pensieri

Vecchie abitudini

Ogni tanto mi prende il momento “si stava meglio quando si stava peggio”: e quando non c’era tutto questo traffico, e quando c’era il tempo di sedersi a guardarsi negli occhi, e quando a scuola si sudava sui libri, e quando ancora le notizie si leggevano sui giornali e non su Twitter, e quando vuoi mettere la Smemo con Facebook? Cose così.

Ecco,oggi è uno di quei momenti. Ho ritrovato una scatola di biglietti d’auguri, vecchie lettere e cartoline. Fogli ingialliti dal tempo, ricordi di giorni in cui bastava la calligrafia con cui era scritto l’indirizzo per farci venire un tuffo al cuore.

Mia cugina e la nostra pluriennale indispensabile corrispondenza.
La migliore amica degli anni del liceo con i suoi biglietti d’auguri che erano in realtà lunghissime lettere, e mi scriveva anche se abitava a venti metri da me e ci vedevamo tutti i giorni.
Gli amici conosciuti durante quell’estate del novantotto, a Parigi, compresa lei che se n’è andata troppo presto e lui che ogni volta cambiava il nome del mittente, Asdrubale,Venanzio, Berengario, Egisto, Petronio Ernesto, Astolfo Gioacchino Melchiorre, Panurgo Venceslao Tibaldo.
Le amiche di penna del mare e quelle per imparare l’inglese e il francese.
Persino qualche ragazzetto che ora mi vien da sorridere a pensare che abbia trovato il tempo di scrivere una lettera, imbustarla, andare in tabaccheria, comprare un francobollo e spedire un paio di pagine di tutto sommato niente, io sto bene, sono stato a scuola, l’anno prossimo torniamo al mare lì, e tu come stai.

E così ho pensato che questa storia del trovare il tempo per scrivere, costruire un pezzo di mondo da spedire, fisicamente, a migliaia di chilometri di distanza, con un foglio di carta da lettere color avorio o una pagina strappata da un quaderno a righe, una busta con i fiori disegnati, un francobollo – ecco, questa è una cosa che era meglio – ma molto meglio – prima.

Annunci
pensieri

Giornale radio

Dalle persiane socchiuse della camera da letto sul retro entrava la luce del sole, ancora troppo calda per essere un mattino di fine agosto. Accanto a me quel ghiro di mio fratello dormiva ancora, con i pugni stretti intorno al bordo del lenzuolo. Sul cuscino, lunghi riccioli biondi, che in estate si schiarivano fin quasi a scomparire, trasparenti come sottili tentacoli di meduse sulla nuca. Le palpebre, leggermente sollevate, lasciavano intravedere gli occhi castani, sorpresi nel mezzo di un sogno agitato.

Al piano di sotto, attutito dalle porte chiuse, l’inconfondibile rumore del mattarello sul tagliere e, di sottofondo, l’immancabile giornale radio. La nonna doveva essere già sveglia da un po’, se aveva avuto il tempo di andare a prendere le uova nel pollaio e preparare un enorme disco di sfoglia che sarebbe bastatao a sfamare noi due piccoli a malapena fino alla settimana seguente.

Mi alzai, raccolsi il libro abbandonato sul cuscino dalla sera prima e decisi che era ora di scendere in cucina per la mia meritata tazza di latte caldo con i biscotti. Quelli rettangolari, i miei preferiti – che quelli tondi non sapevo mai da che verso tuffarli nel latte.

La scala che dalle camere portava in cucina mi aveva sempre fatto paura. Grigia. Ripida. Fredda. Buia, soprattutto. Scesi in fretta, trattenendo il respiro ed evitando accuratamente di voltarmi indietro, finché la porta di vetro della cucina non venne in mio aiuto.

Buongiorno, disse la nonna.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola. Ma è anche uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia, quando trascorrevo le mie vacanze in una casa che il terremoto, esattamente quattro anni fa, si è portato via.

pensieri

Domenica

È domenica. C’è da dire che io in genere odio quel noioso surrogato di vacanza che è la domenica. Oggi, invece, è tutto così incomprensibilmente morbido. Le luci dei lampioni, che aspettano pazienti le otto persone spegnersi, sembrano tante lune, tutte in fila. Le occhiaie riflesse nello specchio del bagno sono ridotte a lievi ombre innocue. Persino i piatti sporchi, malfermi nel lavello, i giochi abbandonati alla rinfusa in salotto, i calzini aggrovigliati sulla sedia si confondono in un mondo ovattato, senza spigoli e senza imperfezioni.
E io che pensavo fosse una tragedia, perdere gli occhiali.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola.

pensieri

Cut.

Non so se vi ho mai parlato di Nancy. Nancy è, suo malgrado, quello che qualcuno definirebbe il mio guru. L’ho conosciuta anni fa, durante un corso di Assertiveness. Lei era l’insegnante, e da quel giorno la mia vita è cambiata un po’. Quest’anno, Nancy ha lanciato il suo personale buon proposito per l’anno nuovo: scegliere una parola intorno alla quale “costruire” tutta la nostra vita, per i prossimi 12 mesi. Ho raccolto la sfida, ed eccomi qui: la mia parola è Cut. Perché ho bisogno di tagliare il superfluo (Facebook, i chili di troppo, i conoscenti che frequenti solo “perché sì”, gli inutili spuntini davanti al computer, il mal di schiena, i libri brutti) per concentrare tutte le mie energie su quello che è veramente importante nella mia vita.

Ah – dimenticavo. Non so se avete notato. Il “vecchio” nome del blog, “Pensieri Sparsi di una Coccinella Felice”, è diventato un sottotitolo – che poi è quel che in fondo è sempre stato. Ho finalmente trovato un nome vero, di quelli che quando l’ho visto ho detto “è lui!”, di quelli hanno a che fare con le coccinelle, la bellezza un po’ naïf dei campi di margherite e la vita sempre un po’ spettinata dei papaveri.

pensieri

Il giro d’Europa in 28 libri

Quando, l’anno scorso, ho partecipato alla cerimonia di premiazione dell’European Union Prize for Literature, la parte intraprendente di me ha messo in lista d’attesa un nuovo progetto: leggere almeno un libro per ogni paese dell’Unione Europea. Qualche ora dopo la parte disfattista di me ha cancellato il progetto, archiviandolo alla voce “irrealizzabile”. Poi, la rivelazione: pare che una splendida donna che risponde al nome di Ann Morgan abbia letto, in un anno, un libro per ogni paese del mondo (qui trovate il suo TED talk). E allora mi sono detta che in fondo 28 paesi non sono niente, in confronto.

Last year I attended the European Union Prize for Literature Award Ceremony, and I thought of a new project I could put in place: reading at least one book from every EU member State. Then, after a few hours, I decided it wouldn’t make sense to compile a list of books I could not read simply because… well, I only speak Italian, English and French. But then, Ann Morgan revealed me that my idea was not too crazy: she read, in a year, a book from every single country in the world (here you can find her TED talk). Nothing compared to my short 28-countries list… And so – here I am.

pensieri

A proposito di Bruxelles

Ho sempre pensato che Bruxelles la domenica fosse noiosa: negozi chiusi, vie deserte, ristoranti in riposo settimanale. Ovviamente, non l’avevo mai vista veramente deserta: lo scorso fine settimana Bruxelles era, letteralmente, una città fantasma.

Surreale, Bruxelles, con colonne di mezzi blindati che attraversavano la città, lentamente, come in quei film che parlano di guerre e invasioni. Apocalittica, Bruxelles, con i giornali che per evitare di vanificare gli sforzi della polizia hanno sospeso la divulgazione delle notizie sulle operazioni in corso domenica, senza darci modo di sapere cosa stesse succedendo, né dove. Silenziosa, Bruxelles, niente macchine, nessuna risata, persino i cani devono aver pensato che non era il caso di abbaiare. Soltanto, ogni tanto, una sirena o il rumore lontano di un elicottero.

Qui l’emergenza non è finita con gli assalti coordinati di domenica, né con gli arresti di lunedì. La metropolitana non si è ancora messa in moto, i centri commerciali e le scuole rimangono chiusi, molti uffici si sono “trasferiti” diligentemente sul divano di chi lavora da casa. La polizia continua a pattugliare le strade, anche se ha avuto il buon gusto di togliermi quell’antiestetico carro armato dalla piazzetta vicino casa.

Nonostante la tensione, però, noi qui siamo riusciti a vivere, non solo a “sopravvivere”. Sono state prese misure straordinarie per permettere operazioni di polizia su larga scala, abbiamo incrociato mezzi pesanti e uomini e donne vestiti a guerra, abbiamo visto la città richiudersi su se stessa, silenziosa, per lasciar spazio a chi aveva promesso di difenderci. La mattina dopo ci sentiamo un po’ come se avessimo fatto la nostra parte: noi che ce ne siamo stati a casa a mangiare pizza surgelata e a giocare con i bambini, gli abitanti dei quartieri a rischio che si sono visti l’esercito in salotto, persino i gatti che hanno inondato Twitter come risposta alla richiesta delle autorità di non divulgare dettagli sulle operazioni in corso.

Quello che viene spesso additato come un paese diviso, con un governo (quando ce l’ha) incompetente, con una burocrazia che persino un italiano definirebbe fantozziana, ha dovuto gestire un’emergenza e ha dato prova di saper chiedere (in tre lingue, ça va sans dire) ai suoi cittadini di collaborare per fronteggiarla. E noi cittadini, di ogni nazionalità e religione, oggi siamo qui, mentre portiamo fuori il cane, a parlare di cosa abbiamo fatto di bello in questo fine settimana diverso dagli altri.

Nota a margine: questo pezzo è stato scritto per (e pubblicato su) il quotidiano piacentino Libertà. Il giorno dopo aver scritto questo pezzo, il governo belga ha annunciato l’estensione del livello di massima allerta fino almeno a tutta questa settimana. E ho pensato che forse il riferimento all’incompetenza preconcetta delle istituzioni belghe non è così campato per aria. Le mie impressioni sul weekend e sull’atteggiamento dei miei nuovi concittadini in quelle quarantott’ore di straordinaria follia rimangono invariate, per fortuna, ma per chi volesse anche il rovescio della medaglia qui c’è un’articolo interessante su cui riflettere.

pensieri

Il drago della pappa

Dopo un anno di mal di pancia e visite pediatriche, quest’estate è arrivata la risposta a tutti i nostri dubbi: bimbo non prende freddo al pancino (nonostante gli avvertimenti delle nonne), non ruba chili di cioccolata di nascosto (come faceva sua mamma…), non ha gravissime carenze o strane malattie.
Semplicemente, è celiaco.
Da genitori, la nostra prima reazione è stata, ovviamente, come riuscire a fargli capire l’importanza di un’alimentazione “sicura” in un’età in cui non riesce a capire perché non può mangiare tutto quello che vuole (anche se, a dirla tutta, per ora “tutto quello che vuole” è uva, pomodori e banane).

