ti lasciano più. A volte mi sembra di andare avanti a vivere come se non fossi più io, come se in realtà fossi rimasta in un attimo, sospesa a guardare un istante, un volto, una mano, una chitarra, mentre il mondo intorno a me va avanti, e la neve se ne va, e la gente mette via i cappotti e si avvolge di leggero lino colorato…
Sarà che io sono ancora avvolta di rosso, ma c’è una nota, sempre quella, non ricordo nemmeno come si chiama, una nota sola, che mi rimbalza tra i ricordi, e sembra che sia sempre stata lì, quando ero bambina e correvo nei campi a piedi nudi, o quando ero triste e contavo le nuvole stesa sopra una coperta, era sempre lì, a fare da colonna sonora alla mia vita. Strano che l’abbia riconosciuta solo dopo, anni dopo, in una sera d’inverno a Ponte Vecchio…
Commento: un nuovo blog, una nuova voce su internet che parla di poesia e racconti di ordinaria magia… cercherò, per quanto mi sarà possibile, di spingerti a proseguire in quest’avventura che è soprattutto introspettiva. Io ho smesso anche per assenza di commenti, lo ammetto. Iniziamo con questo. (Jacab)
Commento: Questo era il primo di una serie di racconti. In effetti, è uno strano blog. Non è quel genere di smemorande riadattate al terzo millennio. Già viste, già fatte, e poi era meglio la versione cartacea che a maggio cominciava a scoppiare di foto, biglietti del cinema, disegni e stupidaggini adolescenziali. Non avrebbe senso ripetere tutto qui, non per me almeno. E poi, la vecchia smemo è stata già da tempo licenziata per un quadernino rococò, cartone rosa di copertina e un elastico a proteggerlo dagli occhi indiscreti. Pensieri appuntati al volo, sempre con la stessa penna nera, dopo una grande gioia o prima di un grande evento. Questo blog vuole essere una via di mezzo tra un racconto e quel quaderno. Semplicemente, una serie di pensieri sbucati fuori da chissà dove, a partire da un colore, da un odore, da un evento. Non la cronaca della mia vita, ma quello che vorrei ricordare di qualche giornata, speciale, banale, unica o normale. Intanto, caro fratello, grazie. Grazie degli auguri, grazie della paziente lettura. Spero di continuare così, anche senza commenti, perchè in fondo anche solo dare un’occhiata a queste pagine, in un certo senso, basta. (Giorgia)
Qualcosa a che fare con le panchine ed il solletico
(cercare da qualche parte un nesso)
A volte, sembra che il mondo se ne stia lì a guardare, come quei vecchi alle panchine dei giardini pubblici, quelli che non capisci mai come fanno a non fare mai niente, stanno solo lì, come faranno a non annoiarsi, e a non morirne, di questa solitudine spesa a guardare cani e bambini che corrono e ridono. Forse è proprio lì il trucco. Correre. E guardare la gente che corre. Trovare qualcuno che corre e guardarlo. Il mondo che guarda gli uomini che corrono. E ride. Guarda migliaia, milioni di esseri che corrono verso il niente, verso un lavoro, una donna, o un uomo, una canzone, una fotografia, un libro. E ride. Vai poi a capire se ride per l’assurdo motore di questa giostra. O se ride per il solletico.
Illusioni
Parigi. Metropolitana. Ora di punta. Ancora due fermate e si scende. Ancora due fermate e si sale. Fino alla luce del sole, prima che scompaia dietro i tetti delle case. Prima che regali a questa fetta di mondo un’altra scena da film. Comignoli, che nemmeno gli aristogatti. Tetti di ardesia. Finestre dalle quali ti aspetti sempre di vedere un poeta, un pittore che si affaccia incuriosito da un piccione affamato. E invece niente. Una madre, due bambini che urlano, un vecchio sperduto. Un paio di vasi di fiori, tanto per creare atmosfera… E il sole che si abbassa lentamente, in un cielo del color del tramonto. Quello vero, si intende. Ancora due fermate e ci toccherà renderci conto che in realtà non siamo in un film. Parigi è così… ti illude di essere come un quadro, o un vecchio film… E invece, inesorabilmente, ti rendi conto di quanto sia reale, squallida, a volte perfino puzzolente… Ti rendi conto, per forza, di quel fiume di gente che ti strattona sulle scale, di quell’immenso mondo indifferente che ti scivola addosso, ti urta, ti ignora… Se solo quei due occhi potessero salvarmi. Se solo potessero capire quanto mi sento sperduta, in questo mare, di quanto avrei bisogno di una mano, di un sorriso, di un cattivissimo caffè bevuto in un buio bistrot del Marais. Due dita che ti sfiorano. Uno sguardo incuriosito. Chissà se potrà capitare di rivederci, domani sera magari… All’ora di punta. Due fermate prima del tramonto.
Commento: questo è il viaggio. osservare il paesaggio, farsi incantare dalle meraviglie che ci circondano, i gatti o gli alberi, ma anche tristi scene di botteghe di malaffare. è essere di fronte al mondo, per quello che è nella sua meraviglia e stupefacente bellezza. Certo, viaggiare in due… è tutt’altra cosa. tutto è pervaso da un mistico senso di completezza, il paesaggio: non più il mondo, ma gli occhi di chi osserva. (Anonimo)
Commento: A rileggerlo dopo tanto tempo, questo racconto sembra quasi che non l’abbia scritto io. E’ proprio vero che il tempo cancella i ricordi brutti. Se ripenso ora a Parigi sembra che sia stata una passeggiata di primavera. Ricordo solo il caffè di Columbus, l’odore della Metro, le passeggiate in solitaria al quartiere latino, e soprattutto l’aria della Senna vista da Pont des Arts, e non riesco a pensare ad altro che alla voglia di tornarci, prima o poi. Sembra che la disperazione che mi ha riportato a casa non sia mai esistita. Ma fa bene ogni tanto ripensare che non è tutto rose e fiori, e fa ancora meglio rendersi conto di quanto si respiri meglio, qui. (Giorgia)
Abbey, un giorno dopo, in sogno
Passeggiava sola, era notte. Forse se ne sarebbe accorta, se avesse degnato di uno sguardo il mondo esterno, e non si fosse dedicata così assiduamente a dipanare i suoi pensieri, slegandoli e attorcigliandoli tra loro, cercando di trovare un senso negli eventi di quelle ultime ore. Forse, se avesse solo sbirciato qua e là, ogni tanto, agli incroci, si sarebbe accorta di aver superato da un pezzo la sua meta ultima, o quello che avrebbe potuto essere la sua meta ultima. Si sarebbe anche accorta di quell’ombra che la seguiva, ormai da ore, instancabile e silenziosa. E forse avrebbe potuto capire a fondo quello che sarebbe successo, di lì a pochi minuti, quello che tante volte aveva aspettato, temuto, e che proprio mentre abbassava la guardia scaricava su di lei tutti i suoi effetti. Non ascoltava, o forse rifiutava di capire a fondo, quello che tante volte si era detta, senza sosta, ogni momento di quegli ultimi mesi di solitudine e pellegrinaggio muto per le vie della città. Come d’incanto, tutti gli avvertimenti che la sua mente aveva mandato a memoria sembravano scritti sulla sabbia, all’avvicinarsi dell’alta marea. Sembravano ora svuotati di significato, niente aveva più senso, niente sembrava voler dire ancora qualcosa, quella notte. Anzi, sembravano ora lasciare inesorabilmente il passo ad una richiesta di riscatto, una disperata richiesta di aiuto, per favore, lavatemi via di dosso tutto questo schifo, non chiedo altro che di dimenticare. A volte, basta anche solo un attimo e ci si ritrova in un posto che non ci si aspettava di vedere, a cercare nei ricordi il momento esatto in cui si è presa una nuova strada…
…
Era notte. Poche macchine in giro, era agosto e la città è sempre deserta e silenziosa. Forse un’altra beffa del destino, direbbero, se solo fosse partita in vacanza, ora sarebbe, nella peggiore delle ipotesi, in una vecchia osteria, a guardare un paio di vecchi giocare a carte e bere lambrusco.
E invece, silenzio.
Asfalto.
La luna lassù, un paio di stelle ad augurare un buon risveglio attraverso le persiane socchiuse. I primi lavoratori del giorno. Qualche ora ancora e si sarebbe dovuta mettere al lavoro, un’altra settimana seduta ad una scrivania, davanti ad una tastiera e con mille idee, confuse, incerte, nella testa. Sarebbe dovuta cominciare un’altra, noiosa, tutto sommato inutile settimana di lavoro. Se avesse seguito la strada della sua ragione, i precisi, chiari, accurati avvertimenti che da mesi si ripeteva, automaticamente, ogni volta che la sua strada si incrociava con quella di qualcun altro. Invece, la città aveva progetti diversi, strade sconosciute nelle quali avventurarsi, sbirciando dietro gli angoli dei portoni, salutando i cani randagi, passando oltre le cartacce gettate a terra, lo sguardo fisso sui pensieri, solo quelli, le sensazioni, e non sapere dove le strade vanno a finire. Perdere di vista la meta, non pensarci nemmeno più. Non avere il tempo, né il bisogno, di pensarci. Vagare, a pochi centimetri da terra, per la città silenziosa.
…
Accanto, un uomo dorme. Strana sensazione, strani eventi, strana alchimia… Strano sentirsi così libera di poter stare semplicemente qui, così. Strano pensare di poter non pensare al futuro, strano credere che si possa pensare di poter vivere qualcosa, e qualcuno, fino all’ultima cellula, senza volerne o doverne prevedere la fine, o l’inizio. Semplicemente vivere e sentire in ogni angolo del corpo e della mente di stare bene, qui, con lui. Anche se, in fondo, laggiù, rimane la paura che possa finire con la stessa rapidità con cui è cominciato, un paio di giorni e tutto è solo passato, un ricordo appuntato distrattamente su un quaderno, un’immagine sbiadita in testa, un odore a fior di labbra che pian piano scompare…
Ssshh…
Notte. Di corsa, in macchina. Il finestrino abbassato, quel poco che basta per sentire le cicale. Uno scialle, indosso solo la sottoveste. L’aria che ti si attorciglia intorno alle gambe, e poi su fino alla vita, a solleticarti i fianchi… L’aria della notte, nera, fresca carezza. Un campo. Uno qualunque, in fondo. Seduti su una panca, a parlare con la notte, ad ascoltarla, le stelle e le luci della città, laggiù. Solo il fresco della notte, il respiro delle piante addormentate, sotto i piedi nudi la rugiada, e il solletico dei trifogli. In lontananza, abbastanza da non rompere quella magia, una macchina rientra verso casa. Sembra casa, estate, ponticello e passeggiate solitarie, una campagna diversa, ma sempre uguale. Pace. Come un bambino che dorme, pugni chiusi.
