“Ogni cosa è illuminata” (J. Safran Foer)

ognicosaeilluminata★★★★☆

Questo è quel che si chiama partire con il piede sbagliato. Mi sono arenata per giorni senza riuscire ad andare oltre la cinquantesima pagina – colpa della strampalata e sgrammaticata scrittura di Alex, che mi ha costretto ad estenuanti riletture di ogni singola frase. Che poi, a dirla tutta, questo registro volutamente buffo e sgrammaticato è proprio quello che alla fine salva il libro, insieme alla descrizione della storia di Trachimbrod. Al contrario, la storia non mi ha entusiasmato più di tanto, né il finale-non-finale… Insomma, una riuscita opera prima, in grado di raccontare in modo superbo una pagina terribile della storia, ma per essere un capolavoro mi sa che manca qualcosa.

Vecchie abitudini

Ogni tanto mi prende il momento “si stava meglio quando si stava peggio”: e quando non c’era tutto questo traffico, e quando c’era il tempo di sedersi a guardarsi negli occhi, e quando a scuola si sudava sui libri, e quando ancora le notizie si leggevano sui giornali e non su Twitter, e quando vuoi mettere la Smemo con Facebook? Cose così.

Ecco,oggi è uno di quei momenti. Ho ritrovato una scatola di biglietti d’auguri, vecchie lettere e cartoline. Fogli ingialliti dal tempo, ricordi di giorni in cui bastava la calligrafia con cui era scritto l’indirizzo per farci venire un tuffo al cuore.

Mia cugina e la nostra pluriennale indispensabile corrispondenza.
La migliore amica degli anni del liceo con i suoi biglietti d’auguri che erano in realtà lunghissime lettere, e mi scriveva anche se abitava a venti metri da me e ci vedevamo tutti i giorni.
Gli amici conosciuti durante quell’estate del novantotto, a Parigi, compresa lei che se n’è andata troppo presto e lui che ogni volta cambiava il nome del mittente, Asdrubale,Venanzio, Berengario, Egisto, Petronio Ernesto, Astolfo Gioacchino Melchiorre, Panurgo Venceslao Tibaldo.
Le amiche di penna del mare e quelle per imparare l’inglese e il francese.
Persino qualche ragazzetto che ora mi vien da sorridere a pensare che abbia trovato il tempo di scrivere una lettera, imbustarla, andare in tabaccheria, comprare un francobollo e spedire un paio di pagine di tutto sommato niente, io sto bene, sono stato a scuola, l’anno prossimo torniamo al mare lì, e tu come stai.

E così ho pensato che questa storia del trovare il tempo per scrivere, costruire un pezzo di mondo da spedire, fisicamente, a migliaia di chilometri di distanza, con un foglio di carta da lettere color avorio o una pagina strappata da un quaderno a righe, una busta con i fiori disegnati, un francobollo – ecco, questa è una cosa che era meglio – ma molto meglio – prima.

“Jules e Jim” (H.P. Roché)

Jules e Jim.png★★☆☆☆

Arrivata a metà l’ho dovuto fisicamente lanciare contro la parete di fronte al letto, esasperata. Ora aspetto che qualcuno mi spieghi il senso di tutte quelle pagine sprecate a mettere in fila brevi frasi sul noioso trascorrere quotidiano di questi due. Frasi senza enfasi, immagini senza significato, insomma un’aridità fastidiosa. Che qualcuno mi spieghi questa noiosissima e infinita apologia dell’amicizia snocciolata non attraverso una qualche stucchevole e romantica retorica del sentimento (che già mi avrebbe infastidito, vedasi alla voce Madame Bovary), ma addirittura trasposta sulla carta in una “cronaca sentimentale” asciutta e scarna. E va bene che probabilmente sono nata nel secolo sbagliato, per poterne apprezzare la potenza innovatrice, ma come diamine scrivi, Roché?

Postilla. Per chi conosce il mio totale disinteresse per il cinema, basti sapere che sono arrivata al punto di pensare che piuttosto mi guardo il film.