Abbiamo iniziato a pensare ad una storia che riuscisse a spiegargli in modo semplice “i fondamentali” della celiachia. Mancava solo una mano esperta per trasformare in realtà quello che ci passava per la testa: per fortuna un’amica comune ci ha suggerito di rivolgerci a quel poliedrico illustratore (nonché disponibilissimo essere umano dietro la matita, impareggiabile nella passione che ha messo in questo progetto) che, nel magico mondo del web, trovate alla voce Franz. Il risultato è stato un bellissimo regalo di compleanno – e devo dire che ne siamo decisamente orgogliosi.

pensieri

buon compleanno

mi piace pensare che il paradiso esista.
che non sia un cielo pieno di nuvole e angioletti, ma una casa uguale a quella che abbiamo qui. mi piace pensare che ognuno di noi avrà il suo paradiso, le sue città, le sue case, persino i suoi vicini di casa pettegoli e i negozi con la saracinesca abbassata, la domenica, per l’eternità.

mi piace pensare che ora, lassù, ci sia una casa uguale a quella di via oberdan.
con gli stessi odori, gli stessi colori. con gli stessi libri impolverati, con lo stesso bar sotto casa per comprare i pasticciotti, con lo stesso balcone lunghissimo e inondato di luce. con la stessa credenza con il cassetto che si fa sempre una gran fatica a richiuderlo, e lo stesso frigorifero che oggi si chiama vintage, e che un tempo si chiamava benessere. con lo stesso enorme corridoio, che quando ero piccola ne avevo paura, così buio e infinito. con lo stesso magico tavolino dal quale spuntavano le bottiglie di digestivo. con lo stesso salone inaccessibile a noi bambini. con lo stesso divano che ti si appiccica alle cosce sudate di mare e di sole. con lo stesso marciapiede sconnesso, che a sinistra c’è lo stradone e a destra, in fondo, la città.

mi piace pensare che questa mattina nonna si sia svegliata nel suo letto, con l’odore di caffè nelle narici. caffè quarta, per la precisione. ninì, in cucina, prepara la colazione per festeggiare il suo primo compleanno da quando è tornata da lui. il suo primo compleanno nella sua casa di ricordi. insieme dopo tanti anni.

mi piace pensare che poi siano usciti, lei sottobraccio a lui, al collo la spilla ovale con il corallo, e siano andati al mercato. patate, zucchine, pomodorini. la ricotta fresca, e le uova. nel pomeriggio, mentre ninì legge il giornale, lei si infila quel suo grembiule bianco, e comincia a cucinare. chiacchierano, e ridono.

e mi piace pensare che ora se ne stia lì, mentre aspetta che tutto sia pronto, e mi guardi trafficare in cucina.

per cena, taieddhra e crostata di ricotta.
anche qui.

buon compleanno, nonna.

pensieri

intransito

non so se vi è mai capitato, realizzare solo da adulti che da piccoli si erano prese gigantesche cantonate etimologiche e ortografiche. e non parlo del non aver mai saputo se si scrive “qual è” o “qual’è”. no. io sono cresciuta ignorando completamente il rapporto tra artico e antartico. non mi ero mai soffermata sul loro legame etimologico, su quell'”anti” così evidente che mi era sfuggito, sempre. e soprattutto, io ero convinta che il treno che passa senza fermarsi in stazione fosse un particolare tipo di treno. il treno intransito. plurale intransiti, ovviamente.

pensieri

arriva una scatola piena di…

qualche tempo fa ho letto su internet di una tradizione finlandese che vuole che ogni nuovo nato riceva dallo stato una cosa che si chiama äitiyspakkaus. una scatola di cartone che è anche una culla. una scatola di cartone che è anche un baule pieno di regali.

e ho pensato che è una bella cosa, che ogni bimbo abbia un regalo così bello. che non importa che famiglia hai, non importa dove vivi, non importa se sei bello o brutto, cicciotto o magrolino, maschio o femmina, non importa se hai una mamma distratta che dimentica di comprarti il cappottino – i tuoi primi giorni in questo freddo e strano mondo li passerai al calduccio di una scatola di cartone, come tutti gli altri bimbi.

a me questa cosa è sembrata bellissima.

questa, e l’immagine di quell’impiegato dell’ufficio nascite, che tutte le mattine con la sua ventiquattrore si incammina verso il suo ufficio dai mobili di legno. un caffè, pane di segale con marmellata di mirtilli, e via verso una lunga giornata di lavoro. seduto alla scrivania, una matita in mano e un foglio bianco davanti. pensa a cosa mettere nella scatola, osserva dalla finestra le mamme che passeggiano con i loro bambini, e immagina di cosa possano aver bisogno. butta giù una lista. aggiunge. corregge. scrive anche un paio di cose che sembrano stupide, ma che a lui, quando era piccolo, erano sembrate importantissime. dal 1930 ad oggi, nonostante il freddo, la neve, le guerre, internet, le notti in bianco, la testa da un’altra parte, il cuore innamorato, un impiegato si siede alla scrivania e immagina il mondo di un bambino che nemmeno conosce.

così mi sono messa a pensare cosa ci avrei messo io, in questa scatola.

  1. un biberon, perché la pace del mio bimbo che mangia è una sensazione che tutti dovrebbero provare
  2. un quaderno e dei pennarelli, per non dimenticare i ricordi più importanti
  3. i libri di richard scarry
  4. le ricette di mamma e papà, perché così potrà sempre sentirsi a casa
  5. un piumone per le domeniche mattine a rotolarsi nel letto, in inverno
  6. la sua prima foto con il suo papà, perché quello sguardo stancofelice è la cosa più bella del mondo
  7. un cappotto, perché il freddo non può essere una scusa per starsene in casa
  8. un costume da bagno, perché possa andare a conoscere il mare il più presto possibile
  9. una confezione di lego, ma senza le immagini per costruire una cosa che qualcun altro ha deciso per te
  10. un guinzaglio per un amico a quattro zampe
  11. una bicicletta, per volare
  12. la giostrina con le api da appendere sulla culla, magari con le coccinelle al posto delle api
  13. un barattolo di nutella, perché non si sa mai

e voi? cosa ci mettereste?

postilla. questo post è rimasto nella scatola delle cose da finire per un po’ di giorni. poi, questo pomeriggio, ho letto che enrica ha avuto la mia stessa idea, e mi sono detta che è proprio ora di finire questa lista e pubblicarla. ma soprattutto, mi sono detta che dovevo dirvi di andarvi a leggere anche quell’altra, di liste. che è proprio bella.

pensieri

io amo scrivere

ci sono alcune parole che inevitabilmente generano confusione e ambiguità. uno dice una cosa, credendo di essere chiaro, e poi scopre di essere stato frainteso. ad esempio. nella mia presentazione su questo blog si legge: “sopra ogni cosa amo leggere. appena sotto, scrivere.”. ecco.

scrivere.

che io mica intendevo scrivere come gli scrittori, come mettere nero su bianco dei pensieri, come dare libero sfogo alla fantasia. no. io amo scrivere nel senso più letterale del termine: con la penna in mano, scorrere su un foglio bianco. in genere, per sfogare questa mia passione, copio e ricopio la mia rubrica del telefono. o gli appunti delle riunioni al lavoro. o i miei pensieri su fogli sempre diversi. o le ricette di cucina. o la stessa parola, con caratteri e inclinazioni sempre diversi. o la mia firma, in monotone colonne su un foglio.

è l’atto fisico dello scrivere che mi piace.
del contenuto, francamente, mi interessa poco o niente.

pensieri

io, a grandi linee

ci si innamora. si apre un blog. si trova un lavoro serio, di quelli che i nonni sono orgogliosi anche se non hanno ben capito di cosa si tratta. si adotta un cucciolo, che poi si rivela essere l’amore piú grande mai visto tra un naso e una coda. ci si sposa. si parte per il portogallo. e dopo un po’ di si torna. ci si fa un tatuaggio. o tre. si diventa vegetariani. ci si trasferisce nella capitale d’europa, perché si sa che il freddo mantiene giovani. si cerca la casa perfetta. e poi si aspetta, piú o meno pazienti. quest’anno il mio compleanno sembra lontanissimo.

pensieri

nona i mè car mirandules

Stamattina ho comprato il giornale. La Repubblica, per la precisione. Quella di ieri, per la precisione. Perché qui va così. Anche se ne ho lette e sentite di tutti i colori sul terremoto, comprese teorie di cospirazioni, guerre segrete, fine del mondo, profezie e romagovernoladro, avevo bisogno di vederlo scritto con quell’inchiostro che ti rimane appiccicato alle dita. Avevo bisogno di sentirne l’odore, che è poi l’odore delle cose che capitano. Non so voi, ma io son fatta così. Ad esempio. L’attacco alle torri gemelle ha l’odore dell’International Herald Tribune e il sapore del toast al tonno della sala studio. Il processo al mostro di Firenze ha il suono del telegiornale attutito dai cuscini del divano del tinello. La guerra in ex Iugoslavia ha il rumore dei caccia che partivano da San Damiano e mi passavano sopra la terra. Avevo bisogno di un ricordo anche per questo. O forse, più probabilmente, avevo bisogno di sentirmi meno lontana.

In prima pagina, Michele Serra scrive: “La sola cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone.”

Nel mio caso, mi ha costretto anche alla consapevolezza che questo vincolo è ormai solo nei ricordi delle mie vacanze in campagna, a Mirandola, e nelle pagine del mio diario. Leggo il giornale, e conosco ogni luogo, ogni nome, ogni strada. Guardo le foto, cerco di ricordare quello stesso angolo di mondo prima del disastro. Quando ci riesco, mi si stringe il cuore come se fosse casa mia. E d’altra parte non trovo una parola più adatta di “casa”, per tutto questo.