Commento: Qualche sera fa sono tornata in quell’angolino di campagna. Sempre per iniziativa del più matto e imprevedibile uomo che mi sia mai capitato di amare. Sempre per iniziativa dell’unico, in fondo (salvo Kinder, ma ne abbiamo già parlato), uomo che mi sia mai capitato di amare. Comunque, la sua testolina ha pensato bene di assecondare i miei desideri inespressi e di portarmi ancora lì, a guardare la campagna. Stavolta fa freddo, siamo rinchiusi in macchina, e la campagna è appannata per colpa del vapore delle pizze da asporto. Ma insomma, è sempre quell’angolino di mondo, e va
bene così. (Giorgia)
Storia di un viaggio
Prima stazione. Brisighella. Un vecchio albergo dalle rosse tende scolorite, un bambino che saluta sorridendo il treno, con la manina a sbucare dal cappotto, in lontananza un castello…
Seconda stazione. Nemmeno un cartello. Persa sulle colline. Un gallo passeggia lungo la ferrovia, ai piedi di una collina avvolta nella nebbia, tanto che riesci appena a vedere la fattoria addormentata lassù, tra i filari di vite, e il sentiero che ti mostra orgoglioso le orme fresche di una vecchina, avvolta in uno scialle, con la sporta della spesa…
“San Cassiano! Stazione di San Cassiano!!” Chissà per chi, o cosa, urla… Nel grigio di questa fredda giornata d’autunno, un albero. Solo, tra il nulla di una campagna che sembra abbandonata. E la luce di quei frutti color del sole, ad illuminare quel che resta di una casa, di una vita, di un sogno d’amore sognato chissà quando, in una notte d’estate, all’ombra di quei rami…
Il paese laggiù in fondo alla valle, ed il treno a tagliare il suo orizzonte. Una strada che diventa ponte, e poi piazza. Poche case di molti colori. Un vaso di fiori rossi che indomito resiste al freddo. In bilico sulla sponda del ponte, a guardare il torrente…
Marradi. Stavolta è il paese a starsene lassù, seduto in comoda poltrona. Come quell’uomo affacciato al balcone. Guccini. Pipa e basco, sciarpa e maglione girocollo grigio. Le mani in tasca e lo sguardo a cercare qualcosa tra le rotaie…
Biforco. Letteralmente. Due strade, ad incontrarsi in mezzo ad un campo. Forse, doveva solo sgranchirsi le gambe.
…
Aprire gli occhi, e per prima cosa vedere la città addormentata lì in fondo, con la foschia che ne nasconde il colore… Aprire gli occhi, e non poter indovinare chi sei, perché sei lì, che giorno è. Potrebbe essere qualunque giorno, qualunque anno, e non importa. Vedi Firenze, e sorridi.
…
Ritornare a Firenze. Questa volta da sola. Appoggiata ad un muretto, a guardare l’immagine che per tutta la vita accompagnerà quell’attimo in cui il mondo si è fermato, in cui il respiro è rimasto sospeso a mezz’aria, prima di volare, lungo le onde, a colorare di noi tutta la città. Scendendo lungo il fiume, lo sguardo basso, le orecchie a cercare un po’ di silenzio, sono tornata a Ponte Vecchio. Da sola, ad incontrarlo nell’istante di un pensiero. Con uno strano sapore di malinconia e gioia nel cuore.
…
Sarà il fiume… Sarà che a mettersi qui sul lungarno, quest’angolo di città sembra un quadro incorniciato di nuvole e onde… Sarà che a camminare per queste stradine, a cercare il ricordo del silenzio di una cappella e dell’odore di cera, si riesce a cancellare il tempo… Sarà che tutto, qualunque pensiero, qualunque suono diventa idea di se stesso. Così, i miei ricordi diventano romanzo, canzone, quadro, vecchia fotografia in bianco e nero. Mantengono giusto un paio di contingenti attributi, il fresco sulle guance in una notte a Ponte Vecchio, il caldo del sole a piazzale Michelangiolo, l’odore di cera, ma potrebbero essere ricordi di una qualunque coppia in un qualunque momento della storia. Potremmo essere noi, secoli fa. Potremmo essere noi, fra secoli.
…
Arrivare qui, per caso, e soprire l’eternità di noi. Sentire un sapore di felicità nel petto. Correre a casa, su questo treno. Scrivere, come un fiume. Pensare, come se io fossi una città che, silenziosa, osserva gli occhi degli innamorati che l’attraversano, cattura i loro sguardi, e li conserva nei suoi palazzi, nelle sue vie, nelle insegne dei suoi negozi…
Un’ombra, a farmi compagnia
Mi ricordo di quando, da piccola, guardavo Peter Pan e la sua ombra rincorrersi sui muri di una camera da letto. E ricordo il chiaro, presuntuoso convincermi dell’assurdità della scena. Dell’impossibilità, per un’ombra, di abbandonare il corpo che l’ha generata. Nessuno aveva mai provato a farmi capire. Forse erano tutti assolutamente d’accordo con me. E pensare che una foto scattata per caso su un treno avrebbe dovuto aprirmi gli occhi. Qualcuno c’era arrivato, e io ancora mi ostinavo a non voler credere. Ce n’è voluto di tempo per smettere di guardare al mondo con gli occhi di un cinico assassino di storie e cominciare a guardare le ombre vivere sui muri, staccate dal corpo.
Una fredda sera d’inverno, faccio conoscenza con un’ombra che abita la parete della mia stanza d’albergo. Non posso distinguerne i colori, né l’espressione. Non posso indovinare altro che una linea scura tracciata sul muro intonacato di fresco. Non so se sorride, se ha gli occhi aperti o chiusi, se piange. Non so se mi sta guardando, se osserva i miei movimenti o li immagina soltanto. E’ solo un’ombra. Un piatto, grigio disegno, direbbe qualcuno. Un piatto, grigio disegno, avrei detto anni fa. Freddo di mattoni e tinta rosa per pareti ormai sporca dal passare degli anni. E invece, quell’ombra prende vita. Sembra impossibile, ma posso vedere la piega del collo, il punto esatto in cui la spalla diventa braccio, posso distinguere ogni ciocca di capelli, e alla debole luce dell’abat-jour indovinarne il colore. Posso sentire l’odore della sua pelle, immagino il suo fiato disegnare nuvole sul freddo vetro della finestra. Posso vederne i movimenti, anche i più impercettibili, e sentire un brivido correre lungo la mia schiena ad ogni suo avvicinarsi a me…
Commento: avevo perso il senso di ciò che facevo, perso il gusto per il mio viver-ci… come un giovane Dorian, nel mio cinismo ho continuato ad uccidere anch’io le mie ombre, ho perpetuato nella mia testardaggine a pensare che viver davvero è viver per terra, senza staccare i piedi da terra e a non vedere, con noi, prendere il volo anche la nostra grigia sosia. Perpetuo ancora, oggi, nel mio desiderio di non esser coinvolto dagli eventi che mi circondano a tenere gli occhi ben chiusi, pronti ad accogliere solo immagini certe e chiaramente delineate. l’oscurità dell’ombra solo di recente mi si mostra nella sua verità ed evidenza, eppure perpetuo a voler far Platone ed onorare Apollo. avevo dimenticato il piacere di perdere i sensi, guardare una donna, una ragazza, e vedervi quel che solo il folle riesce a decifrare. ora, vagamente, leggendo il tuo testo rammento quali sensazioni generi l’insensatezza e desidero, ora, tornare in me, tornare ad essere me. a volte capita di dimenticare, di credere di esser nel giusto, a volte capita di illudersi e di voler a tutti i costi vivere un mondo che è ombra alla luce, innamorarsi di questa finzione… e vedere la propria anima trasformarsi, orrenda, su un dipinto in soffitta. Ora, desidero. Chissà… per adesso… grazie (Jacopo)
Commento: Semplicemente, prego. Con l’augurio che tu possa vedere le ombre, e parlare con loro, e, chissà, magari diventare ombra per qualcuno… (Giorgia)
Per come la vedo io…
Come il vento che si intrufola nei vicoli, a poterlo vedere mentre prende tra le dita un foglio di carta stropicciato e lo fa roteare tra i muri delle case. E’ inverno, notte. Il vento congela la pelle, e la carne. Ma il foglio nemmeno se ne accorge, continua a ballare, lo vedi come danzare, volare, roteare… Sembra che stia per venirti addosso, il vento che lo scaglia con violenza contro di te. Chiudi gli occhi. Ma dal niente una folata ancora più forte lo prende da sotto il tuo naso, fai appena in tempo a sentirne l’odore che già è dall’altro lato del vicolo, appoggiato in un bidone…
…
Un gatto. Immagina un gatto. Con quegli occhi che solo i gatti sanno tirare fuori. Altro che artigli. Sono gli occhi il vero problema dei gatti. Comunque. Un gatto, arrampicato su un cornicione, a
godersi la scena, a guardare il vento, lui che con quegli occhi può vederlo. Sembra aspettare il momento giusto, arrampicato lassù con tutti i muscoli tesi. Non sente il freddo, concentrato com’è.
…
Un solo, preciso salto, e lo vedi piombare sul foglio un attimo prima che tocchi, inesorabilmente, il bidone. Ormai ridotto, e riducibile, a piccola pallina di carta. Non sembra vero, poterne vedere una forma amica. Come i gomitoli della nonna… con questo sì che si può giocare. Imitare il vento. Un salto, una capriola, e si ritrova dall’altro lato del vicolo. Superata una folata di vento, che voleva solo riprendersi quel tesoro bianco. E che ora rimbalza da una zampa all’altra, veloce come uno sguardo. Poi, un colpo più forte. Il vento che si ferma a guardare anche lui. Una palla che vola, verso un bidone, sempre quello. Una sirena della polizia, lontana, come in ogni film. Neanche a farlo apposta. Canestro.
