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E voi ce l’avete, un mentore?

Questa mattina, mentre allattavo bimbodue e cercavo di bere un caffè senza rovesciarglielo addosso, ho guardato un TEDtalk – niente di eclatante, a dire il vero, ma con due punti interessanti. Uno – scegliete un certo numero di libri e aggrappatevici come ancore di salvezza, nella vita (Tai Lopez dice 150, mi sembra un numero ragionevole, ora ci ragiono su). E due – sceglietevi dei mentori, e seguiteli.

Ora, dovete sapere che in questo periodo sono abbastanza sensibile a questa storia dei mentori. Un po’ perché sono arrivata ad un punto di non ritorno, su certe cose, e la mia vita ha bisogno di una svolta, e un po’ perché a volte capitano momenti così, in cui persino il marito con le sue scoperte notturne e gli strani algoritmi di Facebook si coalizzano per suggerirti nuove strade (uno su tutti: Simon Sinek, che me lo sto studiando come un libro di scuola, perché ho l’impressione che ci sia molto da imparare, da quelle parti).

Al momento, ho una rosa di mentori più o meno inconsapevoli, che spio da lontano che nemmeno uno stalker professionista, e che pian piano mi stanno aiutando a rimettermi in sesto.

C’è un amico, che vive lontano e mi ha insegnato, tra le altre cose, che quella storia che l’amicizia tra uomo e donna non esiste è una cagata pazzesca – e che ogni volta che lo leggo mi ricorda che esistono dei rami secchi, nella vita, e delle radici, e che bisogna curare le radici, anche quando non si vedono, e non i rami. E c’è Nancy, il mio faro, che quando la guardo mi dico “Ecco, questo è quello che voglio essere” (a proposito, fatevi un regalo: andate a dare un’occhiata al suo sito). Ora, per tornare al problema principale della mia vita attuale, mi manca solo un mentore in cucina (perché Leemann è inarrivabile, mannaggia a lui) – ma ci sto lavorando.

E voi ce l’avete, un mentore?

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Vecchie abitudini

Ogni tanto mi prende il momento “si stava meglio quando si stava peggio”: e quando non c’era tutto questo traffico, e quando c’era il tempo di sedersi a guardarsi negli occhi, e quando a scuola si sudava sui libri, e quando ancora le notizie si leggevano sui giornali e non su Twitter, e quando vuoi mettere la Smemo con Facebook? Cose così.

Ecco,oggi è uno di quei momenti. Ho ritrovato una scatola di biglietti d’auguri, vecchie lettere e cartoline. Fogli ingialliti dal tempo, ricordi di giorni in cui bastava la calligrafia con cui era scritto l’indirizzo per farci venire un tuffo al cuore.

Mia cugina e la nostra pluriennale indispensabile corrispondenza.
La migliore amica degli anni del liceo con i suoi biglietti d’auguri che erano in realtà lunghissime lettere, e mi scriveva anche se abitava a venti metri da me e ci vedevamo tutti i giorni.
Gli amici conosciuti durante quell’estate del novantotto, a Parigi, compresa lei che se n’è andata troppo presto e lui che ogni volta cambiava il nome del mittente, Asdrubale,Venanzio, Berengario, Egisto, Petronio Ernesto, Astolfo Gioacchino Melchiorre, Panurgo Venceslao Tibaldo.
Le amiche di penna del mare e quelle per imparare l’inglese e il francese.
Persino qualche ragazzetto che ora mi vien da sorridere a pensare che abbia trovato il tempo di scrivere una lettera, imbustarla, andare in tabaccheria, comprare un francobollo e spedire un paio di pagine di tutto sommato niente, io sto bene, sono stato a scuola, l’anno prossimo torniamo al mare lì, e tu come stai.

E così ho pensato che questa storia del trovare il tempo per scrivere, costruire un pezzo di mondo da spedire, fisicamente, a migliaia di chilometri di distanza, con un foglio di carta da lettere color avorio o una pagina strappata da un quaderno a righe, una busta con i fiori disegnati, un francobollo – ecco, questa è una cosa che era meglio – ma molto meglio – prima.

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Parlare di un #libroin140 caratteri

Si sa che non riesco a stare troppo tempo con le mani in mano. Si sa anche che più cose mi tengono impegnata, e più cose aggiungo alla fitta agenda di impegni e scadenze. Dopo il mio primo progetto 2016 di leggere #28libri “europei”, che tra parentesi procede spedito, ecco una nuova idea. Che in realtà è un’idea vecchia, e anche un po’ trita e ritrita – ma chi sono io per avere idee nuove e originali, quando ce ne sono già tante bellissime, al mondo?

