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Giornale radio

Dalle persiane socchiuse della camera da letto sul retro entrava la luce del sole, ancora troppo calda per essere un mattino di fine agosto. Accanto a me quel ghiro di mio fratello dormiva ancora, con i pugni stretti intorno al bordo del lenzuolo. Sul cuscino, lunghi riccioli biondi, che in estate si schiarivano fin quasi a scomparire, trasparenti come sottili tentacoli di meduse sulla nuca. Le palpebre, leggermente sollevate, lasciavano intravedere gli occhi castani, sorpresi nel mezzo di un sogno agitato.

Al piano di sotto, attutito dalle porte chiuse, l’inconfondibile rumore del mattarello sul tagliere e, di sottofondo, l’immancabile giornale radio. La nonna doveva essere già sveglia da un po’, se aveva avuto il tempo di andare a prendere le uova nel pollaio e preparare un enorme disco di sfoglia che sarebbe bastatao a sfamare noi due piccoli a malapena fino alla settimana seguente.

Mi alzai, raccolsi il libro abbandonato sul cuscino dalla sera prima e decisi che era ora di scendere in cucina per la mia meritata tazza di latte caldo con i biscotti. Quelli rettangolari, i miei preferiti – che quelli tondi non sapevo mai da che verso tuffarli nel latte.

La scala che dalle camere portava in cucina mi aveva sempre fatto paura. Grigia. Ripida. Fredda. Buia, soprattutto. Scesi in fretta, trattenendo il respiro ed evitando accuratamente di voltarmi indietro, finché la porta di vetro della cucina non venne in mio aiuto.

Buongiorno, disse la nonna.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola. Ma è anche uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia, quando trascorrevo le mie vacanze in una casa che il terremoto, esattamente quattro anni fa, si è portato via.

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Domenica

È domenica. C’è da dire che io in genere odio quel noioso surrogato di vacanza che è la domenica. Oggi, invece, è tutto così incomprensibilmente morbido. Le luci dei lampioni, che aspettano pazienti le otto persone spegnersi, sembrano tante lune, tutte in fila. Le occhiaie riflesse nello specchio del bagno sono ridotte a lievi ombre innocue. Persino i piatti sporchi, malfermi nel lavello, i giochi abbandonati alla rinfusa in salotto, i calzini aggrovigliati sulla sedia si confondono in un mondo ovattato, senza spigoli e senza imperfezioni.
E io che pensavo fosse una tragedia, perdere gli occhiali.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola.

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zampirone, quello verde

in fondo era estate. c’era da aspettarselo. quello che non capiva era come mai i ricordi si mescolassero ai sogni. c’era da aspettarsi che quell’odore, come tutti gli odori di questo mondo, avrebbe risvegliato qualcosa, una qualunque banalissima emozione. la differenza era che quella volta il fumo dello zampirone la portò in un mondo inesistente, in un racconto immaginato e non vissuto. era una cosa nuova, tanto valeva chiudere gli occhi e vedere come sarebbe andata a finire. zampirone, accanto alla finestra aperta. o lo si odia dal profondo dell’anima, o non c’è estate senza odore di abbronzante e zampirone. lei era una di quelle da abbronzante e zampirone. per questo, appena accesa la lucina rossa, quella testa di serpente mangiazanzare, la mente la riportò indietro di anni, in un piccolo campeggio. l’arietta fresca del mare, la roulotte con la veranda davanti che sa di plastica e la stuoia color ocra, la cena a lume di lampadina, in piatti di plastica e bicchieri di carta. le sere tutte uguali, davanti alla roulotte ad immaginare chi passa. ne senti la voce prima di vederne i contorni (della faccia, nemmeno a parlarne con quel buio). e poi, ogni tanto, una partita a carte, o se è una serata speciale un gelato, giù in paese, quando c’è un paese con dei gelati. quella sera, sembrava tutta un’altra vita. in tenda, in un campeggio
ancora più piccolo. gli odori sono gli stessi, ma le voci, la lingua, le persone no. essere più grande, e continuare ad amare questa leggera umidità. essere più grande, ed amarla ancora di più, quando ti giri e alla luce della lanternina da campeggio non puoi fare a meno di sorridere. in giro per il mondo, in città che nemmeno immaginavi potessero esistere, in boschi bui come la notte e umidi come la rugiada. non sembra possibile, poter immaginare di vivere una vacanza così, con accanto due occhi che ridono alla luce della luna. e invece, eccola, basta chiudere gli occhi…