(…stupidamente, immaginare una realtà che non esiste,
ma questo era, ieri sera, il guizzo di un gatto
a rincorrere una curva perfetta…)
Commento: Domenica scorsa, mattino ore 11 circa, solito appuntamento con il mio gradino ricoperto di legno. Un libro per passare il tempo nei momenti morti, il cellulare spento per non farmi disturbare, e laggiù lo scorcio di vicolo che ho ormai imparato a conoscere così bene. Appoggiata al freddo muro, osservo in silenzio. Ci sono solo io, a godermi la scena. E proprio a me sembra pensare, quando il tempo rallenta per farmi vedere il pallone che, dopo un’esatta parabola, ripete quello strano gioco per cui senza rumore rompe l’incantesimo dell’immobilità di quella rete, senza toccarla, solo con un respiro. PLUF. (Giorgia)
Fuori, piove
Mattino presto. La sveglia che non ne vuole sapere di lasciarmi in pace. Dalle persiane entra una luce che sembra ancora di luna, e invece sono le nuvole. Nere nuvole a giustificare quelle goccioline che rigano i vetri. D’altra parte, è ancora inverno. Mi giro dall’altra parte, rannicchiandomi ancora di più sotto il piumone. Le piccole luci dell’abat-jour ancora accese, devo averle dimenticate ieri sera. Accanto a me, sul cuscino, c’è ancora il libro che avevo cominciato a leggere. Georges Perec. E nemmeno mi ricordo di aver avuto il tempo di leggerne una riga.
…
Un’altra mattina, lunedì per di più. 7:00. Sveglia. Solito rituale: mi giro, spengo quell’irritante squittio, tiro su il piumone sopra al collo, e non se ne parli più. Inutile che mi vengano a dire che devo alzarmi, e lavorare. Mi volto dall’altra parte, l’abat-jour accesa anche stanotte. Dovrò ricordarmi di spegnerla, una buona volta. Niente libro, e la mente ancora appannata a cercare di ricordare. Domenica sera… cena con amici, al solito. Tante parole, cibo, un po’ di televisione. Due di notte, troppo tardi per leggere. Ecco perché. Devo essermi addormentata così, in questa esatta posizione, sul fianco sinistro, con la testa leggermente sollevata in un morbido abbraccio. Devo aver dormito profondamente, un lungo sonno senza sogni, perché stamattina mi ritrovo nella stessa identica posizione. Tra me e il cuscino, un profumo conosciuto. Schacciato contro la mia guancia, un intero album di ricordi. Quella mattina d’agosto. E quella notte stellata in collina. La tensione del giorno prima in un piccolissimo albergo a Firenze. Ora, è qui, come un libro. Aperto su una pagina che ancora non conosco.
Neve, improvvisa
Nevica, ancora. Mezzo metro di bianchi fiocchi, ancora non violentati dalle auto, beffardamente bloccate nel loro letto di bianco abbraccio. Qualche vecchietto si ostina a lottare contro il freddo, con una pala nelle mani rosse. I bambini, come sempre, a rincorrersi nel giardino dietro casa, improvvisati soldati di ventura a combattere contro muti fantasmi. Una finestra. Una macchina. Un motorino. Quella buffa bicicletta tutta ricoperta da uno spesso strato di neve. Colpita. La neve crolla al suolo, ricoprendo un povero cagnolino. Il padrone, colpevole, che lo riporta in casa, a dormire sotto al termosifone della cucina. Sembra di sentire le grida della mamma, arrabbiata con l’incoscienza del figlio, scocciata per il suo forzato esilio in casa. Televisione e parole crociate. E il desiderio di poter essere incosciente, anche lei, come il figlio. O, al massimo, matta come quel piccolo batuffolo di cotone bianco, nonostante il freddo. Almeno, ora si gode il caldo delle mattonelle di marmo, attraversate da invisibili tubi amici. Come quando, da piccola, si stendeva sotto l’albero di Natale, lasciando il freddo fuori, guardando le luci e i colori di quella fantasia da cartone animato, con i piedi ben incollati al termosifone.
Una giornata quasi perfetta
A volte capitano, giorni così. Sembrano partire nel migliore dei modi, fuori c’è un cielo che sembra maggio e puoi permetterti il primo sfoggio annuale di occhiali da sole. Devi andare a lavorare, ma ti accorgi che, in fondo, ti fa perfino piacere. Non vedi l’ora di camminare a passo svelto verso l’ufficio, un caffè al volo e un “buona giornata” al solito barista. Prepari la borsa, computer e matita per gli appunti al volo, presi sul retro del biglietto dell’autobus, col telefono che rischia di scivolare tra i piedi delle vecchiette di ritorno dal mercato. Un rapido sguardo allo specchio, per controllare il trucco e accorgerti che non c’è. Pazienza, devi aver sognato di essere andata in bagno a truccarti. Oggi il tuo pc dovrà accontentarsi di vederti così. Comunque. Borsa, trucco, giacca, occhiali da sole e chiavi di casa. A parte l’autobus in ritardo, che ti costringe ad una lunga passeggiata, questo soleggiato giorno di febbraio comincia nel migliore dei modi. L’ufficio è deserto, riesci a lavorare con calma, un paio di telefonate e due crocette sulla lista delle cose urgenti da fare. Un caffè a metà mattina, ed è già quasi ora di pranzo. Il pomeriggio vola, e già ti ritrovi a rientrare a casa, al buio. Borsa, trucco, giacca. Occhiali da sole inutili, peccato, sarà per domattina. Solo che, arrivata a casa, ti viene in mente, chissà perché, di pensare alla cena. Potevi semplicemente metterti a leggere un bel libro, con un cd di de André nello stereo, e invece già pregusti la tua cena preferita. PF doppia M, come da comanda. Una mezza pizza avanzata da ieri sera, prosciutto e funghi con doppia mozzarella. Passi di fianco al forno, e chissà perché ti viene voglia di aprirlo. Vuoto.
Ecco, come rovinare una giornata quasi perfetta.
Commento: Pensare che in fondo poteva anche essere positivo, non dover pensare ad ogni boccone ai chili di troppo, e al fatto che è solo gola, perchè non ho assolutamente fame, ma avete presente la rabbia nel veder sfumare in un secondo il programma di tutto un giorno? L’idea fissa che vi ha accompagnati per tutta la giornata e che, forse, l’ha resa ancora migliore? Che in fondo il passante affamato che ha preso in prestito la mia pizza avanzata non poteva saperlo, ma DIAMINE, ERA LA MIA CENETTA!!! Dovevo mettermi a guardare CSI-Parma in santa pace, pantofole e pizza, aspettando M. di ritorno dalla palestra. E invece no. Anche se nella sostanza non cambierà niente, rimane la rabbia di rendermi conto che mi fa rabbia, questa stupidaggine. (Giorgia)
Commento: Mi manca essere lì, in questo tuo mondo che racconti e che conosco bene, perchè sono felice di conoscerlo, perchè in questo mondo mi sento a casa, sono a casa… Però, nonostante la malinconia, nonostante le lacrime che velano lo sguardo, sorrido al pensiero che in fondo ci sono sempre più luoghi in cui sono a casa, lì dove migrano i membri della mia famiglia… come un giorno avrò il coraggio di fare anch’io… grazie di essere sempre mia sorella, dovnque siamo… e grazie perchè quando parliamo riesci a farmi guardare la mia storia come una storia speciale da raccontare e da ascoltare… ripasserò presto di qui… (Ale)
Commento: E’ strano, come queste nostre vite zigzaganti in giro per il mondo siano così… da un lato, l’entusiasmo di avere mille sensazioni in ogni posto in cui abbiamo vissuto, dall’altro la nostalgia di non sentirsi quasi mai arrivate… Per fortuna che ci si riesce a ritrovare, ogni tanto… Vieni a trovarmi quando vuoi. (Giorgia)
Autoradio
Come per scherzo, cercare in vecchi cassetti nella mia testa le colonne sonore di un’intera vita. Come per scherzo, anche se in fondo non è vero che non ho ricordi legati alla musica. Non ora, non da grande. Non da quando la musica esce da tutti i buchi possibili di questo mondo. Non da quando non c’è più poesia, checché ne dicano. Ma quando ero piccola, in macchina con mamma che dormiva e papà che guidava verso il campeggio, quando ero piccola sì che la musica aveva davvero un significato. Con la roulotte attaccata dietro, che arrancava per le strette stradine della Iugoslavia. Io che cercavo di dormire, che credevo di dormire, e invece ascoltavo. Così, per scherzo, cercare qulle vecchie canzoni italiane, con le parole allora incomprensibili e storpiate nella mia testa di bimba. E all’improvviso ricordare, esattamente, il rumore del giradischi di papà, il fruscio che voleva dire “finito!”, quando in casa, prima delle grandi partenze, cercava di mettere tutta quella musica in una piccola cassetta di plastica bianca, e poi scriveva i titoli, tutti allineati, con quella sua vecchia macchina da scrivere. Come facesse, poi, a far stare quei grandi dischi “che non si devono assolutamente toccare che si rompono!” tutti dentro le cassette, è ancora un mistero. Ed io, stesa sul pavimento con le gambe piegate all’insù, a dondolare, che sfogliavo quegli enormi quadernoni scritti fitti fitti, che papà diceva che erano le parole delle canzoni, così io mi mettevo a cantare, seguendo col dito un’immaginaria catena di note e parole.
Mare d’inverno, solo con il blu del cielo
Passeggiare lungo il molo, con le dita che ancora sanno di pesce, chissà poi perché non danno quelle bustine a forma di stella di mare, con le salviettine al limone… Passeggiare, guardare una strana barca bulgara, trainata o trainante, entrare nel porto di Marina di Ravenna. Chissà poi che ci fanno i bulgari quaggiù… sempre che fossero bulgari, in effetti. Come quel cartone animato che guardava sempre mio fratello. Una barchetta legata con una corda ad un grande transatlantico. Questo sarà anche molto meno romantico, ma insomma l’idea è quella.
E poi c’è la luna, chi l’avrebbe mai detto. Nemmeno l’avevo vista, e un dito puntato a guardare il cielo blu, che strano il cielo blu di febbraio, ma ora l’ho capito che quando il dito punta il cielo, Nino, bisogna guardare il cielo e non il dito. Luna. Chiara, come se si vergognasse di starsene lì, come se avesse paura di non poterci stare. Come se fosse venuta, solo un attimo, a controllare che tutto andasse bene. Tutto bene, grazie. Nemmeno in un film avrebbero potuto fare di meglio, mettere insieme una giornata di sole, una fresca aria di quasi primavera, un buon pranzo e una strana euforia che sembrava quasi di poter chiacchierare con quel pescatore, peccato se ne sia andato via, con il suo cane. Pazienza, ci accontenteremo di ricordarlo così, curvo sotto il peso degli anni, con le mani dure e callose e il passo dondolante di chi, in fondo, non ci sa camminare, sulla terraferma.