Il ricordo delle mattine d’estate, quando ti svegli e dal piano di sotto arriva il brusio del giornaleradio, il rumore costante e regolare del mattarello che scorre sul tagliere, il vociare delle galline pettegole, lo scoppio del trattore che si mette in moto.
L’odore del fritto per cucinare gli gnocchi, in garage.
Il canto delle cicale che si riappropriano della campagna, una volta messi a letto i grilli.
Il colore dei pomeriggi d’estate, dopo pranzo, in sala, con le persiane chiuse per fare uscire le mosche e il fresco riposante del silenzio.
Il rumore della ghiaia nel vialetto, quando arriva un parente in visita. E l’odore delle carte da gioco, ogni volta che arriva un parente in visita.
I sacchi di mangime per le mucche.
Il rumore del freezer nella camera di sopra, con dentro i ghiaccioli.
La porta che dalla camera dei nonni sale su in solaio, e la forma del chiavistello che tiene lontano il buio e l’odore di muffa.
Quel buchino nella canottiera bianca del nonno, portata sopra ai pantaloni azzurri, che sembra che ci sia nato, vestito così.
Le mani lavate prima di entrare in casa, nel rubinetto in cantina.
In inverno, il caldo del lettone con le braci nel mezzo.
L’odore della stufa.
La brina nell’orto.
Il compleanno con i cugini, tutti insieme, con le lasagne e i cappelletti di zucca.
E Al Barnardon, che arriva ogni anno sotto l’albero di Natale, e che quest’anno sarà più triste del solito.

pensieri

zampirone, quello verde

in fondo era estate. c’era da aspettarselo. quello che non capiva era come mai i ricordi si mescolassero ai sogni. c’era da aspettarsi che quell’odore, come tutti gli odori di questo mondo, avrebbe risvegliato qualcosa, una qualunque banalissima emozione. la differenza era che quella volta il fumo dello zampirone la portò in un mondo inesistente, in un racconto immaginato e non vissuto. era una cosa nuova, tanto valeva chiudere gli occhi e vedere come sarebbe andata a finire. zampirone, accanto alla finestra aperta. o lo si odia dal profondo dell’anima, o non c’è estate senza odore di abbronzante e zampirone. lei era una di quelle da abbronzante e zampirone. per questo, appena accesa la lucina rossa, quella testa di serpente mangiazanzare, la mente la riportò indietro di anni, in un piccolo campeggio. l’arietta fresca del mare, la roulotte con la veranda davanti che sa di plastica e la stuoia color ocra, la cena a lume di lampadina, in piatti di plastica e bicchieri di carta. le sere tutte uguali, davanti alla roulotte ad immaginare chi passa. ne senti la voce prima di vederne i contorni (della faccia, nemmeno a parlarne con quel buio). e poi, ogni tanto, una partita a carte, o se è una serata speciale un gelato, giù in paese, quando c’è un paese con dei gelati. quella sera, sembrava tutta un’altra vita. in tenda, in un campeggio
ancora più piccolo. gli odori sono gli stessi, ma le voci, la lingua, le persone no. essere più grande, e continuare ad amare questa leggera umidità. essere più grande, ed amarla ancora di più, quando ti giri e alla luce della lanternina da campeggio non puoi fare a meno di sorridere. in giro per il mondo, in città che nemmeno immaginavi potessero esistere, in boschi bui come la notte e umidi come la rugiada. non sembra possibile, poter immaginare di vivere una vacanza così, con accanto due occhi che ridono alla luce della luna. e invece, eccola, basta chiudere gli occhi…

pensieri

coccinella poliglotta

Qualche giorno fa mi è presa una di quelle smanie da massaia che in genere si risolvono solo lavando i vetri della cantina, svuotando e pulendo il cassetto dei medicinali o (nei casi più gravi) mettendo a posto le scartoffie che si moltiplicano nel cassetto della scrivania. Visto però che la cantina ha le finestre troppo in alto, il cassetto dei medicinali era più o meno pulito e per le scartoffie non ero ancora pronta, mi sono dedicata alla cura anti ansia del nuovo millennio: sistemare i contatti della rubrica di google e gli amici di facebook.

In realtà, quando mi prendono queste smanie il mio cervello ingrana la marcia e va avanti praticamente da solo, così nel frattempo pensavo ad altro. Ho guardato una puntata della Signora in Giallo, fatto un paio di telefonate, e preso un paio di fondamentali decisioni sulla mia vita che puntualmente verranno ribaltate entro (stime approssimate, ovviamente) una settimana. Comunque, mentre creavo le varie “liste” di amici su facebook sono arrivata alla conclusione che ho almeno un conoscente in ognuno dei paesi Europei, più qualche outsider dall’altra parte del mondo. È così che mi è venuta la malsana idea di chiedere loro (e in realtà non solo, ma comunque) di aiutarmi a tradurre il titolo di questo blog nelle varie lingue. Perché ammettiamolo, sarò anche una coccinella internazionale, ma mi fermo a malapena a quattro, italiano compreso.

Poi, in realtà, ogni risposta ha generato un pressoché infinito dibattito su quale fosse il termine adatto per tradurre “sparsi”. Perché quando questo blog è nato, nella mia testa “sparsi” aveva diverse sfumature, tipo “disordinati”, “sparpagliati” e “disseminati”. Solo che il mondo è bello perché è vario, e così alla fine avevo almeno due versioni per ogni traduzione. Alla fine ho deciso di scegliere per ogni lingua quella che mi ispirava di più, o quella che il traduttore di turno ha preferito mandarmi, o quella che suonava meglio, oppure entrambe, con la solita scusa dell’inglese americano, del greco cipriota e del portoghese brasiliano. Pazienza. O per fortuna.

Comunque. Questo è quello che ne è venuto fuori: un titolo che magicamente viaggia in giro per il mondo, incontra lettere strane e caratteri buffi, cambia di significato, ne perde un pezzo o ne acquista un altro, e torna indietro, prima o poi.

Per i più curiosi, ecco qui tutte le traduzioni, all’incirca in ordine di apparizione:

  • random thoughts of a happy ladybird (inglese britannico)
  • pensamentos espalhados duma joaninha feliz (portoghese, versione uno)
  • pensamentos dispersos de uma joaninha feliz (portoghese, versione due)
  • razpršene misli srečne pikapolonice (sloveno)
  • streunende Gedanken eines glücklichen Marienkäfers (tedesco)
  • σκόρπιες σκέψεις μιας χαρούμενης πασχαλίτσας (greco)
  • skorpies skepsis mias haroumenis pashalitsas (greco traslitterato in caratteri latini)
  • verstrooide gedachten van een gelukkig lieveheersbeestje (olandese/fiammingo)
  • rozsypane myśli szczęśliwej biedronki (polacco)
  • scattered thoughts of a happy ladybug (inglese americano)
  • pensamientos casuales de una mariquita feliz (spagnolo, versione uno)
  • ideas sueltas de una mariquita feliz (spagnolo, versione due)
  • những suy nghĩ ngẫu nhiên của một con bò rùa (vietnamita)
  • pensées éparpillées d’une coccinelle ravie (francese)
  • mutlu bir uçuç böceğinin dağınık düşünceleri (turco)
  • gânduri răzlețe ale unei gărgărițe fericite (romeno)
  • spredte tanker fra en lykkelig marihøne (norvegese)
  • 幸福瓢虫之散叙 (cinese)

E visto che siamo in argomento, un gigantesco grazie a Regina, Mitja, Ioannis, Katleen, Sven, Dimitrios, Klaudia, Teo, Diego, Michael, Conrad, Rafa, Evangelia, Nicole, Carolina, Chryssa, Matt, Lukasz, Arend, Hong, Julien, Loizos, Elke, Asli, Alina, Arne e Roberta :)

Se qualcun altro vuole contribuire, i giochi sono ancora aperti!

pensieri

c’era una volta

C’era una volta un bouquet.

Di quelli che in genere sono intonati al colore del vestito, o degli addobbi della chiesa, o di entrambi a seconda della luce e della bravura del fotografo di turno.
Di quelli che in genere la futura sposa passa pomeriggi interi a scegliere i fiori uno per uno.
Di quelli che in genere le spose lanciano alle amiche nubili, che a loro volta in genere si affannano per afferrarlo al volo e mettere così in serio imbarazzo il fidanzato (o amante) di turno, che proprio non se la sente di sbilanciarsi sulla seppur remota possibilità di convolare a nozze entro l’anno.

Ma questo non è un bouquet qualunque. Non uno di quelli che in genere. Non rientra nemmeno in una delle categorie di cui sopra, al punto che lui stesso ha seriamente dubitato per un attimo di essere un bouquet, e si è convinto di essere nato per fare altro, nella vita. Nato da una richiesta alle amiche piú care (“portate una rosa rossa, finta, a testa… poi mentre io mi trucco voi assemblate il bouquet”), ora è stato promosso vaso di rose rosse, un po’soprammobile e un po’ scatola dei ricordi.

pensieri

sulla spiaggia

svegliarsi come da un lungo viaggio nel fondo del mare. svegliarsi e ritrovarsi, stanca e bagnata, sulla riva sabbiosa di un mare sterminato. svegliarsi e ricordare, chiaramente, di essere stata, per un istante, nel fondo di quel mare. trascinata sul fondo da una corrente, che mi accarezza la pelle, sale dalla punta dei piedi su, fino alle gambe, fino ai fianchi, fino alle spalle, fino ai capelli che lenti si muovono intorno a me. trascinata come in un’infinita danza con le onde, senza peso, senza suoni, senza colori che non siano quella debole luce lassù. trascinata come una ballerina d’acqua, divento anche io corrente, che arrotolandosi su se stessa scende sempre più in fondo, fino a sfiorare le morbide alghe che come verde lenzuolo vorrebbero accogliermi in un sonno senza sogni. e invece, all’improvviso, risalire. con un brivido freddo lungo la schiena, ritrovarsi a poter respirare, finalmente, un po’ d’aria. rimanere lì, sdraiata sull’acqua, con il filo dell’orizzonte che si muove su e giù, più o meno a metà dei miei fianchi. sentire il filo dell’acqua che sale, che mi copre le orecchie per un solo istante, che mi solletica le spalle. e poi ritornare a riva, ondeggiando sotto il pelo dell’acqua, senza respirare, senza pensare, senza nemmeno sapere come si fa, a nuotare così. finché, esausta, non riapro gli occhi. e mi ritrovo, accecata dal sole, stesa sulla riva, la sabbia incollata alla pelle, i capelli ancora bagnati, il respiro che non vuole tornare.

pensieri

quella volta che

Quella volta che a pattinaggio mi sentivo una stupida perché non riuscivo a fare un passo senza tenerti la mano.
Quella volta che mi hai lasciato a casa da sola con papà, e ho mangiato le fettine di carne che ancora ricordo il sapore, e poi sei tornata a casa con un fratellino.
Quella volta che mi sono sposata e tu eri lì, sempre con un sorriso anche quando eri stanca morta.
Quella volta che con la febbre si dorme nel lettone con te, e papà lo lasciamo sul divano.
Quella volta che d’autunno, la sera, si va a fare shopping insieme, e si sente già l’odore dell’inverno che arriva.
Quella volta che si andava insieme alla scoperta dei tesori nascosti nel solaio dei nonni, e sui vecchi libri c’era scritto il tuo nome.
Quella volta che avevi una figlia laureata e ti sei commossa.
Quella volta che hai imparato a usare internet perché “quella disgraziata è sempre all’estero e con il telefonino si spende troppo”.
Quella volta che per Sant’Antonino si va sulle bancarelle in piazza con la scusa di cercare un regalo per te e alla fine si torna a casa con una borsa per me.
Quella volta che alle otto di sera suona sempre il telefono, e chi vuoi che sia.
Quella volta che in quella foto tutti ti scambiano per me.