La sfida è riuscire a parlare di un libro in un twit: 140 caratteri per riassumere le mie impressioni su un libro che ho letto, titolo e tag d’ordinanza (#libroin140) compreso.

Se volete curiosare, qui trovate i primi twit pubblicati rispolverando vecchi tentativi. Pian piano proverò a mettermi in pari. E se volete provare anche voi, basta non dimenticare di aggiungere, alla fine, il tag #libroin140.

Buon divertimento!

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Risorse umane

Oggi ho dovuto leggere una trentina di CV.
Trenta candidati per uno stage. Tutti giovani, aitanti, e soprattutto pieni di belle speranze.

C’è quello che tra le “capacità personali” mette “experienced backpacker”. Quello che rilancia con “couchsurfer”. Quello che nelle esperienze lavorative sottolinea tre mesi di “autista per sportivo professionista”. Quella che tra le lingue conosciute mette latino. “Avanzato”. Quella che indica i suoi tempi sulla maratona, mezza maratona e 10k. Quello che si candida per uno stage ad aprile 2017 e nella mail chiede se ho qualche annuncio per un appartamento disponibile. Quello che tra le esperienze extracurricolari mette di quella volta che è stato all’Open Day del Parlamento europeo. Quella che confessa di far parte di una confraternita di cui indica solo l’acronimo (ho cercato su Google: niente).

Ora, come minimo, devo togliere “blogger e organizzatrice di un club letterario” dal mio.
Mannaggia a loro, mannaggia.

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Cut.

Non so se vi ho mai parlato di Nancy. Nancy è, suo malgrado, quello che qualcuno definirebbe il mio guru. L’ho conosciuta anni fa, durante un corso di Assertiveness. Lei era l’insegnante, e da quel giorno la mia vita è cambiata un po’. Quest’anno, Nancy ha lanciato il suo personale buon proposito per l’anno nuovo: scegliere una parola intorno alla quale “costruire” tutta la nostra vita, per i prossimi 12 mesi. Ho raccolto la sfida, ed eccomi qui: la mia parola è Cut. Perché ho bisogno di tagliare il superfluo (Facebook, i chili di troppo, i conoscenti che frequenti solo “perché sì”, gli inutili spuntini davanti al computer, il mal di schiena, i libri brutti) per concentrare tutte le mie energie su quello che è veramente importante nella mia vita.

Ah – dimenticavo. Non so se avete notato. Il “vecchio” nome del blog, “Pensieri Sparsi di una Coccinella Felice”, è diventato un sottotitolo – che poi è quel che in fondo è sempre stato. Ho finalmente trovato un nome vero, di quelli che quando l’ho visto ho detto “è lui!”, di quelli hanno a che fare con le coccinelle, la bellezza un po’ naïf dei campi di margherite e la vita sempre un po’ spettinata dei papaveri.

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Il giro d’Europa in 28 libri

Quando, l’anno scorso, ho partecipato alla cerimonia di premiazione dell’European Union Prize for Literature, la parte intraprendente di me ha messo in lista d’attesa un nuovo progetto: leggere almeno un libro per ogni paese dell’Unione Europea. Qualche ora dopo la parte disfattista di me ha cancellato il progetto, archiviandolo alla voce “irrealizzabile”. Poi, la rivelazione: pare che una splendida donna che risponde al nome di Ann Morgan abbia letto, in un anno, un libro per ogni paese del mondo (qui trovate il suo TED talk). E allora mi sono detta che in fondo 28 paesi non sono niente, in confronto.

Last year I attended the European Union Prize for Literature Award Ceremony, and I thought of a new project I could put in place: reading at least one book from every EU member State. Then, after a few hours, I decided it wouldn’t make sense to compile a list of books I could not read simply because… well, I only speak Italian, English and French. But then, Ann Morgan revealed me that my idea was not too crazy: she read, in a year, a book from every single country in the world (here you can find her TED talk). Nothing compared to my short 28-countries list… And so – here I am.

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A proposito di Bruxelles

Ho sempre pensato che Bruxelles la domenica fosse noiosa: negozi chiusi, vie deserte, ristoranti in riposo settimanale. Ovviamente, non l’avevo mai vista veramente deserta: lo scorso fine settimana Bruxelles era, letteralmente, una città fantasma.

Surreale, Bruxelles, con colonne di mezzi blindati che attraversavano la città, lentamente, come in quei film che parlano di guerre e invasioni. Apocalittica, Bruxelles, con i giornali che per evitare di vanificare gli sforzi della polizia hanno sospeso la divulgazione delle notizie sulle operazioni in corso domenica, senza darci modo di sapere cosa stesse succedendo, né dove. Silenziosa, Bruxelles, niente macchine, nessuna risata, persino i cani devono aver pensato che non era il caso di abbaiare. Soltanto, ogni tanto, una sirena o il rumore lontano di un elicottero.