Commento: il ciuf ciuf… lo ricordo!!! però nel cartone c’era tempesta… d’altronde, chi ci sa camminare, sulla terraferma… (Jacab)
Frustrazione
Non ti capita mai di voler urlare, come se fossi ingabbiato nel tuo corpo, senza poter parlare? Come se fossi in fondo al mare, con l’acqua che ti impedisce di emettere anche il più piccolo suono, e invece vuoi urlare… Credo si chiami “frustrazione”. Anche se fosse, rimane il punto centrale della questione: razionalmente, ti dici che in fondo non è così grave, che in fondo hanno ragione gli altri, ma una parte di te non lo accetta, e vorrebbe urlare. Solo che poi l’unico risultato che ottieni è che ti metti a piangere, inspiegabilmente. Cominci e non ti fermi più, e più piangi e più ti arrabbi con te stesso perché hai un altro motivo per arrabbiarti: cosa diavolo piangi, che hai pure torto marcio?! Ecco, l’inizio del baratro. Una scala che scende in una buia cantina, e tu che non riesci a trovare l’interruttore. E’ davvero frustrazione, checché ne dicano. Ti senti come quei bambini che urlano fino a farsi venire il mal di gola per niente, è quella la cosa strana, per niente. Hai torto, davvero, e lo sai, eppure la parte indifesa di te, quella che non sa spiegarsi come vorrebbe avere ragione, urla, e piange. Scende mogia mogia per quella scala, sapendo che in cantina più di un po’ di polvere e un paio di libri non puoi trovare. Per fortuna che, a volte, qualcuno ti accende la luce, e ti fa notare quello che già era chiaro dentro di te: che non serve a niente, che è solo stupidità. Ma come si fa, a non piangere quando hai le lacrime lì, pronte a scendere? Solo perché hai sentito un rumore un po’ più forte, o un colore troppo sgargiante? Forse è una grave malattia, ti dici. Forse, è frustrazione. Basterebbe sorridere un po’ di più, forse.
Inchiostro
Sei l’unico modo che conosco di trasformare in qualcosa di reale quello che altrimenti sarebbe solo un pensiero. Senza di te, tutto sarebbe idea, sogno, speranza. Senza di te, non riuscirei a dare vita a tutto questo, a renderlo visibile ai miei occhi. Senza di te, non potrei dire di aver veramente vissuto qualcosa.
…
Sei l’inchiostro con il quale scrivo della mia vita
Sei il mio sorriso del mattino
Sei gli occhi che,
ultima sublime realtà,
vedo la sera, prima di sognarti
… solo questo
Con la coda fra le gambe
Era come se non fosse successo niente. Sapeva che sarebbe dovuto succedere qualcosa, a questo punto, e così guardava stupito all’insù, aspettando. Gli occhi sbarrati, le orecchie pronte a cogliere il minimo rumore. E non riuscita a capire come mai lei fosse ancora lì, a continuare imperterrita con quello che stava facendo. Possibile che non si fosse accorta di niente? Possibile sperare che sarebbe finito tutto così? Non riusciva a crederci. Non c’è niente da fare, è difficile far finta che questa volta possa andare in modo diverso dal solito. E poi, perché proprio questa volta? Quali strani pensieri l’hanno portata a cambiare idea, a lasciar correre, per una volta? Una soltanto, questo lo sapeva bene. Non c’era da illudersi che potesse essere per sempre. Ma intanto, si godeva la momentanea libertà, l’immunità, l’inaspettata fuga, prima che lei se ne accorga. Evidentemente, l’unica causa di questo suo bonario lasciapassare è che ancora non si è accorta di niente. Meglio cogliere al volo l’occasione, così che quando se ne accorgerà, e vorrà distruggere questo silenzio, si tratterrà, sapendo che in fondo, una volta fatto il danno, è inutile accanirsi. Tanto, non si ricorderà già più di quello che ha fatto, sarebbe una cattiveria inutile…
Scodinzolando, si allontana dalla stanza, mentre lei ancora rigira l’insalata tra le mani. Per terra, un tovagliolo di carta, o quello che ne rimane.
Commento: Bellissima!!! il piacere di farla franca è… kinderiano! (mamma)
Commento: Filosofia kinderiana, magistralmente insegnata dall’illustre maestro e indelebilmente scritta nei pensieri… (Giorgia)
Sulla spiaggia
Svegliarsi come da un lungo viaggio nel fondo del mare. Svegliarsi e ritrovarsi, stanca e bagnata, sulla riva sabbiosa di un mare sterminato. Svegliarsi e ricordare, chiaramente, di essere stata, per un istante, nel fondo di quel mare.
…
Trascinata sul fondo da una corrente, che mi accarezza la pelle, sale dalla punta dei piedi su, fino alle gambe, fino ai fianchi, fino alle spalle, fino ai capelli che lenti si muovono intorno a me. Trascinata come in un’infinita danza con le onde, senza peso, senza suoni, senza colori che non siano quella debole luce lassù. Trascinata come una ballerina d’acqua, divento anche io corrente, che arrotolandosi su se stessa scende sempre più in fondo, fino a sfiorare le morbide alghe che come verde lenzuolo vorrebbero accogliermi in un sonno senza sogni.
E invece, all’improvviso, risalire. Con un brivido freddo lungo la schiena, ritrovarsi a poter respirare, finalmente, un po’ d’aria. Rimanere lì, sdraiata sull’acqua, con il filo dell’orizzonte che si muove su e giù, più o meno a metà dei miei fianchi. Sentire il filo dell’acqua che sale, che mi copre le orecchie per un solo istante, che mi solletica le spalle.
E poi ritornare a riva, ondeggiando sotto il pelo dell’acqua, senza respirare, senza pensare, senza nemmeno sapere come si fa, a nuotare così.
…
Finché, esausta, non riapro gli occhi. E mi ritrovo, accecata dal sole, stesa sulla riva, la sabbia incollata alla pelle, i capelli ancora bagnati, il respiro che non vuole tornare.
Commento: Bellissima!!! Solo le ninfe come te possono… (mamma)
Il rumore del mare
Il rumore delle onde sulla spiaggia, e l’odore di salsedine in inverno. E’ bastato un attimo, e una scena di un film, per farmi immaginare come sarebbe vivere in una casa che sa di mare, in riva alla spiaggia. Di quelle che quando ti svegli e apri la finestra della camera senti un fruscio in lontananza. Una piccola Locanda Almayer, alla quale ritornare dopo una passeggiata a piedi nudi tra le onde…
Chi nasce al mare, non riesce a viverne lontano, dicono. Io che sono nata nella bassa, io che per una vita ho immaginato che il paradiso fosse alzarmi e vedere la rugiada nei campi, ora mi ritrovo ad immaginare come sarebbe bello vivere ad un palmo dall’Oceano Mare…
Chiudi gli occhi
Chiudi gli occhi, e sdraiati sul letto. Le tende sono tirate e lasciano passare solo un raggio di sole, che illumina una mattonella sotto il comodino. Potrebbe essere l’alba, o il tramonto. L’importante è che chiudi gli occhi, e ti sdrai sul letto. Segui per un attimo il fascio di luce, con tutte quelle piccole stelline a vagare nel vuoto. Ti sei sempre chiesta cosa fossero, in effetti. Impalpabili, piccolissime stelline. Segui il fascio di luce fino al comodino, uno sguardo al libro aperto a pancia in giù, e ti sdrai sul letto.
Immagina.
Immagina un pianoforte. Di quelli con la coda, e tutto il resto. Nella stanza accanto, perché le pareti ti riparino dalla violenza di quell’immenso strumento. Immagina una donna, con i lunghi capelli mossi adagiati sulle spalle, e un vestitino a fiori. Leggero. Di quelli che tu non potresti mai permetterti. Ma insomma. Immaginala seduta al piano, con la schiena dritta, le dita appena appoggiate. Puoi solo immaginarla, maledette pareti. Ma insomma.
Chiudi gli occhi, e immagini di vedere quelle dita muoversi leggere sui tasti, a creare milioni di note. Niente di stravolgente, in realtà. Niente accordi, niente fantasie. Solo mille note, ma una alla volta, che escono dal pianoforte e si disperdono nell’aria, lì fuori. Chiudi gli occhi, e quelle note, magicamente, si appoggiano su di te, come mille piccole carezze. Senti le dita che le creano passeggiare sul tuo viso, sulle tue spalle, sulla tua schiena. Ogni nota, una carezza. Ogni nota, un bacio.
…
Riapri gli occhi, e sei nella tua casa di sempre. Niente tende, niente raggio di luce, niente polvere, niente pianoforte. E’ stato solo un sogno. Ma sembrava davvero di vederle, quelle dita camminare leggere sui tuoi fianchi, a creare note sospese nell’aria.
Commento: dopo un post del genere vanilla sky non me lo tocchi più!!!! hahahahahahah! scherzo, bellino… ho pensato anch’io che fosse vero! senti, si può avere il numero della pianista? riesci a procurartelo al prossimo sogno? o aspetto invano? know me (Jacab)
Commento: vedrò di fare il possibile, cercando di non sbagliarmi con una pittrice gemella. tu tieni da parte la scatola di mogano, aspettando le note. prima o poi arrivano, sicuro. (Giorgia)
Péage
Avresti mai immaginato che una stazione di servizio potesse essere quasi una poesia? Sentire il rumore dell’auto che si ferma, e paradossalmente accorgerti solo in quel momento che era accesa. Ti è sempre sembrato strano, fin da bambina, quando andavi in vacanza coi tuoi: sentivi il rumore della macchina solo quando si spegneva, e le tue orecchie ormai abituate al brusio si sentivano come in una chiara mattina d’estate, al mare. brusio si sentivano come in una chiara mattina d’estate, al mare.
Silenzio. Eppure c’era qualcosa, qui.
…
Sentire il rumore della portiera che, piano per non svegliarti, si apre, e l’aria fredda della notte entrare ad accarezzarti le dita dei piedi che sbucano dal sacco a pelo. Socchiudi gli occhi, fuori dal finestrino il buio, un paio di neon. Una stazione di servizio, pare. Chissà quanta strada abbiamo fatto, mentre dormivo. Un bel po’, se ora dobbiamo per forza fermarci qui a prendere un po’ di freddo.