Quella volta che è il tuo compleanno e compi il doppio dei miei già tondi e prosperosi anni, e io sono in un altro fuso orario.
Auguri, mamma.

pensieri

dal treno

quasi il tramonto, e io me ne sto qui, seduta sullo scomodo poltroncino di un treno, aspettando la stazione giusta. o quanto meno, quella che indica come destinazione questo pezzettino di carta rosa e azzurro. comunque, musica nelle orecchie, come al solito. un libro appoggiato sulle ginocchia, un libro che parla di memorie perdute e ricercate, di odori che ricordano qualcosa che a prima vista non sai. un libro che parla anche di me, in fondo, e di quel vecchietto laggiù. l’ho visto per un istante solo, chino come solo i vecchi sanno stare chini su un orto, a strappare erbacce e intanto che ci sono anche un po’ di insalata per la cena.

stessa scena, ovviamente senza il treno, anni fa, in un caldo tramonto d’estate. stesso colore arancione nell’aria, stesso sole caldo che piano piano si nasconde dietro quell’ultima nuvola, che sembra messa lì apposta a nascondere agli occhi di noi comuni mortali la bellezza del tramonto. stesso campo, o suppergiù. stessa verdura, a bere l’acqua della lunga pompa gialla (che si dà alla sera, se no evapora subito, e io a bocca aperta ad imparare dalla nonna dalle dita ruvide di lavoro). stessa schiena china a raccogliere sempre qualcosa. a pensarci dopo, sembra che i vecchi non facciano altro. raccogliere.

raccogliere tutto il giorno. raccogliere verdura, raccogliere erbacce, raccogliere un nipotino perso sul vialetto di casa. raccogliere ricordi, pensieri, immagini. raccogliere idee e previsioni. raccogliere minuti e secondi di una vita passata così.

la cosa buffa, a questo punto, è che seduta qui a ripensare alle mille cose misteriosamente raccolte dai miei vecchi, mentre io sembravo distratta a giocare, e invece, lo vedi?, eccome se vedevo, la cosa buffa è che seduta qui ci sia io. a raccogliere anche io qualcosa, con la schiena curva sulle mille gonne pesanti, il grembiule a fiori, le scarpe rotte ma tanto servono per andare in campagna.

pensieri

essere onda

essere onda

un’onda. di quelle che partono da un punto imprecisato dell’oceano, laggiù.
di quelle che si fanno migliaia di chilometri, magari accompagnate da un delfino, o da un gabbiano che si è allontanato un po’ troppo da casa.
un’onda. di quelle che arrivano dalle parti di una spiaggia, che forse nemmeno l’hanno scelta, così, all’improvviso.
che magari se ne sarebbero state ancora un po’ al largo, a pensare a dove andare. e invece.

spiaggia.
e sabbia.
qualche conchiglia, il gabbiano che finalmente si riposa, l’orma di un cane passato da qui.

spiaggia.
e per prima cosa, a solleticarmi la pancia, quella che chiamano riva.

perché, poi? non è forse sempre spiaggia?
ed è per via della riva che si dice arrivare?
e allora, vuol dire che sono arrivata?

e ora…?

pensieri

marea

ho visto le onde fare a gara sul bagnasciuga.
l’oceano mangiarsi pian piano metri di spiaggia.
penisole diventare isole.
bagnanti perplessi e soli con le caviglie inspiegabilmente bagnate.
orme di cuccioli sulla sabbia.
nuvole nere sbucare all’improvviso e altrettanto all’improvviso
scomparire in mezzo all’oceano.

pensieri

neve, improvvisa

nevica, ancora. mezzo metro di bianchi fiocchi, ancora non violentati dalle auto, beffardamente bloccate nel loro letto di bianco abbraccio. qualche vecchietto si ostina a lottare contro il freddo, con una pala nelle mani rosse. i bambini, come sempre, a rincorrersi nel giardino dietro casa, improvvisati soldati di ventura a combattere contro muti fantasmi. una finestra. una macchina. un motorino. quella buffa bicicletta tutta ricoperta da uno spesso strato di neve. colpita. la neve crolla al suolo, ricoprendo un povero cagnolino. il padrone, colpevole, che lo riporta in casa, a dormire sotto al termosifone della cucina. sembra di sentire le grida della mamma, arrabbiata con l’incoscienza del figlio, scocciata per il suo forzato esilio in casa. televisione e parole crociate. e il desiderio di poter essere incosciente, anche lei, come il figlio. o, al massimo, matta come quel piccolo batuffolo di cotone bianco, nonostante il freddo. almeno, ora si gode il caldo delle mattonelle di marmo, attraversate da invisibili tubi amici. come quando, da piccola, si stendeva sotto l’albero di natale, lasciando il freddo fuori, guardando le luci e i colori di quella fantasia da cartone animato, con i piedi ben incollati al termosifone.

pensieri

ci sono cose che

Ci sono cose che finché non ti ci trovi dentro fino al collo non ci credi. Una di queste è il matrimonio. Non il matrimonio come progetto di vita: il giorno del tuo matrimonio.

Punto primo, gli invitati. La fatica più grande è stata convincerli che non era uno scherzo. E una volta convinti, inizia lo stupore. Ma come? Ti sposi fra un mese? E quando l’hai deciso? IERI?! Ma che è, sei incinta?!? No? E scusa allora perché tutta questa fretta? Non ce la farai mai!

Punto secondo, i preparativi. La cosa più affascinante, fateci caso, è il potere magico della parola “nozze”. Provate ad inserirla a caso in un discorso con un ristorante, un parrucchiere, un estetista, una sarta. Magicamente, tutto diventa (con effetto immediato) più difficile, più lungo, più maestoso, e ovviamente più caro. L’unico antidoto che ho trovato all’orticaria derivante dai fiori recisi, dal colore bianco, dai pranzi di nozze e dal trucco pesante è stato evitare tassativamente di sottolineare il fatto che il matrimonio a cui dovrò partecipare è il mio. L’unica difficoltà è stata convincere la sarta che il corpetto bianco ci sta, anche se siamo in autunno.

Solo che evidentemente non sono ancora alla frutta, se riesco a trovare divertente andare a parlare con un’estetista riguardo la possibilità di prendere appuntamento un sabato mattina, verso le 11, per il trucco. “Sa.. mi sposo qui dietro e pensavo che andando in là potevo passare per un ritocchino”.

Apriti cielo.

“Stai scherzando?! E le prove?!”
E io, ingenua: “Prove?”
“Le prove del trucco”
“Ma io volevo una cosa neutra, naturale, giusto coprire i punti neri…”
“Non se ne parla proprio: due prove trucco, e la mattina delle nozze vengo io a casa tua a prepararti. Dunque, mi fai vedere la foto dell’abito?”
“Non ce l’ho ancora, vado oggi a parlare con la sarta, ma perché…?”
“Beh, i colori devono abbinarsi”
“Ma io non volevo molti colori, voglio dire: giusto il mascara e una matita nera – il mio problema sono i punti neri…”
“E il bouquet?”
“Cosa?”
“Il bouquet com’è?”
“Ah non lo so, lo saprò la mattina delle nozze, sai non l’ho scelto io, è una cosa un po’ particolare…”
“E se non si abbina con l’abito???”
“… o.O …”
“Vabbè, fatti tuoi. Comunque, quando hai un bozzetto dell’abito a colori vieni che facciamo la prima prova. Fammi vedere le unghie.”
(facciamo vedere le unghie…)
“Mmmm… sono corte.”
“Beh sì…”
“Comincia a farle crescere subito se no non arriviamo in tempo per le prove”
(e due…) “Prove?”
“Ma sì, per decidere il taglio, e lo smalto”.

Che poi, non so voi, ma io non sento tutta questa esigenza di una prova per decidere tra il bianco perlato scuro e il grigio perlato chiaro…

pensieri

collezione autunno-inverno

se fosse un oggetto, sarebbe una sciarpa. una di quelle sciarpe di lana colorate, lavorate ai ferri, con le frange. così come io probabilmente, non potendo aspirare alla perfezione di una moleskine scritta fitta fitta, sarei una borsa, di quelle borse a sacco di cuoio chiaro che fanno molto anni settanta. cuoio martellato, si chiama. su di me probabilmente la chiamerebbero cellulite. io sarei una borsa e lei una sciarpa, se vivessimo in uno di quei mondi da cartone animato in cui le automobili parlano e le calcolatrici cantano. lei sarebbe una lunga, morbida, allegra sciarpa. che poi è strano, perché è una delle persone più solari che conosco. quindi, a rigor di logica, dovrebbe essere, che so?, un paio di occhiali da sole. anche loro anni settanta, perché si sa che il simbolismo è vintage. l’ultimo modello di armani non potrebbe essere così poetico. e invece, è una sciarpa. non ci posso fare niente, è venuta fuori così. chissà che giro strano ha fatto la mia fantasia, ma tant’è. che poi, con il senno di poi, aveva ragione lei. la mia fantasia, intendo. ora la sciarpa se ne va, al nord. al freddo. forse lo sapeva già, dove sarebbe finita, e così al momento di decidere se essere un costumino a triangolo fatto all’uncinetto e un’enorme sciarpa blu petrolio e bordeaux, ha pensato bene di mettere le mani avanti e buttarsi sulla seconda. oggi il mondo si è trasformato. non è più quello di ieri. tanto per cominciare, ho conosciuto un nuovo posto dove passare qualche serata invernale la differenza è la stessa che ci starebbe tra questo mondo e il mondo dei cartoni animati di cui sopra. per dire, mio padre oggi è un calamaio appoggiato su una scrivania di mogano. mamma un cuscino (ma in fondo ogni mamma è per definizione il primo cuscino di ognuno di noi). mio nonno un trattore, ovviamente un landini arancione. e la nonna un mattarello. mio fratello, un obiettivo di una vecchia macchina fotografica. un lungo, magro e contemplativo obiettivo. domani il mondo tornerà ad essere quello di ieri. niente obiettivi, niente trattori, solo persone in carne ed ossa.

la sciarpa deve essersi persa.
va sempre perso qualcosa, nei traslochi.
ad ogni modo, quest’inverno avrò un po’ freddo, già me lo sento, senza sciarpa.
per fortuna che, essendo una borsa bella grande, non rischio di perdere tutti i ricordi.
devo avere ancora qualche pelucco, qua e là.
per fortuna.

pensieri

la parola più bella

Venerdì. Autostrada. In viaggio, destinazione Romagna. A Caterpillar il tema del giorno è “La parola più bella della lingua italiana”. Visto che il viaggio è lungo, decido di giocare anche io. In teoria ci sarebbero due categorie, la parola dal suono più bello e la parola dal significato più bello, ma la distinzione non mi convince. E visto che nessuno può venire a dirmi niente, decido che il mio gioco è trovare la parola italiana più bella, quella sì col suono più bello, ma anche con il suono che meglio si accompagna al significato. Quelle parole che se chiudete gli occhi hanno la forma esatta del loro significato.

