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valencia

Venerdì 9, sopra a qualcosa che potrebbe essere la Sardegna. Decollo regolare, solo ora che mi sono messa a scrivere l’aereo ha deciso di cominciare a tremare. Orfani della trousse da bagno, ma ristorati da un pacchetto di biscotti pessimi, ce la stiamo cavando alla grande. Abbiamo sfidato la sorte con il Gratta e Vinci Ryanair, ma per questa volta niente macchina. Ci consoleremo al ritorno con il portachiavi. E ora è in corso il dibattito “Sardegna o Spagna?”, vale a dire: siamo sulla costa sud della Sardegna o stiamo costeggiando la Spagna da nord a sud?

Sabato 10, dall’orfanotrofio-ospedale-manicomio del Pilar. Appena ho un minuto provo a ricostruire il lungo e tortuoso cammino reception-camera. “Esteso e Irregolare”, come dice Lonely Planet, è un eufemismo. Ma, visto che l’abbiamo trovato a tempo di record e a un orario assurdo, direi che potremmo soprassedere, per una notte. E poi solo così si riescono a fare incontri indimenticabili in corridoio…

Colazione al Café Lisboa, ovvero la grotta del presepe, con le voltine dorate e le travi blu. Nota di colore: non hanno le brioches, ma pane abbrustolito con burro e marmellata.
Il bar da  fuori sembra un bar del Marais. Commovente.

E tutta la città fa un po’ Parigi.
Solo stranamente e drammaticamente pulita e silenziosa.
Oltre ogni più rosea previsione.

Ostello senza parole, e in un attimo ci ritroviamo da alloggio di fortuna traballante e pidocchioso a stanzetta matrimoniale con bagno in camera, letto da albergo, aria condizionata e TV. Tutto questo scendendo solo di un piano.

Pomeriggio. Dopo la visita alla zona più moderna della città, versione ridotta della Défense, un salto nei quartieri del morto, molto più spartani ma con un lungomare da cartolina. Manca l’odore del mare, però.

Pomeriggio trascorso a bere sangria in un baretto da scaricatori di porto, poi a sfuggire all’inesorabile controllo biglietti in metropolitana, con il non trascurabile effetto di aver imparato a memoria le paradas tra Francisco Cubells e Colòn. Con i piedi ancora bagnati di acqua di mare e, finalmente, un biglietto della metro in tasca, alla ricerca di un posto dove mangiare paella. La Reina si rivela infruttuosa, visto che avremmo dovuto prenotare probabilmente anni fa. Alla fine l’idea geniale ci salva da morte certa: il “lurido”. Il che vuol dire morte altamente probabile, ma almeno a stomaco pieno. Anzi, strapieno, visto che il mio piatto unico comprendeva “solo” un hamburger, due uova, patate fritte, insalata e pomodoro.

Domenica 11. Ormai rituale colazione nel mio bar preferito, a discutere di difetti italiani. Bella prospettiva di vita, soprattutto in una giornata di sole. Tra un museo e l’altro, riesco a mangiare finalmente la paella valenciana. Anche se, in aggiunta a tutto il resto, è una digestione da mutuo pluriennale. Ma ne è valsa decisamente la pena. E poi, così abbiamo la scusa, dopo l’ormai rituale sangria dal “lurido”, per provare le famose tapas.

Serata itinerante con un litro di beverone di ananas, arancia e papaya, trofeo della Zumeria. Peccato che stesse per chiudere. Comunque, si è aggiudicata il primo posto nei locali preferiti di Coccinella astemia.

Lunedì 12. Carichi di bagagli ma intenzionati a farci venire fame. Shopping compulsivo e Pan de queso, fino all’ultima avventura: Come riuscire ad imbarcare un pallone da basket in aereo?

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