Qui l’emergenza non è finita con gli assalti coordinati di domenica, né con gli arresti di lunedì. La metropolitana non si è ancora messa in moto, i centri commerciali e le scuole rimangono chiusi, molti uffici si sono “trasferiti” diligentemente sul divano di chi lavora da casa. La polizia continua a pattugliare le strade, anche se ha avuto il buon gusto di togliermi quell’antiestetico carro armato dalla piazzetta vicino casa.

Nonostante la tensione, però, noi qui siamo riusciti a vivere, non solo a “sopravvivere”. Sono state prese misure straordinarie per permettere operazioni di polizia su larga scala, abbiamo incrociato mezzi pesanti e uomini e donne vestiti a guerra, abbiamo visto la città richiudersi su se stessa, silenziosa, per lasciar spazio a chi aveva promesso di difenderci. La mattina dopo ci sentiamo un po’ come se avessimo fatto la nostra parte: noi che ce ne siamo stati a casa a mangiare pizza surgelata e a giocare con i bambini, gli abitanti dei quartieri a rischio che si sono visti l’esercito in salotto, persino i gatti che hanno inondato Twitter come risposta alla richiesta delle autorità di non divulgare dettagli sulle operazioni in corso.

Quello che viene spesso additato come un paese diviso, con un governo (quando ce l’ha) incompetente, con una burocrazia che persino un italiano definirebbe fantozziana, ha dovuto gestire un’emergenza e ha dato prova di saper chiedere (in tre lingue, ça va sans dire) ai suoi cittadini di collaborare per fronteggiarla. E noi cittadini, di ogni nazionalità e religione, oggi siamo qui, mentre portiamo fuori il cane, a parlare di cosa abbiamo fatto di bello in questo fine settimana diverso dagli altri.

Nota a margine: questo pezzo è stato scritto per (e pubblicato su) il quotidiano piacentino Libertà. Il giorno dopo aver scritto questo pezzo, il governo belga ha annunciato l’estensione del livello di massima allerta fino almeno a tutta questa settimana. E ho pensato che forse il riferimento all’incompetenza preconcetta delle istituzioni belghe non è così campato per aria. Le mie impressioni sul weekend e sull’atteggiamento dei miei nuovi concittadini in quelle quarantott’ore di straordinaria follia rimangono invariate, per fortuna, ma per chi volesse anche il rovescio della medaglia qui c’è un’articolo interessante su cui riflettere.

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Il drago della pappa

Dopo un anno di mal di pancia e visite pediatriche, quest’estate è arrivata la risposta a tutti i nostri dubbi: bimbo non prende freddo al pancino (nonostante gli avvertimenti delle nonne), non ruba chili di cioccolata di nascosto (come faceva sua mamma…), non ha gravissime carenze o strane malattie.
Semplicemente, è celiaco.
Da genitori, la nostra prima reazione è stata, ovviamente, come riuscire a fargli capire l’importanza di un’alimentazione “sicura” in un’età in cui non riesce a capire perché non può mangiare tutto quello che vuole (anche se, a dirla tutta, per ora “tutto quello che vuole” è uva, pomodori e banane).

Abbiamo iniziato a pensare ad una storia che riuscisse a spiegargli in modo semplice “i fondamentali” della celiachia. Mancava solo una mano esperta per trasformare in realtà quello che ci passava per la testa: per fortuna un’amica comune ci ha suggerito di rivolgerci a quel poliedrico illustratore (nonché disponibilissimo essere umano dietro la matita, impareggiabile nella passione che ha messo in questo progetto) che, nel magico mondo del web, trovate alla voce Franz. Il risultato è stato un bellissimo regalo di compleanno – e devo dire che ne siamo decisamente orgogliosi.

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Puntigliosando su presunte non-scelte

Pare ci siano questa madre vegetariana e macrobiotica e questo padre che va da McDonald. Pare che un giudice abbia deciso le sorti alimentari del figlio perché i due non riescono a trovare un accordo e usano lo stomaco del piccolo come banco di prova delle loro convinzioni. Non credo importi a nessuno cosa ne penso io, sia del macrobiotico che del fatto che un giudice possa decidere in materia (e se il giudice fosse stato vegetariano?). Ma una cosa lasciatemela dire, alla luce dei vari commenti fioriti a destra e a manca. Vorrei che fosse chiara una cosa: impedire al figlio di mangiare carne è una scelta che ha un impatto sulla sua salute e sulla sua crescita. E, visto che non sembra per niente ovvio: anche fargliela mangiare.