Le mie finaliste sono: cucciolo, arzigogolo, pastrocchio (scusate il dialettismo ma é troppo bella), mignolo, gomitolo, cioccolato, minuscolo, campanella, ciliegia.

pensieri

illusioni

parigi. metropolitana. ora di punta. ancora due fermate e si scende. ancora due fermate e si sale. fino alla luce del sole, prima che scompaia dietro i tetti delle case. prima che regali a questa fetta di mondo un’altra scena da film. comignoli, che nemmeno gli aristogatti. tetti di ardesia. finestre dalle quali ti aspetti sempre di vedere un poeta, un pittore che si affaccia incuriosito da un piccione affamato. e invece niente. una madre, due bambini che urlano, un vecchio sperduto. un paio di vasi di fiori, tanto per creare atmosfera… e il sole che si abbassa lentamente, in un cielo del color del tramonto. quello vero, si intende. ancora due fermate e ci toccherà renderci conto che in realtà non siamo in un film. parigi è così… ti illude di essere come un quadro, o un vecchio film… e invece, inesorabilmente, ti rendi conto di quanto sia reale, squallida, a volte perfino puzzolente… ti rendi conto, per forza, di quel fiume di gente che ti strattona sulle scale, di quell’immenso mondo indifferente che ti scivola addosso, ti urta, ti ignora… se solo quei due occhi potessero salvarmi. se solo potessero capire quanto mi sento sperduta, in questo mare, di quanto avrei bisogno di una mano, di un sorriso, di un cattivissimo caffè bevuto in un buio bistrot del marais. due dita che ti sfiorano. uno sguardo incuriosito. chissà se potrà capitare di rivederci, domani sera magari… all’ora di punta. due fermate prima del tramonto.

pensieri

con la coda tra le gambe

era come se non fosse successo niente. sapeva che sarebbe dovuto succedere qualcosa, a questo punto, e così guardava stupito all’insù, aspettando. gli occhi sbarrati, le orecchie pronte a cogliere il minimo rumore. e non riusciva a capire come mai lei fosse ancora lì, a continuare imperterrita con quello che stava facendo. possibile che non si fosse accorta di niente? possibile sperare che sarebbe finito tutto così? non riusciva a crederci. non c’è niente da fare, è difficile far finta che questa volta possa andare in modo diverso dal solito. e poi, perché proprio questa volta? quali strani pensieri l’hanno portata a cambiare idea, a lasciar correre, per una volta? una soltanto, questo lo sapeva bene. non c’era da illudersi che potesse essere per sempre. ma intanto, si gode la momentanea libertà, l’immunità, l’inaspettata fuga, prima che lei se ne accorga. evidentemente, l’unica causa di questo suo bonario lasciapassare è che ancora non si è accorta di niente. meglio cogliere al volo l’occasione, così che quando se ne accorgerà, e vorrà distruggere questo silenzio, si tratterrà, sapendo che in fondo, una volta fatto il danno, è inutile accanirsi. tanto, non si ricorderà già più di quello che ha fatto, sarebbe una cattiveria inutile..scodinzolando, si allontana dalla stanza, mentre lei ancora rigira l’insalata tra le mani. per terra, un tovagliolo di carta, o quello che ne
rimane.

pensieri

roma

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Roma è come possa cambiare così tanto nello spazio di due passi. Giri l’angolo, e ti sembra di essere in un paesino dell’entroterra toscano, poi dopo due incroci sei ancora nella bolgia infernale della grande città.
La seconda cosa che mi viene in mente è l’antipasto ipercalorico con supplì, mozzarella in carrozza e fiori di zucca fritti.
La terza, il ristorante giapponese, per compensare.
La quarta, il tepore primaverile.
La quinta, la serata aperitivo a Trastevere.
La sesta, il riflesso delle luci dei lampioni sui sanpietrini.
La settima, il panorama sui tetti di Roma.
L’ottava, il Tevere. Che nella mia testa scorre al contrario.
La nona, la tomba di Emelyn Story al cimitero acattolico.
La decima, la colazione al bar, con i cornetti appena sfornati alle 11 di mattina.

pensieri

la parigi mai vista

la campagna che separava montmartre da parigi parve meno estesa dall’ultima volta che avevano fatto visita a claire. sembrava che nuove case dai camini rossi ancora privi di fuliggine si fossero spinte dalla butte fino a valle e che la città si fosse protesa per andare loro incontro. (s. vreeland)

aprì gli occhi, e si ritrovò in un mondo che non credeva di conoscere. si era addormentata pensando a quanto sarebbe stato difficile, il giorno dopo, andare alla fac con lo sciopero della metro e tutto il resto. oggi, carte orange non evocava altro che la spessa carta colorata che avvolge la baguette della signora céline, giù alla bottega. una lunga gonna di lana marrone, una semplice maglia nera e un mantello spesso e ruvido. capelli raccolti, come al solito, e al collo una semplice catenina di metallo. uscì nel freddo della strada e si incamminò verso il mercato, per la spesa quotidiana. due parole con la fruttivendola, e poi un saluto a céline. poverina, con quell’influenza, e questo freddo. in effetti, anche lei si sentiva un po’ strana, era come se sapesse esattamente come comportarsi, nonostante non fosse il suo mondo. o magari era solo il naso chiuso. ma era esattamente quello che ci voleva, svegliarsi una mattina a parigi e scoprire un mondo tutto nuovo, un mondo che non credeva di poter vedere. un mondo che nessuno avrebbe mai più rivisto.

ecco, questa è la cosa che più mi manca, in fondo. non il non aver potuto vedere la parigi d’antan, ma il non aver avuto modo di scoprirne tutte le tracce. ho paura che un mattone, un angolo di strada rimasto intatto da allora, mi sia sfuggito. anche se, in fin dei conti, tutto quello che ricordo è di essere andata in giro per le stradine del centro cercando di cancellare auto, zainetti colorati e mcdonald. e in fondo, parigi è una città nella quale questo strano esercizio della mente è abbastanza facile da fare. forse, l’unica città al mondo in cui sia veramente possibile sentirsi in un posto fuori dal tempo. ma non è quello che cercavo. quello che mi manca, è affacciarmi dalla terrazza del sacré coeur e vedere solo colline, a perdita d’occhio, e parigi laggiù. cancellare tutti quegli splendidi tetti d’ardesia e i camini, tutti simili, infiniti.

pensieri

mare d’inverno, solo con il blu del cielo

passeggiare lungo il molo, con le dita che ancora sanno di pesce, chissà poi perché non danno quelle bustine a forma di stella di mare, con le salviettine al limone… passeggiare, guardare una strana barca bulgara, trainata o trainante, entrare nel porto di marina di ravenna. chissà poi che ci fanno i bulgari quaggiù… sempre che fossero bulgari, in effetti. come quel cartone animato che guardava sempre mio fratello. una barchetta legata con una corda ad un grande transatlantico. questo sarà anche molto meno romantico, ma insomma l’idea è quella. e poi c’è la luna, chi l’avrebbe mai detto. nemmeno l’avevo vista, e un dito puntato a guardare il cielo blu, che strano il cielo blu di febbraio, ma ora l’ho capito che quando il dito punta il cielo, nino, bisogna guardare il cielo e non il dito. luna. chiara, come se si vergognasse di starsene lì, come se avesse paura di non poterci stare. come se fosse venuta, solo un attimo, a controllare che tutto andasse bene. tutto bene, grazie. nemmeno in un film avrebbero potuto fare di meglio, mettere insieme una giornata di sole, una fresca aria di quasi primavera, un buon pranzo e una strana euforia che sembrava quasi di poter chiacchierare con quel pescatore, peccato se ne sia andato via, con il suo cane. pazienza, ci accontenteremo di ricordarlo così, curvo sotto il peso degli anni, con le mani dure e callose e il passo dondolante di chi, in fondo, non ci sa camminare, sulla terraferma.

pensieri

delusione

Forse non tutti sanno che, tra le mie tante manie, c’è Oceano Mare. Ed è una mania degenerata al punto che quando vado in un paese straniero la prima cosa che faccio (o al massimo la seconda) è rintanarmi in libreria a cercarne la traduzione. Al punto che il fatto che in danese e svedese fosse fuori catalogo mi ha quasi rovinato la vacanza. Comunque, tutto questo per farvi capire come sto in questo momento. Che poi poverina, la traduttrice si sarà anche impegnata. Ma proprio quella frase…

All’inizio del libro, pagina tre, diciamo, c’è un’immagine che vale tutto il libro, o quasi: […] sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare: “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare”.
Sublime.