…
Comunque, avresti mai immaginato che potesse essere così poetico, svegliarsi nel cuore della notte in un paese straniero, alzarsi con gli occhi ancora addormentati, andare nell’autogrill a prendere un caffè, sciacquarti la faccia, sgranchire le gambe. Tornare indietro, e sentirti così lontana dal mondo, così libera di poter girare la macchina e andare dove vuoi. Nessun impegno, solo una strada, e la possibilità di vedere il mondo.
…
Rientrare in macchina, con il sapore di caffè sulle labbra, e un po’ meno sonno. Alla radio, una canzone francese. Portiera. La macchina che pian piano riparte. Eccolo, il mondo che vuoi vedere. Tutto racchiuso qui dentro, solo con il paesaggio che cambia di là dal finestrino.
Commento: Esiste un limite oltre al quale non si può andare. Il limite lo scavalchi ogni passo che fai. Brutta, anzi “BRUTTISSSSSSIMA!”, ma solo rispetto alla prossima… (Thousand@Colors)
Dal treno
Quasi il tramonto, e io me ne sto qui, seduta sullo scomodo poltroncino di un treno, aspettando la stazione giusta. O quanto meno, quella che indica come destinazione questo pezzettino di carta rosa e azzurro. Comunque, musica nelle orecchie, come al solito. Un libro appoggiato sulle ginocchia, un libro che parla di memorie perdute e ricercate, di odori che ricordano qualcosa che a prima vista non sai. Un libro che parla anche di me, in fondo, e di quel vecchietto laggiù. L’ho visto per un istante solo, chino come solo i vecchi sanno stare chini su un orto, a strappare erbacce e intanto che ci sono anche un po’ di insalata per la cena.
…
Stessa scena, ovviamente senza il treno, anni fa, in un caldo tramonto d’estate.
Stesso colore arancione nell’aria, stesso sole caldo che piano piano si nasconde dietro quell’ultima nuvola, che sembra messa lì apposta a nascondere agli occhi di noi comuni mortali la bellezza del tramonto.
Stesso campo, o suppergiù. Stessa verdura, a bere l’acqua della lunga pompa gialla (che si dà alla sera, se no evapora subito, e io a bocca aperta ad imparare dalla nonna dalle dita ruvide di lavoro). Stessa schina china a raccogliere sempre qualcosa. A pensarci dopo, sembra che i vecchi non facciano altro. Raccogliere.
…
Raccogliere tutto il giorno. Raccogliere verdura, raccogliere erbacce, raccogliere un nipotino perso sul vialetto di casa. Raccogliere ricordi, pensieri, immagini. Raccogliere idee e previsioni. Raccogliere minuti e secondi di una vita passata così.
…
La cosa buffa, a questo punto, è che seduta qui a ripensare alle mille cose misteriosamente raccolte dai miei vecchi, mentre io sembravo distratta a giocare, e invece, lo vedi?, eccome se vedevo, la cosa buffa è che seduta qui ci sia io. A raccogliere anche io qualcosa, con la schiena curva sulle mille gonne pesanti, il grembiule a fiori, le scarpe rotte ma tanto servono per andare in campagna.
Al parco
Non l’avete mai visto un coniglio in ritardo? Pensare che credevo fossimo noi, quelli perennemente indaffarati. Un’intera mattinata a correre, su e giù, fuori e dentro da quel buco di terra che è la sua tana, o il suo ufficio, a questo punto non puoi mai sapere. Incontra un amico, buongiorno coniglio!, si girano un po’ intorno, e poi via, ognuno per la sua strada. Me ne sono rimasta qui ad osservarlo, tutta mattina, pensando a cosa mai può fare, tutto il santo giorno, un coniglio. Forse è proprio questa la tanto elogiata intelligenza della nostra specie: aver avuto la rivoluzionaria e malsana idea di inventarsi tutto questo circo per non morire di noia. Lavoro, studio, casa, chiesa, vacanze e pranzi in tavole imbandite. Efficaci ed insostituibili ritrovati della tecnica e dell’ingegno per perdere tempo, e tenere occupata la mente e il corpo. Poi deve essergli sfuggita un po’ troppo la mano, ma l’idea di fondo non era poi così male.
…
Ha smesso di correre. Ora se ne sta lì, accanto ad un cespuglio, come una sfinge a guardia della sua alcova. Sotto i rami, un paio di orecchie e due occhi che lo seguono in tutto quello che fa. E questa immobilità, finalmente, mi sembra quanto di più perfetto potesse fare.
…
Questo, almeno, la nostra umana intelligenza ha avuto il buon senso di lasciarcelo.
Commento: “Questo, almeno, la nostra umana intelligenza ha avuto il buon senso di lasciarcelo” – in questo non sono del tutto d’accordo, ma si sa, sono un ambientalista pessimista. Per quanto riguarda la nostra natura, incattivita e ingabbiata… beh, sono secoli che ce la stiamo costruendo attorno, questa maledetta gabbia, e più ce ne accorgiamo, più facciamo finta che non esista, ci illudiamo che tutta questa mirabile messa in scena che altro non è se non un intrattenimento, un gioco, una finzione, ci
illudiamo che sia realtà, che l’uomo sia nato apposta per questo; l’uomo dalla “umana intelligenza”, come dici tu, è quello che mette un mattone sopra l’altro, a costruire un muro per impedirci di guardare “Oltre il giardino”. Un tempo, tutti noi sapevamo camminare sull’acqua, oggi a malapena i conigli. (A proposito, l’altro ieri anch’io ero al parco! Una lepre correva, inseguita da un cane ansimante che guaiva mentre correva!!! Era tutto un film!) (Jacab)
Commento: …ambientalista pessimista… non avevo pensato a questa interpretazione… in realtà intendevo dire che l’uomo, nonostante l’intelligenza più o meno malata, continua a volte a comportarsi come i miei due coniglietti… o forse, prima o poi perderà anche questo, è solo questione di tempo… (Giorgia)
Commento: embè… nous vous attendons… (Jacab)
Insonnia
Notte fonda, e ancora non riesce a dormire. Le sembrava così semplice, da fare: stendersi sul letto, nonostante il caldo, chiudere gli occhi, e aspettare. E invece eccola ancora lì che si rigira senza sosta, e senza senso. Eppure, dovrebbe avere sonno… Chissà cos’è. Forse il letto estraneo, forse l’eccitazione della novità, la novità dell’eccezione alla normale vita.
…
Alla fine, si decide e va alla finestra, a cercare un po’ di fresco. C’è l’odore dell’estate in bicicletta dopo cena, a prendere il gelato con l’amica cugina. Bei tempi, quelli. Peccato. Al di là della strada c’è un’altra finestra, mondo simmetrico al suo. Dentro, una donna, anche lei probabilmente a combattere contro il caldo, il telegiornale ha detto che era la giornata più calda d’estate. La donna è seduta ad un tavolo, in una casa che sembra uscita da un film da dolce vita, e scrive. Ogni tanto, guarda il muro, sembra che pensi, e poi scrive qualcosa. Una parola, o anche solo una lettera. Parole crociate, a distrarre il sonno che si avvicina. Stranamente, nel mondo simmetrico al suo, il sonno lo si caccia a colpi di parole, invece di cercarlo tra le righe di una storia. Forse è davvero lo specchio di quello che è, una donna a vegliare chissà chi passando il tempo come riesce, come fanno tutte le nonne, almeno un po’, nei caldi pomeriggi e nelle fredde sere, e una ragazza a pensare insonne, a cercare di non buttare via nemmeno un minuto della sua giovane notte.
…
Prende la borsa, e se ne va in giro per la città addormentata, cercando altre donne, altri rebus, altre luci accese su tavoli ancora apparecchiati della cena. Cammina con il naso all’insù, guarda tutte le finestre. Dormono, dormono tutti.
Zampirone, quello verde
In fondo era estate. C’era da aspettarselo. Quello che non capiva era come mai i ricordi si mescolassero ai sogni.
C’era da aspettarsi che quell’odore, come tutti gli odori di questo mondo, avrebbe risvegliato qualcosa, una qualunque banalissima emozione. La differenza era che quella volta il fumo dello zampirone la portò in un mondo inesistente, in un racconto immaginato e non vissuto. Era una cosa nuova, tanto valeva chiudere gli occhi e vedere come sarebbe andata a finire.
…
Zampirone, accanto alla finestra aperta. O lo si odia dal profondo dell’anima, o non c’è estate senza odore di abbronzante e zampirone. Lei era una di quelle da abbronzante e zampirone. Per questo, appena accesa la lucina rossa, quella testa di serpente mangiazanzare, la mente la riportò indietro di anni, in un piccolo campeggio. L’arietta fresca del mare, la roulotte con la veranda davanti che sa di plastica e la stuoia color ocra, la cena a lume di lampadina, in piatti di plastica e bicchieri di carta. Le sere tutte uguali, davanti alla roulotte ad immaginare chi passa. Ne senti la voce prima di vederne i contorni (della faccia, nemmeno a parlarne con quel buio). E poi, ogni tanto, una partita a carte, o se è una serata speciale un gelato, giù in paese, quando c’è un paese con dei gelati.
…
Quella sera, sembrava tutta un’altra vita. In tenda, in un campeggio ancora più piccolo. Gli odori sono gli stessi, ma le voci, la lingua, le persone no. Essere più grande, e continuare ad amare questa leggera umidità. Essere più grande, ed amarla ancora di più, quando ti giri e alla luce della lanternina da campeggio non puoi fare a meno di sorridere. In giro per il mondo, in città che nemmeno immaginavi potessero esistere, in boschi bui come la notte e umidi come la rugiada. Non sembra possibile, poter immaginare di vivere una vacanza così, con accanto due occhi che ridono alla luce della luna. E invece, eccola, basta chiudere gli occhi…
Lista nozze
Lui la tira per un braccio, direzione computer e cellulari, ma lei se ne sta lì, con il naso all’insù, proprio davanti ai ripiani delle stoviglie, reparto “liste nozze”. Lui già teme l’inevitabile, il richiamo implicito dell’inesorabile dichiarazione, proprio sul più brutto, non sia mai che le sia venuto il momento romantico proprio ora, alle cinque di un caldo pomeriggio d’agosto, in uno squallido negozio. Non può certo immaginare che le liste nozze non c’entrano proprio niente, figuramoci se a lui interessano i piatti con i fiori sul bordo, o i bicchieri di mille forme e colori. Figuriamoci se gli interessano ora, a quasi trent’anni, proprio oggi che era uscito per comprare un regalo per il suo computer.