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Pensieri da pausa caffè

Tutti con questa storia che a dodici ore dal parto non è possibile essere così in forma, eh ma grazie, con tutto il team di truccatori e parrucchieri, e però è un messaggio sbagliato per le mamme, e comunque i tacchi, suvvia!, i tacchi, e via di questo passo. A me vien solo da pensare che questa mamma-bis, ancora intontita dalla novità, con il bimbo “grande” chissà dove, invece che dove avrebbe probabilmente voluto averlo (cioè attaccato alla gonna, un po’ indietro per nascondersi ai fotografi, con la mano ben aggrappata a quella di papà e negli occhi un po’ di curiosità per quel fagottino spuntato tra le braccia di mamma) ha come preciso dovere di lavoro quello di mostrarsi a perfetti sconosciuti in perfetta forma, nascondendo fatica e dolori, sorridendo e salutando. Per quel che mi riguarda, chapeau.

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Problemi esistenziali francamente inutili

Il fatto è che gli uomini della mia età in giacca e cravatta mi mettono in soggezione.

Mentre la mia mente piena di pregiudizi trova “normale” lavorare con cinquanta-sessantenni in giacca e cravatta, vedermi di fronte un mio coetaneo vestito che nemmeno mio marito il giorno delle nozze mi mette a disagio. Il che, in un ambiente lavorativo come il mio, in cui il 95% degli uomini sono super tirati, e il restante 5% sono i cuochi della mensa, potrebbe effettivamente essere un problema.

Perché francamente mi sento abbastanza stupida, a non riuscire a spiaccicare due parole in fila con persone che conosco da due anni – roba che nemmeno quando avevo sedici anni e mi ero innamorata del figlio del mio professore.

Si accettano consigli.
O pacche sulla spalla accompagnate da sconsolate oscillazioni di testa.
O dei colleghi in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica.

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è ora di basta

Di solito, approfittando dei cinque minuti in cui bimbo gioca da solo sul suo tappeto prima di lanciarsi a distruggere l’albero di Natale, vado a dare un’occhiata su Facebook. Ormai, mi rendo conto, è un’abitudine, un gesto automatico come quello di aprire la posta e controllare che non ci siano messaggi sul cellulare.

In genere, utilizzo i social network in modo “strumentale”, cioè per pubblicare pensieri (conditi da hashtag assurdi e inconsistenti, ma comunque), foto, recensioni di libri e cose che mi piacciono. Ma con Facebook è diverso. Oltre a rispondere ai commenti di amici e a mantenere i contatti con chi è lontano, ho preso l’abitudine di scorrere la pagina principale, e guardare quei mille link pubblicati e condivisi. E qui casca l’asino. Articoli sulle scie chimiche e sui vaccini, trafiletti di giornali sugli immigrati che ci rubano il lavoro, invettive contro Bruxelles che comanda a casa nostra, locandine di una cattiveria e soprattutto di un’idiozia inaudite. Quello che mi lascia sempre più basita e frastornata è la lista di commenti che segue, in genere, l’articolo. Sgrammaticati, volgari, stupidi, e soprattutto senza un minimo di analisi critica. Pecoroni che seguono la massa prendendo come oro colato qualunque cosa.

Oggi stavo per commentare l’ennesima offesa alla razionalità umana, quando ho deciso che sono stanca. Stanca di dire la mia, stanca di far presente che abbiamo una testa per analizzare quello che leggiamo, stanca di prenderla sul personale e rovinarmi la serata. Mi rifiuto di contribuire allo sfacelo. Non farò più la maestrina saccente, non dirò più la mia, non mi inalbererò più, non cercherò di far capire a chi non vuol capire che esistono diversi punti di vista, non romperò le scatole chiedendo ad un giornalista le fonti da cui prende le verità che ci propina con linguaggio più da blog che da giornale.

#FineDelloSfogo

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di cose serie: si torna a scuola

La settimana scorsa sono stata nella mia vecchia scuola. Quindici anni dopo la maturità, venti anni dopo il mio primo giorno nella scuola dei grandi. Dall’altra parte della cattedra, questa volta, per fare due chiacchiere con gli studenti di oggi, e parlare di Unione Europea e di lavoro all’estero. Per l’occasione ho riaperto un blog che avevo creato anni fa. Sempre avuta, in effetti, questa vocazione da maestrina, fin da quando facevo fare i compiti a mio fratello con i pennarelli sull’armadio della cameretta – ben prima che imparasse a scrivere, beninteso. L’ho aggiornata, ripulita, rinnovata. Eccola qui, per i curiosi.