E con questo arriviamo alla traduzione francese: “de l’eau de mer, cet homme peint avec de l’eau de mer”.
o.O
Mi ha tolto il sonno. Qualcuno potrebbe cortesemente far sapere alla signora Françoise che il pensiero che dà i brividi non è che dipinga con l’acqua di mare (capaci tutti) ma che dipinga il mare con il mare?

pensieri

sshhh

notte. di corsa, in macchina. il finestrino abbassato, quel poco che basta per sentire le cicale. uno scialle, indosso solo la sottoveste. l’aria che ti si attorciglia intorno alle gambe, e poi su fino alla vita, a solleticarti i fianchi… l’aria della notte, nera, fresca carezza. un campo. uno qualunque, in fondo. seduti su una panca, a parlare con la notte, ad ascoltarla, le stelle e le luci della città, laggiù. solo il fresco della notte, il respiro delle piante addormentate, sotto i piedi nudi la rugiada, e il solletico dei trifogli. in lontananza, abbastanza da non rompere quella magia, una macchina rientra verso casa. sembra casa, estate, ponticello e passeggiate solitarie, una campagna diversa, ma sempre uguale. pace. come un bambino che dorme, pugni chiusi.

pensieri

mi chiamo toe

mi chiamo toe. no, non joe come quello del film. e no, nemmeno tom con un errore di scrittura. toe. ti-o-e. sono un dito. o meglio, sarò un dito. il dito mignolo del piede destro di un bambino, per la precisione. il nome del bambino ancora non si sa, perché i genitori non sanno se è maschio o femmina e andrea, che avrebbe messo tutti a tacere, non piaceva ai nonni proprio perché avrebbe messo tutti a tacere. ma io mi chiamo toe. questo è un dato di fatto. in realtà, è un dato di fatto anche che tutti i miei fratelli si chiamano toe, ma non è mai stato un problema, per noi. l’unica cosa che non so cosa aspettarmi dal futuro. collant? calzettoni? pinne? insomma, uno dovrebbe prepararsi bene, prima. imparare, studiare, allenarsi per non arrivare impreparato, con le unghie troppo corte, o troppo lunghe. ecco, oltre al nome del bambino dovrebbero scegliere anche le scarpe. giusto per venirmi incontro. già che sono il più piccolo e sacrificato, qui dietro, almeno sapere dove vivrò. mi hanno detto che tanto i primi tempi è tutto un dormire, nella culla, “sempre che non ti mangino di baci”. questa devo averla letta da qualche parte, e un po’ mi lascia perplesso, ma immagino sia sempre meglio di un paio di scarpe da ginnastica.

pensieri

appunti sparsi

E’ tempo di gettare la maschera. Innanzi tutto perché ho ritrovato un biglietto d’auguri che mi ha ricordato da dove mi è venuta quest’idea del blog. Quindi, se stai leggendo, è ora che tu lo sappia: Robi, è anche colpa tua. E soprattutto perché il biglietto d’auguri mi riporta senza neanche tanti salti acrobatici all’origine del nome di questo mio angolo virtuale. Che poi mi verrebbe proprio voglia di sapere a chi è venuta in mente, l’idea. Che, ma qui diventa troppo sottile la citazione, non lo so ma mi piace.

E’ tempo di confessare da dove viene il nome del blog.

Ammesso che interessi a qualcuno. Viene da una delle mie canzoni preferite, “Appunti Sparsi“. Non so come funziona questa cosa del diritto d’autore, ma so che l’idea è venuta prima agli equ, anche se all’epoca si chiamavano ancora eku28, quindi niente, a prescindere. Non potevo chiamare un blog “Appunti Sparsi”. Allora dagli appunti si è passato ai pensieri, che non è affatto detto che vengano prima, tra l’altro. E infatti.

Tutto questo perché ogni volta che ascolto quelle canzoni penso che le parole sono esattamente dove le avrei volute vedere io. Tutto questo perché ho capito che mi piace scrivere dopo aver capito che mi piace leggere. Tutto questo per togliermi un peso, cominciavo a far fatica a volare.

Per quanto riguarda la coccinella felice, era semplicemente troppo egocentrica per starsene in un angolo a guardare.

pensieri

autoradio

come per scherzo, cercare in vecchi cassetti nella mia testa le colonne sonore di un’intera vita. come per scherzo, anche se in fondo non è vero che non ho ricordi legati alla musica. non ora, non da grande. non da quando la musica esce da tutti i buchi possibili di questo mondo. non da quando non c’è più poesia, checché ne dicano. ma quando ero piccola, in macchina con mamma che dormiva e papà che guidava verso il campeggio, quando ero piccola sì che la musica aveva davvero un significato. con la roulotte attaccata dietro, che arrancava per le strette stradine della iugoslavia. io che cercavo di dormire, che credevo di dormire, e invece ascoltavo. così, per scherzo, cercare quelle vecchie canzoni italiane, con le parole allora incomprensibili e storpiate nella mia testa di bimba. e all’improvviso ricordare, esattamente, il rumore del giradischi di papà, il fruscio che voleva dire “finito!”, quando in casa, prima delle grandi partenze, cercava di mettere tutta quella musica in una piccola cassetta di plastica bianca, e poi scriveva i titoli, tutti allineati, con quella sua vecchia macchina da scrivere. come facesse, poi, a far stare quei grandi dischi “che non si devono assolutamente toccare che si rompono!” tutti dentro le cassette, è ancora un mistero. ed io, stesa sul pavimento con le gambe piegate all’insù, a dondolare, che sfogliavo quegli enormi quadernoni scritti fitti fitti, che papà diceva che erano le parole delle canzoni, così io mi mettevo a cantare, seguendo col dito un’immaginaria catena di note e parole.

pensieri

collezione autunno inverno

Se fosse un oggetto, sarebbe una sciarpa. Una di quelle sciarpe di lana colorate, lavorate ai ferri, con le frange. Così come io probabilmente, non potendo aspirare alla perfezione di una Moleskine scritta fitta fitta, sarei una borsa, di quelle borse a sacco di cuoio chiaro che fanno molto anni Settanta. Cuoio martellato, si chiama. Su di me probabilmente la chiamerebbero cellulite. Io sarei una borsa e lei una sciarpa, se vivessimo in uno di quei mondi da cartone animato in cui le automobili parlano e le calcolatrici cantano.

Lei sarebbe una lunga, morbida, allegra sciarpa. Che poi è strano, perché è una delle persone più solari che conosco. Quindi, a rigor di logica, dovrebbe essere, che so?, un paio di occhiali da sole. Anche loro anni Settanta, perché si sa che il simbolismo è vintage. L’ultimo modello di Armani non potrebbe essere così poetico. E invece, è una sciarpa. Non ci posso fare niente, è venuta fuori così. Chissà che giro strano ha fatto la mia fantasia, ma tant’è. Che poi, con il senno di poi, aveva ragione lei. La mia fantasia, intendo. Ora la sciarpa se ne va, al nord. Al freddo. Forse lo sapeva già, dove sarebbe finita, e così al momento di decidere se essere un costumino a triangolo fatto all’uncinetto e un’enorme sciarpa blu petrolio e bordeaux, ha pensato bene di mettere le mani avanti e buttarsi sulla seconda.

Oggi il mondo si è trasformato. Non è più quello di ieri. Tanto per cominciare, ho conosciuto un nuovo posto dove passare qualche serata invernale La differenza è la stessa che ci starebbe tra questo mondo e il mondo dei cartoni animati di cui sopra. Per dire, mio padre oggi è un calamaio appoggiato su una scrivania di mogano. Mamma un cuscino (ma in fondo ogni mamma è per definizioe il primo cuscino di ognuno di noi). Mio nonno un trattore, ovviamente un Landini arancione. E la nonna un mattarello. Mio fratello, un obiettivo di una vecchia macchina fotografica. Un lungo, magro e contemplativo obiettivo.

Domani il mondo tornerà ad essere quello di ieri. Niente obiettivi, niente trattori, solo persone in carne ed ossa. La sciarpa deve essersi persa. Va sempre perso qualcosa, nei traslochi. Ad ogni modo, quest’inverno avrò un po’ freddo, già me lo sento, senza sciarpa. Per fortuna che, essendo una borsa bella grande, non rischio di perdere tutti i ricordi. Devo avere ancora qualche pelucco, qua e là, per fortuna.

pensieri

storia di un viaggio

prima stazione. brisighella. un vecchio albergo dalle rosse tende scolorite, un bambino che saluta sorridendo il treno, con la manina a sbucare dal cappotto, in lontananza un castello…

seconda stazione. nemmeno un cartello. persa sulle colline. un gallo passeggia lungo la ferrovia, ai piedi di una collina avvolta nella nebbia, tanto che riesci appena a vedere la fattoria addormentata lassù, tra i filari di vite, e il sentiero che ti mostra orgoglioso le orme fresche di una vecchina, avvolta in uno scialle, con la sporta della spesa…

“san cassiano! stazione di san cassiano!!” chissà per chi, o cosa, urla… nel grigio di questa fredda giornata d’autunno, un albero. solo, tra il nulla di una campagna che sembra abbandonata. e la luce di quei frutti color del sole, a illuminare quel che resta di una casa, di una vita, di un sogno d’amore sognato chissà quando, in una notte d’estate, all’ombra di quei
rami…

il paese laggiù in fondo alla valle, ed il treno a tagliare il suo orizzonte. una strada che diventa ponte, e poi piazza. poche case di molti colori. un vaso di fiori rossi che indomito resiste al freddo. in bilico sulla sponda del ponte, a guardare il torrente…

marradi. stavolta è il paese a starsene lassù, seduto in comoda poltrona. come quell’uomo affacciato al balcone. guccini. pipa e basco, sciarpa e maglione girocollo grigio. le mani in tasca e lo sguardo a cercare qualcosa tra le rotaie…

biforco. letteralmente. due strade, ad incontrarsi in mezzo ad un campo.
forse, doveva solo sgranchirsi le gambe.

aprire gli occhi, e per prima cosa vedere la città addormentata lì in fondo, con la foschia che ne nasconde il colore… aprire gli occhi, e non poter indovinare chi sei, perché sei lì, che giorno è. potrebbe essere qualunque giorno, qualunque anno, e non importa. vedi firenze, e sorridi.

ritornare a firenze. questa volta da sola. appoggiata ad un muretto, a guardare l’immagine che per tutta la vita accompagnerà quell’attimo in cui il mondo si è fermato, in cui il respiro è rimasto sospeso a mezz’aria, prima di volare, lungo le onde, a colorare di noi tutta la città. scendendo lungo il fiume, lo sguardo basso, le orecchie a cercare un po’ di silenzio, sono tornata a ponte vecchio. da sola, ad incontrarlo nell’istante di un pensiero. con uno strano sapore di malinconia e gioia nel cuore.

sarà il fiume… sarà che a mettersi qui sul lungarno, quest’angolo di città sembra un quadro incorniciato di nuvole e onde… sarà che a camminare per queste stradine, a cercare il ricordo del silenzio di una cappella e dell’odore di cera, si riesce a cancellare il tempo… sarà che tutto, qualunque pensiero, qualunque suono diventa idea di se stesso. così, i miei ricordi diventano romanzo, canzone, quadro, vecchia fotografia in bianco e nero. mantengono giusto un paio di contingenti attributi, il fresco sulle guance in una notte a ponte vecchio, il caldo del sole a piazzale michelangiolo, l’odore di cera, ma potrebbero essere ricordi di una qualunque coppia in un qualunque momento della storia.

potremmo essere noi, secoli fa.
potremmo essere noi, fra secoli.

