il topo di città

Ieri sera passeggiavo per le vie semideserte di Forlì e mi sembrava di essere in una metropoli. E’ stato allora che ho capito.

Sono un animale cittadino. Mi piace uscire, camminare tra la gente, avere intorno facce da guardare, fermarmi in un bar e vedere il mondo che mi vive intorno. Mi piace uscire di casa la mattina, svegliarmi insieme a tutti gli altri, prendere il pullman, o la metropolitana, e la sera decidere se tornare a casa, nel mio silenzioso angolo di mondo, o uscire. Mi piace avere intorno delle cose da fare, perché mi tengono viva. Mi piace vedere i cartelloni pubblicitari delle mostre, anche le insegne dei cinema, nonostante non lo ami affatto. Mi piace fermarmi a comprare il giornale mentre vado in posta, o guardare i saldi mentre torno dal lavoro.

Mi piace che la città mi ricordi che sono viva.

Ora vivo in un paesello sperduto, di quelli che se devi andare in posta vai in posta, incontri se va bene l’addetta ai depositi Banco Posta che è uscita per un caffè, e poi non hai altro da fare che tornare a casa. Un posto in cui se vuoi fare qualcosa la sera devi ingegnarti a cercare su internet qualcosa di interessante, ad almeno un’ora di macchina. Facile capire come mi senta una pensionata.

Mi hanno detto che non funziona così. Che se ho voglia di uscire, e di fare qualcosa, sono liberissima di farlo anche nel paesino sperduto. Soprattutto quando il più delle volte si tratta di andare a trovare un’amica. Però ancora non mi convince. Va bene per tre mesi d’estate, per staccare il cervello e giocare al topo di campagna. Poi ho bisogno della città, ho bisogno di arrivare a casa la sera stanca, arrabbiata con i vicini, inquinata. Viva.

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4 pensieri su “il topo di città

  1. laragazzaconlavaligia ha detto:

    Non puoi capire quanto ti capisco. La mia migliore amica si trasferisce a Longara ed è tutta contenta. Quando mi ha portato a vedere la casa, per tutto il tragitto in macchina non ho fatto altro che dire “Tesoro! Sei in mezzo ai campi! Cioè, voglio dire, sei proprio in mezzo ai campi!!”.
    A me già pare piccola Bologna. Infatti appena posso mi trasferisco in un quartiere popolare, così il traffico e i vicini incazzosi ci sono sicuro, e per le vacanze me ne torno nella mia beneamata Parigi :D

  2. Vita ha detto:

    Come ti capisco…
    A me stare in un posto di provincia piace per tre giorni, per dimenticarmi dello smog e tornare a desiderarlo.
    Però, il silenzio ha delle voci che impari a distinguere solo quando impari ad ascoltarlo.
    Uhm…non so se sono chiara…

  3. silvanascricci ha detto:

    Non scrivo più di tanto perchè se no replicherei quanto detto dalla ragazza con la valigia.
    Però, Bologna mi sembra piccola vorrei vivere in una città come Parigi o New York dove incrociare facce e mondi nuovi e diversi.
    Ho una casa in montagna (in un paesino di 100 anime o giù di lì), quando ci vado dopo 2 giorni devo scappare via con una sclero assurda.
    Ciao
    Silvana

  4. j ha detto:

    Posso capirti quando dici che vivendo in una realtà “rurale”, o comunque non urbanizzata, hai delle aspettative di vita sociale non corrisposte. E’ comprensibile, ma bisogna anche ammettere che è una realtà che vivono relativamente poche persone e spesso la qualità della vita in questi posti è determinata da fattori troppo particolari e specifici per essere significativi.
    Quello che invece preoccupa veramente, secondo me, sono quelle “città” che vengono chiamate così solo per la “quantità” di gente, e non per la “qualità” urbana. E penso a tutti quei casi “estremi” di inurbamento che hanno rivelato tutti i loro limiti negli altri paesi e che noi ancora ci ostiniamo a produrre. E parlo tanto delle “città alte” (tipo le banlieue parigine) quanto delle “città basse” (…qualcuno ha presente la periferia di Los Angeles?!?)
    Tutto questo per dire che non sempre vivere “in” città significa vivere “la” città. Le cose sono sempre più complicate di quanto non sembrino… purtroppo.

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