Non interessano nemmeno a lei, a volerla dire tutta. Si sta semplicemente chiedendo com’è che le pentole sembrano così lucide e brillanti solo quando sono in un negozio, ben allineate sul ripiano di vetro. Com’è che se ne stanno lì, perfettamente ordinate in file da tre, e sembra che siano così belle, e poi quando te le porti a casa sembra che non abbiano più interesse ad imbellettarsi per affrontare la vita. Una volta accasate, smettono i loro abiti migliori, e se ne stanno meste in un angolo, rigate dall’uso e opache dall’acqua e sapone. Non che abbiano molto interesse a mantenersi giovani e belle, in fondo: anche i mestoli, a ben pensarci, una volta scartati del loro fiocco nero sul collo cominciano il loro lento declino. Impettiti e impeccabili all’inizio, allineati sul ripiano e illuminati da una luce blu, diventano presto lisi dall’uso, con il fondo rovinato dal continuo sostare in quei due millimetri d’acqua, sul fondo del portaposate a lato del lavandino.
E se un tempo riuscivano a commuovere, con quel loro accarezzare continuo i fianchi della loro amata pentola, ora si limitano ad adagiarvisi sopra, stanchi, in bilico al riparo dal fuoco.

Pensare a un viaggio. Pensare a come sarebbe la cornice perfetta per un regalo di compleanno. Ma non è possibile, oggi, essere là… Così, ecco un viaggio immaginario, ai limiti del sogno… E’ cominciato tutto così, con la voglia di regalarti un viaggio a Parigi, per questo tuo primo compleanno con me. Che magari lo avevi anche capito, tu che sei nella mia testa. Ma insomma, purtroppo non ce l’ho fatta, e non potevo rassegnarmi all’idea di non poterti portare a vedere la Tour Eiffel, a conoscere l’odore della Metropolitana e il sapore delle baguettes jambon beurre. Partirai con me, per un immaginario viaggio di un giorno, ma infinito. Ti sveglierai nel letto in cui ho dormito per settimane e verrai con me alla scoperta dei miei ricordi. Dimentica dove sei, e immagina per una manciata di minuti di essere lì. E chissà, magari leggendo queste poche pagine, da solo nella tua stanza, mi perdonerai di non essere lì con te…
… Svegliarsi una mattina, e continuare a sognare…
Parigi, domenica 9 aprile 2006
…
Venerdì sera, treno delle 22.02 da Bologna, per arrivare a Parigi sabato mattina. Treno ovviamente preso al volo, causa prevedibile immancabile ritardo del treno da Forlì. Cuccetta a sei posti. Cerchi di prendere sonno, malamente arrotolato in una copertina bianca di un metro scarso per uno, che sa di disinfettante e plastica.
Sotto di te, un algerino che lavora in Italia e una settimana ogni tre ritorna a casa dalla moglie e dai tre figli, a Chambéry. Sopra, una grassa signora che continua a lamentarsi con te in una lingua che non conosci. Ti stringi nelle spalle e speri che non sia colpa tua, quantomeno per evitare il confronto con un donnone del genere. Al di là dello stretto corridoio dello scompartimento, altri tre letti. In alto, un uomo sulla settantina, poveraccio, non c’era posto in prima classe? Chissà domattina come sarà la sua schiena… Accanto a te, a un metro e poco più dal tuo naso, la schiena di una giovane donna, tedesca, bionda nemmeno a farlo apposta, che cerca di addormentare il figlio, sotto di lei, che continua a voler leggere un giornaletto che sembra Topolino. Il controllore, francese, nella sua uniforme bordeaux con cappello verde (mah…), ti chiede biglietto e documenti. Te li ridarà, speri, la mattina. “Bonne nuit monsieur, et merci.”.
…
Il treno comincia a sferragliare, in un attimo hai già passato Torino e il freddo comincia a farsi sentire. Cerchi di guardare fuori, dallo spiraglio lasciato dalla tenda di plastica, e vedi solo alberi, montagne, ogni tanto un muro, improvviso, a un niente dal tuo naso. Galleria. E poi un’altra, lunghissima. Dai un’occhiata al cellulare, niente, hai passato il confine. Tanto vale spegnerlo, ti hanno consigliato di chiamare dalle cabine. Tanto vale seguire i consigli.
…
Dondolìo del treno, e tutto quello che ricordi è una frenata, ogni tanto, nel cuore della notte, in stazioni dal nome impronunciabile. Freddo, un paio di persone sui binari, incappucciate nonostante la primavera e cariche di bagagli. Ringrazi la copertina un metro scarso per uno.
…
Alba, e non hai più sonno. Ti alzi, e silenzioso scivoli fuori dallo scompartimento. Ti appoggi al freddo vetro, e guardi questi nuovi paesaggi. Sembra bella, la Francia. Una grande piana verde, con mucche ovunque, ma non dormono mai? Oggi, poi, che sembra una bella giornata di sole, sembra tutto un po’ più finto e patinato. Finché non comincia la periferia di Parigi. Les banlieues, enormi casermoni grigi. Bovisa sud, solo più grande.
…
Non sono neanche le 9 quando il treno si ferma. Paris Bercy. Il controllore, con il solito “merci” d’ordinanza, ti restituisce biglietto e documento. Merci. Scendi sul binario quasi deserto, il treno dall’Italia arriva in una stazione secondaria, te ne starai alla periferia del grande caos di bagagli e famiglie in partenza. Sul binario c’è solo un gruppo di studenti, anche loro italiani, forse in partenza per le vacanze di Pasqua, e la donna con il bambino. Gli altri devono essere scesi durante la notte. …
Per fortuna, il posto dove devi andare è sulla di metrò che prendi da qui. Linea 6, direzione “Charles de Gaulle – Etoile”. Quella azzurra. Compri un paio di biglietti, imbracci lo zaino e aspetti il treno. Eccolo, con un suono di sirena che imparerai a riconoscere così bene. Ruoti la maniglina delle vecchie carrozze bianche e verdi con le poltroncine blu, e sali. La linea 6 è l’unica, per quanto ne sai, che viaggia alla luce del sole, sopraelevata sulle vie di Parigi. Appena uscita dalla stazione passa su un ponte, sopra la Senna, dal quale puoi vedere la famosa Biblioteca Nazionale, quattro libri di vetro e acciaio accoccolati sul fiume. Poi, si snoda veloce lungo la città.
La tua fermata, “Glacière”, è a pochi minuti. Scendi le scale, guardando di sottecchi la strana impalcatura di ferro che tiene su tutto. Sembra di essere in quei telefilm americani, con la metropolitana sopraelevata su traballanti tralicci arrugginiti.
Te la immaginavi diversa, sotto terra, come nel film di Amélie, ma in fondo è quasi meglio così. Non fosse per il vento, sembra molto più bella e rassicurante, questa stazioncina.
Cartina di Parigi: seguire il viale costeggiando la farmacia e l’edicola, girare a sinistra e poi la prima a destra. Passi di fianco ad un asilo nido, pieno di bambini che urlano in un triangolo di cemento dipinto di verde. “Che le mamme non vengano poi a lamentarsi che i loro pargoli non stanno nel
verde…!”. Eccolo. 30, rue Cabanis. Ricordarsi di chiedere cosa vuol dire Fiap, e chi era questo Jean Monnet. Un’alta palazzina bianca con tante bandiere davanti e una schiera di finestre dagli infissi blu. Porta automatica, e ti ritrovi in una grande hall di vetro, con un bar gremito di gente, con il tetto trasparente e di fuori una terrazza. Sembra carino. La ragazza che ti accoglie all’entrata, bionda, faccina da francese schizzinosa, ti parla in inglese. Ti dice che la stanza non sarà pronta prima delle due, ma che puoi lasciare i bagagli nella hall e prendere qualcosa al bar. Ti si avvicina un tipo basso, dai lineamenti indiani. Gli puzza l’alito, e parla un pessimo inglese, ma insomma vi capite. E’ il direttore, ti farà vedere il “Foyer” (la F di Fiap). Per prima cosa ti mostra il famigerato bar, cento tavolini con immagini di Parigi a fare da piattino ai caffè troppo lunghi. Il barista, sorridente e gentile, l’hai già visto in una delle mie foto. Il tipo indiano parla di self-service e ristoranti, colazioni a buffet e telefoni pubblici all’ingresso, lavanderia e internet-point a sei euro l’ora. Fai finta di ascoltare, ma già pregusti il momento in cui potrai girare e curiosare liberamente, senza scocciature. Lo segui silenzioso, con un sorriso ebete stampato in faccia. Oui, oui, oui, merci. Finalmente ti lascia ai tuoi pensieri, e decidi di andare a fare un giro nei dintorni. In fondo, ti fermerai così poco. Niente metro, preferisci camminare un po’.
…
Nei dintorni dell’ostello trovi un piccolo supermercato, una macelleria ebraica, un ospedale super blindato con le bandiere all’ingresso, il solito asilo sempre pieno di bambini urlanti, un altro asilo cinquanta metri oltre, questo almeno con un cespuglio vero, un distributore di benzina, un negozio biologico. Ti ricordi che ti avevo accennato che Roberta viveva proprio qui dietro.
Ti allunghi cento metri e ti ritrovi a ripercorrere i miei quotidiani passi verso casa sua, ed è strano che tu ti ricordi di esserci stato, in qualche modo. Queste case hanno un’aria stranamente familiare. C’è una scuola ebraica, proprio accanto al cancello di Roberta, e una libreria stracolma di libri usati a prezzi ridicoli. La mia sosta preferita. Ti fermi, e scartabelli tra i mille titoli incomprensibili.
…
Non ti rendi nemmeno conto dell’ora, e quando rientri al Fiap è già quasi ora di cena. Ora la bionda non c’è più, ti accoglie un uomo sui trentacinque-quaranta. Classica faccia francese e accento da Platini. O là là… la chiave! O meglio, quella che loro chiamano “clé”: un rettangolino di plastica grigia, con una serie di fori. Speriamo di non perderlo. Settimo piano, stanza 704. Ascensore. Corridoi ovattati, moquette blu su tutti i pavimenti dal secondo piano in su, e pareti rosa. Questi
francesi… Entri nella stanza. Sarebbe una camera doppia, ma ti hanno detto che sarai solo. Sulla sinistra trovi un bagno, doccia, lavandino e water. Due letti, sempre rosa, e una lampada per ogni letto.