arrivare qui, per caso, e scoprire l’eternità di noi. sentire un sapore di felicità nel petto. correre a casa, su questo treno. scrivere, come un fiume. pensare, come se io fossi una città che, silenziosa, osserva gli occhi degli innamorati che l’attraversano, cattura i loro sguardi, e li conserva nei suoi palazzi, nelle sue vie, nelle insegne dei suoi negozi…

pensieri

abbey, un giorno dopo, in sogno

passeggiava sola, era notte. forse se ne sarebbe accorta, se avesse degnato di uno sguardo il mondo esterno, e non si fosse dedicata così assiduamente a dipanare i suoi pensieri, slegandoli e attorcigliandoli tra loro, cercando di trovare un senso negli eventi di quelle ultime ore. forse, se avesse solo sbirciato qua e là, ogni tanto, agli incroci, si sarebbe accorta di aver superato da un pezzo la sua meta ultima, o quello che avrebbe potuto essere la sua meta ultima. si sarebbe anche accorta di quell’ombra che la seguiva, ormai da ore, instancabile e silenziosa. e forse avrebbe potuto capire a fondo quello che sarebbe successo, di lì a pochi minuti, quello che tante volte aveva aspettato, temuto, e che proprio mentre abbassava la guardia scaricava su di lei tutti i suoi effetti. non ascoltava, o forse rifiutava di capire a fondo, quello che tante volte si era detta, senza sosta, ogni momento di quegli ultimi mesi di solitudine e pellegrinaggio muto per le vie della città. come d’incanto, tutti gli avvertimenti che la sua mente aveva mandato a memoria sembravano scritti sulla sabbia, all’avvicinarsi dell’alta marea. sembravano ora svuotati di significato, niente aveva più senso, niente sembrava voler dire ancora qualcosa, quella notte. anzi, sembravano ora lasciare inesorabilmente il passo a una richiesta di riscatto, una disperata richiesta di aiuto, per favore, non chiedo altro che di dimenticare. a volte, basta anche solo un attimo e ci si ritrova in un posto che non ci si aspettava di vedere, a cercare nei ricordi il momento esatto in cui si è presa una nuova strada….era notte. poche macchine in giro, era agosto e la città è sempre deserta e silenziosa. forse un’altra beffa del destino, direbbero, se solo fosse partita in vacanza, ora sarebbe, nella peggiore delle ipotesi, in una vecchia osteria, a guardare un paio di vecchi giocare a carte e bere lambrusco.

e invece, silenzio.
asfalto.

la luna lassù, un paio di stelle ad augurare un buon risveglio attraverso le persiane socchiuse. i primi lavoratori del giorno. qualche ora ancora e si sarebbe dovuta mettere al lavoro, un’altra settimana seduta a una scrivania, davanti ad una tastiera e con mille idee, confuse, incerte, nella testa. sarebbe dovuta cominciare un’altra, noiosa, tutto sommato inutile settimana di lavoro. se avesse seguito la strada della sua ragione, i precisi, chiari, accurati avvertimenti che da mesi si ripeteva, automaticamente, ogni volta che la sua strada si incrociava con quella di qualcun altro. invece, la città aveva progetti diversi, strade sconosciute nelle quali avventurarsi, sbirciando dietro gli angoli dei portoni, salutando i cani randagi, passando oltre le cartacce gettate a terra, lo sguardo fisso sui pensieri, solo quelli, le sensazioni, e non sapere dove le strade vanno a finire. perdere di vista la meta, non pensarci nemmeno più. non avere il tempo, né il bisogno, di pensarci. vagare, a pochi centimetri da terra, per la città silenziosa.

…accanto, un uomo dorme. strana sensazione, strani eventi, strana alchimia… strano sentirsi così libera di poter stare semplicemente qui, così. strano pensare di poter non pensare al futuro, strano credere che si possa pensare di poter vivere qualcosa, e qualcuno, fino all’ultima cellula, senza volerne o doverne prevedere la fine, o l’inizio. semplicemente vivere e sentire in ogni angolo del corpo e della mente di stare bene, qui, con lui. anche se, in fondo, laggiù, rimane la paura che possa finire con la stessa rapidità con cui è cominciato, un paio di giorni e tutto è solo passato, un ricordo appuntato distrattamente su un quaderno, un’immagine sbiadita in testa, un odore a fior di labbra che pian piano scompare..

pensieri

qualcosa a che fare con le panchine e il solletico (cercare da qualche parte un nesso)

a volte, sembra che il mondo se ne stia lì a guardare, come quei vecchi alle panchine dei giardini pubblici, quelli che non capisci mai come fanno a non fare mai niente, stanno solo lì, come faranno a non annoiarsi, e a non morirne, di questa solitudine spesa a guardare cani e bambini che corrono e ridono. forse è proprio lì il trucco. correre. e guardare la gente che corre. trovare qualcuno che corre e guardarlo. il mondo che guarda gli uomini che corrono. e ride. guarda migliaia, milioni di esseri che corrono verso il niente, verso un lavoro, una donna, o un uomo, una canzone, una fotografia, un libro. e ride. vai poi a capire se ride per l’assurdo motore di questa giostra. o se ride per il solletico.

pensieri

ponte vecchio

ponte vecchio. inverno. vento gelido che ti attraversa il cappotto, e lì, come sempre, un uomo, e una chitarra. accanto, una tazza di caffè, con il fumo che balla tutto intorno, a lottare contro il freddo. e una ragazza, avvolta in un mantello rosso, seduta sul marciapiede con il mento appoggiato sulle ginocchia, a pensare a parigi, agli artisti di un tempo che non ha mai onosciuto, e a quella chitarra lì accanto che sembra volerle dire qualcosa…

– che mestiere ha detto che fa?..- regalo canzoni ai passanti.
– ah, bello. …ma perché?
– e’ un bel posto, questo mio sgabello, per osservare la gente che passa. guardo, e intanto suono. se ti siedi qui, guardi e aspetti, ad un certo punto ti vien voglia di regalare note ai passanti. note, o intere canzoni. ad una distinta signora che torna a casa dopo un pomeriggio passato a chiacchierare con le amiche davanti ad una tazza di thè… una romantica canzone, ripescata in qualche polveroso baule lassù… poi, ecco che arriva un giovane, è di sicuro un pittore, avvolto in una lunga sciarpa, che pedala veloce verso una donna che è lì che lo aspetta col naso attaccato ai vetri appannati, o forse verso una tela addormentata, con quel corpo di donna da costruire… e’ strano come restando qui a rompere il silenzio della neve e il sussurrio del fiume qui sotto ci si possa innamorare così tante volte in un attimo, non importa se di un paio di stivali che ballano sul selciato o di una sciarpa ciclista, e come ogni volta ci si possa trasformare in un menestrello per loro…

certo che avevano ragione, con quella storia dei ricordi, che ti si accoccolano dentro e non ti lasciano più. a volte mi sembra di andare avanti a vivere come se non fossi più io, come se in realtà fossi rimasta in un attimo, sospesa a guardare un istante, un volto, una mano, una chitarra, mentre il mondo intorno a me va avanti, e la neve se ne va, e la gente mette via i cappotti e si avvolge di leggero lino colorato..

sarà che io sono ancora avvolta di rosso, ma c’è una nota, sempre quella, non ricordo nemmeno come si chiama, una nota sola, che mi rimbalza tra i ricordi, e sembra che sia sempre stata lì, quando ero bambina e correvo nei campi a piedi nudi, o quando ero triste e contavo le nuvole stesa sopra una coperta, era sempre lì, a fare da colonna sonora alla mia vita. strano che l’abbia riconosciuta solo dopo, anni dopo, in una sera d’inverno a ponte vecchio…

pensieri

il senso delle lumache

Cammino lungo il sentiero di pietre luccicanti, invisibile al mondo (e no, non è Oz). Tutte le mattine, come un pendolo. E appena arrivo all’ultimo bivio, e imbocco l’ultimo tratto di sentiero, mi fermo. Chiudo il libro che mi fa compagnia per un pezzo di strada, e proseguo con lo sguardo basso, attenta a non calpestare le lumache che a quest’ora del mattino vanno a lavorare. Il sentiero, in ombra, è pieno di lumache che, allungandosi sulle pietre, lo attraversano per andare dal campo a ovest a quello a est. E stamattina, anche se è una mattina come tutte le altre, mi chiedo: perché vanno tutte nella stessa direzione? Ho provato a guardare i due campi, ma non ci sono grandi differenze. Stesse piante, stessa rugiada. E allora perché? Hanno anche loro una Foresteria, e un posto di lavoro, così che si spostano tutte verso il lavoro la mattina, e ritornano a casa la sera? Solo una, più piccolina e chiara delle altre, si ostina in senso contrario. Forse ha sbagliato strada, o forse è solo un netturbino.

pensieri

il rumore del mare

il rumore delle onde sulla spiaggia, e l’odore di salsedine in inverno. e’ bastato un attimo, e una scena di un film, per farmi immaginare come sarebbe vivere in una casa che sa di mare, in riva alla spiaggia. di quelle che quando ti svegli e apri la finestra della camera senti un fruscio in lontananza. una piccola locanda almayer, alla quale ritornare dopo una passeggiata a piedi nudi tra le onde…

chi nasce al mare, non riesce a viverne lontano, dicono. io che sono nata nella bassa, io che per una vita ho immaginato che il paradiso fosse alzarmi e vedere la rugiada nei campi, ora mi ritrovo ad immaginare come sarebbe bello vivere ad un palmo dall’oceano mare..

pensieri

péage

avresti mai immaginato che una stazione di servizio potesse essere quasi una poesia? sentire il rumore dell’auto che si ferma, e paradossalmente accorgerti solo in quel momento che era accesa. ti è sempre sembrato strano, fin da bambina, quando andavi in vacanza coi tuoi: sentivi il rumore della macchina solo quando si spegneva, e le tue orecchie ormai abituate al brusio si sentivano come in una chiara mattina d’estate, al mare. brusio si sentivano come in una chiara mattina d’estate, al mare. silenzio. eppure c’era qualcosa, qui. sentire il rumore della portiera che, piano per non svegliarti, si apre, e l’aria fredda della notte entrare ad accarezzarti le dita dei piedi che sbucano dal sacco a pelo. socchiudi gli occhi, fuori dal finestrino il buio, un paio di neon. una stazione di servizio, pare. chissà quanta strada abbiamo fatto, mentre dormivo. un bel po’, se ora dobbiamo per forza fermarci qui a prendere un po’ di freddo.

comunque, avresti mai immaginato che potesse essere così poetico, svegliarsi nel cuore della notte in un paese straniero, alzarsi con gli occhi ancora addormentati, andare nell’autogrill a prendere un caffè, sciacquarti la faccia, sgranchire le gambe. tornare indietro, e sentirti così lontana dal mondo, così libera di poter girare la macchina e andare dove vuoi. nessun impegno, solo una strada, e la possibilità di vedere il mondo. rientrare in macchina, con il sapore di caffè sulle labbra, e un po’ meno sonno. alla radio, una canzone francese. portiera. la macchina che pian piano riparte. eccolo, il mondo che vuoi vedere. tutto racchiuso qui dentro, solo con il paesaggio che cambia di là del finestrino.

