abbey, un giorno dopo, in sogno

passeggiava sola, era notte. forse se ne sarebbe accorta, se avesse degnato di uno sguardo il mondo esterno, e non si fosse dedicata così assiduamente a dipanare i suoi pensieri, slegandoli e attorcigliandoli tra loro, cercando di trovare un senso negli eventi di quelle ultime ore. forse, se avesse solo sbirciato qua e là, ogni tanto, agli incroci, si sarebbe accorta di aver superato da un pezzo la sua meta ultima, o quello che avrebbe potuto essere la sua meta ultima. si sarebbe anche accorta di quell’ombra che la seguiva, ormai da ore, instancabile e silenziosa. e forse avrebbe potuto capire a fondo quello che sarebbe successo, di lì a pochi minuti, quello che tante volte aveva aspettato, temuto, e che proprio mentre abbassava la guardia scaricava su di lei tutti i suoi effetti. non ascoltava, o forse rifiutava di capire a fondo, quello che tante volte si era detta, senza sosta, ogni momento di quegli ultimi mesi di solitudine e pellegrinaggio muto per le vie della città. come d’incanto, tutti gli avvertimenti che la sua mente aveva mandato a memoria sembravano scritti sulla sabbia, all’avvicinarsi dell’alta marea. sembravano ora svuotati di significato, niente aveva più senso, niente sembrava voler dire ancora qualcosa, quella notte. anzi, sembravano ora lasciare inesorabilmente il passo a una richiesta di riscatto, una disperata richiesta di aiuto, per favore, non chiedo altro che di dimenticare. a volte, basta anche solo un attimo e ci si ritrova in un posto che non ci si aspettava di vedere, a cercare nei ricordi il momento esatto in cui si è presa una nuova strada….era notte. poche macchine in giro, era agosto e la città è sempre deserta e silenziosa. forse un’altra beffa del destino, direbbero, se solo fosse partita in vacanza, ora sarebbe, nella peggiore delle ipotesi, in una vecchia osteria, a guardare un paio di vecchi giocare a carte e bere lambrusco.

e invece, silenzio.
asfalto.

la luna lassù, un paio di stelle ad augurare un buon risveglio attraverso le persiane socchiuse. i primi lavoratori del giorno. qualche ora ancora e si sarebbe dovuta mettere al lavoro, un’altra settimana seduta a una scrivania, davanti ad una tastiera e con mille idee, confuse, incerte, nella testa. sarebbe dovuta cominciare un’altra, noiosa, tutto sommato inutile settimana di lavoro. se avesse seguito la strada della sua ragione, i precisi, chiari, accurati avvertimenti che da mesi si ripeteva, automaticamente, ogni volta che la sua strada si incrociava con quella di qualcun altro. invece, la città aveva progetti diversi, strade sconosciute nelle quali avventurarsi, sbirciando dietro gli angoli dei portoni, salutando i cani randagi, passando oltre le cartacce gettate a terra, lo sguardo fisso sui pensieri, solo quelli, le sensazioni, e non sapere dove le strade vanno a finire. perdere di vista la meta, non pensarci nemmeno più. non avere il tempo, né il bisogno, di pensarci. vagare, a pochi centimetri da terra, per la città silenziosa.

…accanto, un uomo dorme. strana sensazione, strani eventi, strana alchimia… strano sentirsi così libera di poter stare semplicemente qui, così. strano pensare di poter non pensare al futuro, strano credere che si possa pensare di poter vivere qualcosa, e qualcuno, fino all’ultima cellula, senza volerne o doverne prevedere la fine, o l’inizio. semplicemente vivere e sentire in ogni angolo del corpo e della mente di stare bene, qui, con lui. anche se, in fondo, laggiù, rimane la paura che possa finire con la stessa rapidità con cui è cominciato, un paio di giorni e tutto è solo passato, un ricordo appuntato distrattamente su un quaderno, un’immagine sbiadita in testa, un odore a fior di labbra che pian piano scompare..

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