libri

“Piccoli esperimenti di felicità”

★☆☆☆☆
Il diario scanzonato di un vecchietto in una casa di riposo. Strappa qualche sorriso, lancia qualche spunto di riflessione sulla vecchiaia e la felicità – e basta. Manca la storia, a dirla tutta. Ma forse anche ai vecchietti.

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libri

“L’allieva”

★★☆☆☆
Un’inchiesta di polizia travestita da commedia che è un ottimo passatempo della domenica – ma va poco oltre. E ci sarebbe da aggiungere che CC è da prendere a schiaffi, altro che fascino, e Alice è una piagnona insopportabile.

pensieri

Ansie di madre

Durante il weekend ho (ri)provato a mettere un po’ di ordine nella cameretta dei bimbi. Con la scusa che è il mese dei compleanni, e che ormai sono grandi, e che arriveranno nuovi giochi, mi sono chiesta, di tutto quello che hanno, se c’è qualcosa che sia il caso di donare, o buttare, o insomma congedare con tutti gli onori dalla nostra vita.

E all’improvviso, ansia.

Perché tutti noi abbiamo dei giocattoli, dei ricordi, dei libri che vorremmo salvare all’incedere inesorabile del tempo. Nel mio caso (ma sospetto nel caso di molti) quello che si è salvato, grazie alle cure di mamma, non è necessariamente quello che io vorrei avere ora qui con me. Se penso ai miei anni di bimba e ragazzina, ci sono due o tre cose di cui ho un vivo ricordo, delle quali posso ancora sentire la consistenza sotto le dita, e l’odore. Chissà dove sono, ora.

Il My Magic Diary, che nonostante tutto è per molti aspetti molto meglio del mio smartphone. Un astuccio rigido con la chiusura a calamita e il coperchio morbidoso di Little Twin Stars. La casa di Barbie casa-ufficio. Un portafoglio enorme, che usavo come “kit di sopravvivenza” e portavo con me ovunque andassi – nonostante l’onniscenza di Internet, non sono riuscita a trovarne, ovviamente, una foto, ma era
verde, blu e viola, con la chiusura a velcro – se per caso lo ritrovaste su qualche mercatino… Le Smemo (ma qui mi sa che è colpa mia e dei miei traslochi).

E io, cosa butterò via, che non avrei dovuto mai e poi mai?

pensieri

Settembre, andiamo, è tempo di cambiare

Settembre è il mese dei buoni propositi. Più infido e illusorio di gennaio, c’è da riconoscerglielo – complice anche il fatto che dopo una manciata di settimane è già Natale, e si possono spazzare via le promesse in nome di un rinnovato slancio “in vista del nuovo anno”. Il mio buon proposito di quest’anno, al netto dei soliti poco convincenti impegni per combattere i rotolini e la stanchezza, è smettere di truccarmi.

Perché dopo un mese d’estate il ritorno al mascara mi ha provocato solo una fastidiosa irritazione.
Perché non vado mai in tivvù, e la pelle lucida posso pure tenermela.
Perché se è vero che un po’ di kajal evidenzia gli occhi dietro a questi fondi di bottiglia che chiamano occhiali, è pur vero che al primo stropicciamento divento un poco elegante panda dallo sguardo perso in una fastidiosa nebbia.
Perché dopo qualche settimana senza impiastri vari ci sono sempre meno imperfezioni da nascondere.
Perché quando ho chiesto a mio marito se stessi proprio male senza trucco, mi ha detto che non vede nemmeno la differenza.
Perché non riesco a trovare nemmeno un “perché sì”.
Perché a pensarci bene è la cosa più inutile e fastidiosa che ancora mi rimane da eliminare dalla mia routine quotidiana dopo il ferro da stiro e Facebook.

Postilla.
Lo smalto per ora lo tengo.
Un po’ come Twitter.

pensieri

Di identità, culture e case

(pensieri buttati giù un po’ alla rinfusa dopo aver letto un post di Concita de Gregorio)

Fino a poco tempo fa il mio mantra era “mai sia, che i miei figli non studino Manzoni!”. Poi ho cominciato ad osservarli un po’, questi miei figli, il grande che tifa Belgio ai mondiali ma che ora è in spiaggia in Romagna, il piccolo che canta le canzoni in francese e dice byebye per salutare gli amichetti stranieri all’asilo. E mi dico che, forse, basta solo allargare l’orizzonte. Loro sono un po’ italiani, e un po’ belgi. Sono Europei, e dell’Europa prendono un po’ quello che vogliono. Leggeranno Manzoni, a scuola o a casa, sapranno anche chi è Baudolino, probabilmente. Decideranno loro se sentirsi più italiani o più belgi (o forse “expat a Bruxelles”, che è ancora un’altra cosa). Considereranno normale la diversità e la complessità, creeranno una nuova identità e un posto che loro possano chiamare casa.

Che poi, a pensarci bene, è la stessa storia che ho vissuto io. Io che sono un po’ emiliana e un po’ salentina, che capisco il dialetto della bassa e ho nostalgia dei pasticciotti, ma che in fondo, se me lo chiedi, sono italiana.