pensieri

realizzare un pensiero in due…

Questa sera sono triste. La coccinella felice, evidentemente, è lì con il naso appiccicato al forno, a controllare che le patate non si brucino. Ho messo su un vecchio disco degli Equ, che non lo ascoltavo da tempo. Tecnicamente, dovrei dire che ho messo su un vecchio disco degli Eku28, tanto per farvi capire quanto tempo è passato. Ad ogni modo, a me le canzoni vecchie fanno questo effetto, mi mettono malinconia. Senza voler per forza arrivare alle lacrime, che ci riesce solol Nick Cave con The Weeping Song, mi mettono addosso quel qualcosa che ti farebbe venir voglia di accoccolarti sul divano con il vaso della nutella accanto. Ecco. Stasera sono così. Eppure dovrei essere felice, perché finalmente mi hanno scritto da Ispra, e ora ho una casa. Oppure, è proprio questo che mi intristisce. L’idea di avere una casa io, da sola. Ormai sono quasi dieci anni che vivo fuori di casa, e ho abitato con amici, sconosciuti, parenti, amanti… e ora che avrò la mia prima casa da sola mi sento terribilmente triste. La sera mi intristisce, l’idea di andare a letto, in silenzio, in una casa vuota mi intristisce. Domattina probabilmente, come tutti i domattina, andrà meglio, e sarò felice e tutto il resto, ma stasera va così. Cucino patate al forno per qualcuno, e penso a quando le farò solo per me. Che non è proprio come essere soli, questo c’è da capirlo bene: non sarò sola, sarò lontana. C’è una bella differenza, ma la notte spesso non ci fa caso, e ti mette in testa strane idee. Stanotte, non lo so ma non mi piace l’idea di essere lontana.

pensieri

un’ombra, a farmi compagnia

mi ricordo di quando, da piccola, guardavo peter pan e la sua ombra rincorrersi sui muri di una camera da letto. e ricordo il chiaro, presuntuoso convincermi dell’assurdità della scena. dell’impossibilità, per un’ombra, di abbandonare il corpo che l’ha generata. nessuno aveva mai provato a farmi capire. forse erano tutti assolutamente d’accordo con me. e pensare che una foto scattata per caso su un treno avrebbe dovuto aprirmi gli occhi. qualcuno c’era arrivato, e io ancora mi ostinavo a non voler credere. ce n’è voluto di tempo per smettere di guardare al mondo con gli occhi di un cinico assassino di storie e cominciare a guardare le ombre vivere sui muri, staccate dal corpo.

una fredda sera d’inverno, faccio conoscenza con un’ombra che abita la parete della mia stanza d’albergo. non posso distinguerne i colori, né l’espressione. non posso indovinare altro che una linea scura tracciata sul muro intonacato di fresco. non so se sorride, se ha gli occhi aperti o chiusi, se piange. non so se mi sta guardando, se osserva i miei movimenti o li immagina soltanto. e’ solo un’ombra. un piatto, grigio disegno, direbbe qualcuno. un piatto, grigio disegno, avrei detto anni fa.

freddo di mattoni e tinta rosa per pareti ormai sporca dal passare degli anni. e invece, quell’ombra prende vita. sembra impossibile, ma posso vedere la piega del collo, il punto esatto in cui la spalla diventa braccio, posso distinguere ogni ciocca di capelli, e alla debole luce dell’abat-jour indovinarne il colore. posso sentire l’odore della sua pelle, immagino il suo fiato disegnare nuvole sul freddo vetro della finestra. posso vederne i movimenti, anche i più impercettibili, e sentire un brivido correre lungo la mia schiena ad ogni suo avvicinarsi a me…

pensieri

per come la vedo io

come il vento che si intrufola nei vicoli, a poterlo vedere mentre prende tra le dita un foglio di carta stropicciato e lo fa roteare tra i muri delle case. e’ inverno, notte. il vento congela la pelle, e la carne. ma il foglio nemmeno se ne accorge, continua a ballare, lo vedi come danzare, volare, roteare… sembra che stia per venirti addosso, il vento che lo scaglia con violenza contro di te. chiudi gli occhi. ma dal niente una folata ancora più forte lo prende da sotto il tuo naso, fai appena in tempo a sentirne l’odore che già è dall’altro lato del vicolo, appoggiato in un bidone….un gatto. immagina un gatto. con quegli occhi che solo i gatti sanno tirare fuori. altro che artigli. sono gli occhi il vero problema dei gatti. comunque. un gatto, arrampicato su un cornicione, a godersi la scena, a guardare il vento, lui che con quegli occhi può vederlo. sembra aspettare il momento giusto, arrampicato lassù con tutti i muscoli tesi. non sente il freddo, concentrato com’è.

…un solo, preciso salto, e lo vedi piombare sul foglio un attimo prima che tocchi, inesorabilmente, il bidone. ormai ridotto, e riducibile, a piccola pallina di carta. non sembra vero, poterne vedere una forma amica. come i gomitoli della nonna… con questo sì che si può giocare. imitare il vento. un salto, una capriola, e si ritrova dall’altro lato del vicolo. superata una folata di vento, che voleva solo riprendersi quel tesoro bianco. e che ora rimbalza da una zampa all’altra, veloce come uno sguardo. poi, un colpo più forte. il vento che si ferma a guardare anche lui. una palla che vola, verso un bidone, sempre quello. una sirena della polizia, lontana, come in ogni film. neanche a farlo apposta. canestro.

pensieri

fuori, piove

mattino presto. la sveglia che non ne vuole sapere di lasciarmi in pace. dalle persiane entra una luce che sembra ancora di luna, e invece sono le nuvole. nere nuvole a giustificare quelle goccioline che rigano i vetri. d’altra parte, è ancora inverno. mi giro dall’altra parte, rannicchiandomi ancora di più sotto il piumone. le piccole luci dell’abat-jour ancora accese, devo averle dimenticate ieri sera. accanto a me, sul cuscino, c’è ancora il libro che avevo cominciato a leggere. georges perec. e nemmeno mi ricordo di aver avuto il tempo di leggerne una riga.

un’altra mattina, lunedì per di più. 7:00. sveglia. solito rituale: mi giro, spengo quell’irritante squittio, tiro su il piumone sopra al collo, e non se ne parli più. inutile che mi vengano a dire che devo alzarmi, e lavorare. mi volto dall’altra parte, l’abat-jour accesa anche stanotte. dovrò ricordarmi di spegnerla, una buona volta. niente libro, e la mente ancora appannata a cercare di ricordare. domenica sera… cena con amici, al solito. tante parole, cibo, un po’ di televisione. due di notte, troppo tardi per leggere. ecco perché. devo essermi addormentata così, in questa esatta posizione, sul fianco sinistro, con la testa leggermente sollevata in un morbido abbraccio. devo aver dormito profondamente, un lungo sonno senza sogni, perché stamattina mi ritrovo nella stessa identica posizione. tra me e il cuscino, un profumo conosciuto. schiacciato contro la mia guancia, un intero album di ricordi. quella mattina d’agosto. e quella notte stellata in collina. la tensione del giorno prima in un piccolissimo albergo a firenze. ora, è qui, come un libro. aperto su una pagina che ancora non conosco.

pensieri

insonnia

notte fonda, e ancora non riesce a dormire. le sembrava così semplice, da fare: stendersi sul letto, nonostante il caldo, chiudere gli occhi, e aspettare. e invece eccola ancora lì che si rigira senza sosta, e senza senso. eppure, dovrebbe avere sonno… chissà cos’è. forse il letto estraneo, forse l’eccitazione della novità, la novità dell’eccezione alla normale vita.

alla fine, si decide e va alla finestra, a cercare un po’ di fresco. c’è l’odore dell’estate in bicicletta dopo cena, a prendere il gelato con l’amica cugina. bei tempi, quelli. peccato. al di là della strada c’è un’altra finestra, mondo simmetrico al suo. dentro, una donna, anche lei probabilmente a combattere contro il caldo, il telegiornale ha detto che era la giornata più calda d’estate. la donna è seduta ad un tavolo, in una casa che sembra uscita da un film da dolce vita, e scrive. ogni tanto, guarda il muro, sembra che pensi, e poi scrive qualcosa. una parola, o anche solo una lettera. parole crociate, a distrarre il sonno che si avvicina. stranamente, nel mondo simmetrico al suo, il sonno lo si caccia a colpi di parole, invece di cercarlo tra le righe di una storia. forse è davvero lo specchio di quello che è, una donna a vegliare chissà chi passando il tempo come riesce, come fanno tutte le nonne, almeno un po’, nei caldi pomeriggi e nelle fredde sere, e una ragazza a pensare insonne, a cercare di non buttare via nemmeno un minuto della sua giovane notte.
prende la borsa, e se ne va in giro per la città addormentata, cercando altre donne, altri rebus, altre luci accese su tavoli ancora apparecchiati della cena. cammina con il naso all’insù, guarda tutte le finestre. dormono, dormono tutti.

pensieri

lista nozze

lui la tira per un braccio, direzione computer e cellulari, ma lei se ne sta lì, con il naso all’insù, proprio davanti ai ripiani delle stoviglie, reparto “liste nozze”. lui già teme l’inevitabile, il richiamo implicito dell’inesorabile dichiarazione, proprio sul più brutto, non sia mai che le sia venuto il momento romantico proprio ora, alle cinque di un caldo pomeriggio d’agosto, in uno squallido negozio. non può certo immaginare che le liste nozze non c’entrano proprio niente, figuriamoci se a lui interessano i piatti con i fiori sul bordo, o i bicchieri di mille forme e colori. figuriamoci se gli interessano ora, a quasi trent’anni, proprio oggi che era uscito per comprare un regalo per il suo computer. non interessano nemmeno a lei, a volerla dire tutta. si sta semplicemente chiedendo com’è che le pentole sembrano così lucide e brillanti solo quando sono in un negozio, ben allineate sul ripiano di vetro. com’è che se ne stanno lì, perfettamente ordinate in file da tre, e sembra che siano così belle, e poi quando te le porti a casa sembra che non abbiano più interesse ad imbellettarsi per affrontare la vita. una volta accasate, smettono i loro abiti migliori, e se ne stanno meste in un angolo, rigate dall’uso e opache dall’acqua e sapone. non che abbiano molto interesse a mantenersi giovani e belle, in fondo: anche i mestoli, a ben pensarci, una volta scartati del loro fiocco nero sul collo cominciano il loro lento declino. impettiti e impeccabili all’inizio, allineati sul ripiano e illuminati da una luce blu, diventano presto lisi dall’uso, con il fondo rovinato dal continuo sostare in quei due millimetri d’acqua, sul fondo
del portaposate a lato del lavandino. e se un tempo riuscivano a commuovere, con quel loro accarezzare continuo i fianchi della loro amata pentola, ora si limitano ad adagiarvisi sopra, stanchi, in bilico al riparo dal fuoco.