…
L’hai già vista, quella lampada, ma dove?…
…
Ti affacci alla finestra, enorme. In fondo, già illuminato, il Sacré Coeur, e sulla sinistra un fascio di luce. La Tour Eiffel, peccato per quel palazzone qui davanti che impedisce di vederla. In basso, la famosa (e rinomata da baristi e receptionist) terrazza. Ti spogli, una doccia per lavare via l’odore di Parigi, e ti corichi. Domattina dovrai svegliarti presto, devono venire a rifare il letto…
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Bonne Nuit…
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Questa mattina, 9 aprile, la sveglia ti riporta ad una realtà che non riesci a capire. Non riesci a indovinare dove sei finché non senti la porta che si apre, è la donna delle pulizie, una simpatica signora pakistana grassa e sorridente. Ti chiede “Pardon!” per l’intrusione, e dice che tornerà fra poco a rifare il letto, lavare il bagno e cambiare gli asciugamani. Ne approfitti per infilare un paio di jeans e correre al Francilien, per la colazione…
Latte e Thé, cereali, croissant, fette biscottate burro e marmellata. Poi ti ricordi che è il tuo compleanno, e che è domenica. Con due “Ticket Petit Dejeuner” puoi regalarti un buon brunch. Uova strapazzate, prosciutto, insalata e tanti piccoli adorabili salsiccini.
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Metropolitana, alla scoperta della città. Finalmente. Ti fermi di fianco al distributore dei biglietti, e osservi la sterminata rete di possibilità che questa giornata ti offre. Non sai da dove cominciare, avresti bisogno di una vita intera per percorrere tutte quelle migliaia di metri sotto terra, traballante in un serpente di ferro, con addosso la frenesia di scoprire dove sbucherai, questa volta. Tiri fuori dalla tua giacca il Plan de Poche e con la matitina Ikea cominci a segnare tutti i posti che vuoi vedere. Incurante degli spintoni dei lavoratori che corrono al boulot (metrò, boulot, dòdò, come dicono qui), cominci con maniacale e sconosciuta precisione a segnare un infinito filo di sogni, una scia di sensazioni, ricordi, speranze che copre quasi tutta la città. Poi, ti ricordi del mio autobus, quello che prendevo ogni mattina per andare all’università, e decidi di partire proprio da lì. Fuori dalla stazione della metro, pochi metri più in là, la fermata del 21. L’autobus arriva in meno di un minuto, quasi vuoto. Trovi posto a sedere, e osservi attentamente la strada che io ormai so a memoria. Rue de la Glacière, e poi rue Gay Lussac, che ti sarebbe piaciuta con il suo istituto di scienze e con il suo distributore sul ciglio della strada. Decidi all’improvviso di scendere, per fare a piedi l’ultimo pezzo e poter vedere da vicino rue Mouffetard, quella del film di Amélie. In effetti, ci sono davvero le bancarelle di formaggio e pollo in mezzo alla strada. Una biblioteca (evidentemente ricca di libri sui turchi e sulla Bulgaria, se no perché ci passavo le mie serate?), e in men che non si dica ti ritrovi alle spalle di un’immensa costruzione. Giri tutto intorno, con il naso all’insù a guardare quell’enorme cupola. Panthéon.
All’interno, inesorabilmente oscillante anche se non puoi vederlo, il Pendolo di Foucault. All’estreno, le scalinate dove io e Roberta mangiavamo le nostre baguette, nelle pause delle sue lezioni, quando veniva a chiamarmi dalla vicina biblioteca Sainte Geneviève, una di quelle antiche biblioteche con i tavoli ricoperti di pelle verde e un’abat jour, con le assi del pavimento che scricchiolano e la pesante porta d’ingresso che mi ha quasi rotto un dito, una volta.
E’ una piazza impressionante, da togliere il fiato. Per vederla in tutto il suo splendore ti allontani un po’, prendendo la grande via che porta giù ai Jardins du Luxembourg. Cammini all’indietro, come i bambini, e quando ti rigiri sei già in Boulevard Saint Michel. Bulmìsc, come lo chiamano qui. Ti fermi da Columbus Café (unico posto a portata di mano in cui non ti viene la nausea solo a vedere quel beverone marrone…) a fare una pausa: “un muffin et un espresso s’il vous plait…” (tutto rigorosamente con gli accenti sull’ultima, così che muffin diventa muffìn, con la u). Ti rendi conto, a quest’angolo di via, di essere qui. La velocità con cui tutto è successo fino ad ora ti aveva ingannato, e ancora non avevi realizzato pienamente di essere al Quartier Latin, nel cuore più antico di Francia. Passi accanto alla Sorbonne, con le pietre che ancora raccontano di illustri studenti e professori e che, ti sembra, ancora hanno la mia immagine stampata contro. Ti sembra di vedermi, all’angolo con quella vecchia libreria ormai chiusa. E’ solo un’illusione, ma il cuore comincia a batterti un po’ più forte, che strano. Prosegui lungo il viale, e arrivi nel cuore vero del quartiere, dove i negozietti di cartoline e souvenir si alternano con i ristorantini etnici. Greco, tunisino, italiano, turco. Mille odori, ora che è quasi ora di pranzo, ti attirano verso le affollate stanzette. Ma per pranzo hai un’altro obiettivo, non puoi lasciarti incantare così. Quartier Latin, la Sorbonne, il Pantheon… Il cuore culturale di Parigi, la riva intellettuale della città. Ricca di biblioteche, di chiese, di librerie, di scuole. La riva nella quale puoi respirare odore di antica letteratura ottocentesca. Cammini e ti sembra di poter imparare dai grandi scrittori del passato anche solo a leggere gli orari dell’autobus e i prezzi dei libri nelle bancarelle. Decidi di allungare un po’ il tuo percorso prima di proseguire sull’altra riva della città e ti incammini verso Boulevard Saint Germain, l’altra grande arteria del quartiere. In fondo, lo sai, incontrerai due dei bar storici di Parigi, dove i più grandi scrittori maledetti che abbiano mai camminato dove tu ora stai camminando si riunivano per parlare, scrivere, leggere. Anche Baudelaire, sicuramente. E Sartre, e George Sand, e Proust. “Café de Flore”, in realtà oggi poco più di un’attrazione per gli americani, e “Les Deux Magots”. Ti fa un effetto strano, entrare così, all’improvviso, in un vero e proprio museo all’aria aperta.
Appiccichi il naso al vetro, per sbirciare dentro sperando di vedere qualche buffo figuro in cappotto nero con una penna in mano, ma tutto quello che vedi è un cameriere, vestito di tutto punto, in bianco e verde, che ti osserva incuriosito e un po’ infastidito.
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Poi, a malincuore, ti decidi ad attraversare il fiume, per andare su quell’isola che è l’origine e il cuore di tutta la città. Ile de la Cité. Uno sputo di isoletta nel mezzo del fiume, ma ti viene da palancare la bocca appena riesci ad abbracciarne la bellezza. In realtà, la vedresti meglio da Pont Neuf (Ponte Nuovo, qui. Devi accontentarti…), ma anche da qui l’impressione non è niente male. Pochi passi e sei davanti a Notre Dame. Imponente, altissima, da poterci perdere una vita a guardarla. Alzi gli occhi, e là in alto riesci appena a vedere i gargouilles, grande mia passione. Certo, dal disegno sulla parete della mia camera si vedevano meglio, ma anche da lassù ti strappano un sorriso. E così, pensi, mi sono ridotto a starmene qui, davanti ad una delle più belle chiese del mondo, senza nemmeno voler entrare, con dei mostriciattoli di pietra che sembrano volermi dire qualcosa. “Guarda che era proprio lì, saranno ormai mesi, era lì, dove sei tu, seduta sull’angolo dell’aiuola, aveva appena comprato una sciarpa a righe colorate, faceva freddo. Ci fissava con un sorriso ebete, chissà a cosa pensava. E poi, chissà perché era sola…”.

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Lasci la rive gauche con un nodo allo stomaco, non sai nemmeno perché, ma non potrai tornarci per un bel po’, hai altre cose da vedere, e già ti mancano quei posti. Succede sempre così, quando vedi una cosa di sfuggita, e senti che vorresti avere la possibilità di startene lì per ore e ore, solo a guardarla, solo a cercare di capire tutti gli angoletti più nascosti. Un po’ come succede a me quando ti guardo, appoggiata alla tua spalla: osservo la tua guancia, la riga del collo che va a nascondersi nel collo della maglietta, e rimarrei delle ore lì, immobile. Ma questa è un’altra storia.
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Comunque, rassegnato a non poterti imbambolare davanti ad un sasso, ti incammini verso l’Hotel de Ville. Il comune, e sembra un castello. Si affaccia su una piazza immensa, ed è così perfetto nel suo essere così geometricamente simmetrico e allo stesso tempo così barocco.
Da lì, svolti a destra, lungo rue de Rivoli, una delle grandi vie dello shopping parigino, che ti porta fino al quartiere di Marais, un tempo ghetto, oggi villaggio alternativo ed elegante.
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Non te ne saresti nemmeno accorto, se non l’avessi saputo. Se non ti avessero detto di sbirciare dentro quell’arco. No, non dietro, dentro. Svolti in quella stradina probabilmente senza nome, fino ad arrivare proprio sotto quell’arco di case. Lo spettacolo che ti si presenta davanti agli occhi è da
togliere il fiato. Una piazza che è un giardino. Un giardino che è un piccolo mondo racchiuso in un cerchio di case. Tutt’intorno, una linea ininterrotta di palazzi, tutti uguali. Mattoni rossi, spigoli di marmo bianco, e quegli strani tetti di ardesia, con le finestrelle dei lucernai che non mancano mai, qui. Tutte uguali, non fosse per quella targa ormai quasi illeggibile, che indica ancora la casa di qualcuno di famoso. Tra le case, un giardino. Un’immensa aiuola attraversata da piccoli sentieri di ghiaia bianchissima. Nel mezzo, una fontana. Non c’è nessuno, né alle finestre, né nelle piccole gallerie d’arte sotto i portici, né lungo i sentieri. C’è un silenzio irreale, non riesci a sentire nemmeno il rumore delle macchine, appena cinquanta metri dietro le tue spalle. E’ come se fossi entrato in un nuovo mondo, attraverso quell’arco di case. E’ un piccolo mondo senza tempo, questo. Una tenda si muove appena, e non ti stupiresti di vedere un vecchio barbone, di nome Victor, affacciato alla finestra. Victor Hugo, piacere. Quello della targa illeggibile. Nell’acqua della fontana, lì, in mezzo al giardino, un piccione. Beve, e ad ogni sorso ti guarda. In effetti, è uno strano compagno di bevute, ma forse meno noioso di tanti altri incontrati in giro per i pub di questo mondo. Ti racconta di com’è Parigi da lassù. Di come sia diversa, la città, vista dalle nuvole, senza l’ingombrante presenza, sempre davanti agli occhi, degli uomini. Puoi perfino dimenticare che esistano, pensare che siano solo piccole macchie sull’asfalto, o sassolini sul fondo di un fiume. E’ l’acqua, quello che ti interessa. Le mille case dal tetto grigio di questa citta, adagiate in un continuo saliscendi di vie, lungo le colline che prima erano solo campagna. Belleville, Montmartre, Montparnasse… Le case da lassù sono la trama di un morbido tappeto adagiato sulla città.
