“L’ospazio profondo” (C.U. Grazia)

L ospazio profondo.jpg★★★☆☆

Questa deve essere la settimana del revival. Dopo i ricordi sulle case delle bambole e dopo le confessioni sulla mia infanzia da futura maestra con vita privata inesisistente, passiamo alle fantasie trash-spaziali da ricreazione in palestra. La ricreazione. Bei tempi. Inventata nella speranza di digerire (dimenticare?) quello che spacciavano per cibo alla mensa scolastica. E invece. I giorni di pioggia, quando non si poteva correre in cortile che ti sporchi e poi sudi e se ti ammali la mamma ti mette in castigo, erano i migliori. Erano i giorni in cui da un vecchio banco rotto abbandonato in un angolo saltava fuori un’astronave,  e dagli scarabocchi sulla lavagna ormai grigia di gesso un sistema solare. Erano i giorni in cui: allora, domani portiamo un po’ di carta d’argento per fare i cappelli degli astronauti. Erano le sere in cui mamma doveva correre al supermercato, perché: no, tesoro, la carta d’argento è finita.

Ecco, leggere questo libro è come fare una lunga ricreazione in palestra, inventare i nomi più strani, pescare dalla televisione nomi e pensieri, da storpiare, ingigantire e colorare. Con la differenza che questo è scritto un bel po’ meglio dei nostri dialoghi da giochiamo agli uomini dello spazio.

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