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Quando ti ributti sulla via principale, ti senti come quando si esce da un cinema. Con la testa ancora nel film, gli occhi da stropicciare, i muscoli un po’ addormentati. La tua piantina ti indica, alla fine della via, la Bastille. O meglio, Place de la Bastille, perché la Bastille non c’è più. Niente. Nemmeno un muro diroccato con una transenna davanti e un cartellino bianco del Ministero dei Beni Culturali. Niente, solo un’immensa costruzione di metallo, l’Opéra Bastille. Un teatro, dicono dall’acustica perfetta. Peccato che, forse, avresti preferito una prigione diroccata e dalla pessima acustica. Ma non è per quel mostro di acciaio che sei qui. E’ per pranzare. Guardi l’ora e sono già le due. Ma il bar dove devi andare è aperto anche a quest’ora, devo averti proprio fatto il lavaggio del cervello, se ti ricordi l’indirizzo, la vetrina, perfino il menu da prendere. In fondo, era solo un bar, quando sette anni fa io, mamma, papà e Jacopo (ancora delusi per la storia della Bastille, c’è da dirlo), lo scegliemmo a caso per mettere qualcosa sotto i denti. In fondo era solo un bar a caso, scelto fra mille e magari nemmeno il migliore, ma da allora ogni volta che torno a Parigi non posso fare a meno di andarci. Ci ho portato Roberta, la prima domenica di settembre di due anni fa, infreddolite e affamate. Ci ho portato gli amici per il mio compleanno. E ora, non posso fare a meno di portarci anche te. Ma questo già lo sai, e vai a colpo sicuro. Una fetta di torta salata (mezz’ora per sceglierla, è il prezzo da pagare), un panino Neptune (qui, a colpo sicuro) e, per dolce, una Tarte aux Framboises. Torta di fragole con crema pasticcera. In fondo, è il tuo compleanno.
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Scendi le scale della metropolitana, ormai abituato alla plastica nera che ti scorre sotto i piedi, ai barboni dietro ogni angolo, perfino agli immigrati che vendono frutta, mah!, e che forse non sono immigrati ma semplici negozianti, solo con un negozio fatto di cassette di legno, nei corridoi di una metropolitana. Da Bastille, linea 1, la principale arteria est-ovest della città, direzione “La Défense”, fino a Châtelet les Halles. Una delle stazioni più grandi, potresti camminare per ore lì sotto. Il problema è capire qual’è l’uscita giusta…
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Appena alzi gli occhi, un mostro di metallo con un serpentone attorcigliato tutto intorno. Brutta, davvero brutta, come costruzione.
Ma la spianata lì intorno, leggermente in discesa, abitata da artisti di strada e musicisti, e soprattutto la pazza fontana poco distante, la fanno quasi sembrare indispensabile a questa città. E’ uno di quei posti, come la Défense, come la Tour Eiffel, che pur non essendo palazzi da manuale di storia dell’arte sono quasi l’anima vera di Parigi. E’ uno di quei posti che ti fanno pensare a questa città, quando li vedi, uno di quei posti senza i quali Parigi sarebbe solo una grande, grigia metropoli.
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Decidi di acquistare un biglietto per il Museo Nazionale d’Arte Moderna, all’interno di Beaubourg. L’ingresso è all’ultimo piano, così ti infili in quel tubo colorato che, lo scopri ora, è una scala mobile. Da laggiù in basso, un micio giallo ti guarda. Uno di quegli artisti di strada, questo weekend, ha deciso di salutare gli aerei, e gli avventurosi del tour de force dei musei, disegnando questo enorme felino dallo sguardo sornione, con un sorriso enorme. Ti guarda, e silenzioso ti racconta di questo quartiere pieno di giovani, di artisti, di gruppi di ragazzi sempre in giro, con uno skateboard attaccato allo zaino o un pallone da basket sotto braccio. Se il Quartier Latin era il quartiere degli intellettuali del secolo scorso, il quartiere delle librerie che sanno di muffa, se il Marais era il quartiere degli eclettici archittetti e stilisti gay, eredi di un quartiere ebraico solo recentemente sottratto allo squallore degli anni, se la Défense era il quartiere moderno degli uffici e dei centri commerciali, questo è il quartiere degli adolescenti, dei gruppi di giovani rapper, dei negozi di seconda mano, ma anche degli artisti di strada, dei pazzi che mangiano sigarette accese, dei vecchi ubriaconi che cantano canzoni degli anni cinquanta. Sembra un po’ di essere capitati in quelle periferie di grande città anglosassone immortalate dal cinema. E invece, è il centro di Parigi. A pochi metri da Beaubourg e dalla sua pazza fontana, un immenso centro commerciale. Storci il naso appena lo vedi, e ti fermi un attimo solo per dare un’occhiata da H&M e per comprare una crêpe al formaggio dal tipo che, dicono, è uno degli storici della città. Ti dice che da lui si fermano tutti, anche i politici italiani. Buttiglione. Fini. Ti guardi intorno, non si sa mai.
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Con la tua crêpe fumante in mano ti incammini verso l’interno del centro commerciale les Halles, che sembra un’immensa scultura postmoderna, piena di scivoli per gli skate e di fontane.
Una giostra con i cavalli bianchi. E un paio di ometti neri, due metri l’uno. Ti brillano gli occhi. Un pallone, e una strana fontanella usata come canestro. Strana reinterpretazione, ma insomma meglio di niente. Solo due tiri, prima di ripartire.
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Non ci avevi mai pensato, in effetti. Insomma, che potesse essere una delle tue prime mete qui. Prima del Louvre, prima degli Champs Elisées. E invece, non sai nemmeno perché, ti ritrovi qui. Scendi dal metrò alla fermata di Abbesses, quella dove Amélie incontra per la prima volta Nino. Forse è per questo che sei arrivato fin qui, chissà chi credevi di incontrare, con le mani a cercare una ragione di vita sotto un distributore di facce stupite. Comunque, esci dalla stazione e ti incammini in direzione opposta a quella dei giapponesi che, ti raccontava in metropolitana un tizio che lavora per uno dei localini di Pigalle, vengono apposta per vedere gli spettacoli di spogliarello. Dalla parte opposta, c’è il regno dell’assurdo, il regno dell’antico sapore di campagna, il regno dell’uva e del vino appena fatto, il regno dei mulini e dei conigli, il regno della Parigi che sa di torta al formaggio e con i colori di Amélie, tanto lo sapevi che alla fine si tornava lì. Il regno dei pittori, anche di quelli di strada, quelli che ti vendono tristi caricature. Il regno dei film di Truffaut, con quelle vie che sono scale e vicoli. Montmartre. Una collina, un paese all’interno di Parigi. Con un vigneto, un trenino, negozi bizzarri, botteghe con vecchi che suonano la chitarra, appoggiati allo stipite della porta, e il museo di Dalì, proprio dietro l’angolo.
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Sarà stato il museo di Dalì, il silenzio dei quadri e delle sculture, ma all’improvviso ti viene in mente che dovresti proprio andare. Non di corsa, per carità, in fondo ti piacciono le passeggiate tranquille con il naso all’insù, ma insomma dovresti proprio andare. Non c’è proprio modo di evitarlo…
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Mezz’ora, non di più. Pensavi ci sarebbe voluta una mezza giornata, invece te la sei cavata con una mezzoretta di metropolitana. Musée d’Orsay, stranamente deserto, così te ne puoi stare in pace.

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E il bello è che ora, qui davanti, mentre pensi a chissà cosa, non c’è proprio bisogno di dire altro…
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Pensare a un viaggio. Pensare a come sarebbe la cornice perfetta per un regalo di compleanno. Ma non è stato possibile. Così, ecco un viaggio immaginario, ai limiti del sogno… E’ cominciato tutto così. Con la voglia di regalarti un viaggio a Parigi, per questo tuo primo compleanno con me. Avrei voluto farti gli auguri davanti alla vera Venere, mano nella mano, in silenzio, per ringraziarti, in fondo, di tutto. Avrei voluto accompagnarti in giro per le vie di Parigi, facendoti vedere tutte le cose che ho provato a descriverti, e che sicuramente hai potuto solo immaginare… Di certo, non hai potuto sentire l’odore della metro, il sapore della baguette jambon-beurre, non hai potuto vedere il colore delle colline di Montmartre, non hai potuto alzare veramente gli occhi all’insù per vedere la Tour Eiffel dai sui piedi… Purtroppo, davvero non ho potuto trovare il modo di portarti lì, sul serio, per il tuo compleanno. Ti ho portato nei posti più belli, quelli che ti lasciano un buon sapore in bocca, quando ci pensi. Non ti ho portato a Pont des Arts. Un ponte di legno su cui si siedono sempre gli studenti, nei pomeriggi di sole. Una mattina, era il giorno dopo il mio compleanno, mi sono messa su una panchina a leggere un libro, proprio in mezzo al ponte. Erano tutti a letto per via della gran festa della sera prima, ma io non avevo sonno, così mi sono alzata di buonora e sono andata laggiù. Leggevo, come la maggior parte del mio tempo in solitaria peregrinazione per le vie di Parigi. Non ricordo nemmeno come è successo, ma insomma arriva questa ragazza che mi interrompe dai miei viaggi a Quinnipack e mi chiede di farle una foto insieme al suo ragazzo. Quello che non avevo previsto, è che non sono più stata capace di ricominciare a leggere, e mi sono messa ad osservarli, così felici con l’aria della Senna nei capelli e le dita intrecciate come i loro pensieri. Sono rimasta ore ad osservare tutte le persone felici che mi circondavano, io che mi sentivo così sola e sperduta in mezzo a quei milioni di piedi in corsa. E in un certo senso ero felice. Così, mi sono ripromessa di ritornare, un giorno, con il loro stesso sorriso e i loro stessi occhi. Mi sono ripromessa di farmi fare una foto con l’uomo che avrei amato, proprio lì a Pont des Arts.





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