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sulla spiaggia

svegliarsi come da un lungo viaggio nel fondo del mare. svegliarsi e ritrovarsi, stanca e bagnata, sulla riva sabbiosa di un mare sterminato. svegliarsi e ricordare, chiaramente, di essere stata, per un istante, nel fondo di quel mare. trascinata sul fondo da una corrente, che mi accarezza la pelle, sale dalla punta dei piedi su, fino alle gambe, fino ai fianchi, fino alle spalle, fino ai capelli che lenti si muovono intorno a me. trascinata come in un’infinita danza con le onde, senza peso, senza suoni, senza colori che non siano quella debole luce lassù. trascinata come una ballerina d’acqua, divento anche io corrente, che arrotolandosi su se stessa scende sempre più in fondo, fino a sfiorare le morbide alghe che come verde lenzuolo vorrebbero accogliermi in un sonno senza sogni. e invece, all’improvviso, risalire. con un brivido freddo lungo la schiena, ritrovarsi a poter respirare, finalmente, un po’ d’aria. rimanere lì, sdraiata sull’acqua, con il filo dell’orizzonte che si muove su e giù, più o meno a metà dei miei fianchi. sentire il filo dell’acqua che sale, che mi copre le orecchie per un solo istante, che mi solletica le spalle. e poi ritornare a riva, ondeggiando sotto il pelo dell’acqua, senza respirare, senza pensare, senza nemmeno sapere come si fa, a nuotare così. finché, esausta, non riapro gli occhi. e mi ritrovo, accecata dal sole, stesa sulla riva, la sabbia incollata alla pelle, i capelli ancora bagnati, il respiro che non vuole tornare.

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dal treno

quasi il tramonto, e io me ne sto qui, seduta sullo scomodo poltroncino di un treno, aspettando la stazione giusta. o quanto meno, quella che indica come destinazione questo pezzettino di carta rosa e azzurro. comunque, musica nelle orecchie, come al solito. un libro appoggiato sulle ginocchia, un libro che parla di memorie perdute e ricercate, di odori che ricordano qualcosa che a prima vista non sai. un libro che parla anche di me, in fondo, e di quel vecchietto laggiù. l’ho visto per un istante solo, chino come solo i vecchi sanno stare chini su un orto, a strappare erbacce e intanto che ci sono anche un po’ di insalata per la cena.

stessa scena, ovviamente senza il treno, anni fa, in un caldo tramonto d’estate. stesso colore arancione nell’aria, stesso sole caldo che piano piano si nasconde dietro quell’ultima nuvola, che sembra messa lì apposta a nascondere agli occhi di noi comuni mortali la bellezza del tramonto. stesso campo, o suppergiù. stessa verdura, a bere l’acqua della lunga pompa gialla (che si dà alla sera, se no evapora subito, e io a bocca aperta ad imparare dalla nonna dalle dita ruvide di lavoro). stessa schiena china a raccogliere sempre qualcosa. a pensarci dopo, sembra che i vecchi non facciano altro. raccogliere.

raccogliere tutto il giorno. raccogliere verdura, raccogliere erbacce, raccogliere un nipotino perso sul vialetto di casa. raccogliere ricordi, pensieri, immagini. raccogliere idee e previsioni. raccogliere minuti e secondi di una vita passata così.

la cosa buffa, a questo punto, è che seduta qui a ripensare alle mille cose misteriosamente raccolte dai miei vecchi, mentre io sembravo distratta a giocare, e invece, lo vedi?, eccome se vedevo, la cosa buffa è che seduta qui ci sia io. a raccogliere anche io qualcosa, con la schiena curva sulle mille gonne pesanti, il grembiule a fiori, le scarpe rotte ma tanto servono per andare in campagna.

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essere onda

essere onda

un’onda. di quelle che partono da un punto imprecisato dell’oceano, laggiù.
di quelle che si fanno migliaia di chilometri, magari accompagnate da un delfino, o da un gabbiano che si è allontanato un po’ troppo da casa.
un’onda. di quelle che arrivano dalle parti di una spiaggia, che forse nemmeno l’hanno scelta, così, all’improvviso.
che magari se ne sarebbero state ancora un po’ al largo, a pensare a dove andare. e invece.

spiaggia.
e sabbia.
qualche conchiglia, il gabbiano che finalmente si riposa, l’orma di un cane passato da qui.

spiaggia.
e per prima cosa, a solleticarmi la pancia, quella che chiamano riva.

perché, poi? non è forse sempre spiaggia?
ed è per via della riva che si dice arrivare?
e allora, vuol dire che sono arrivata?

e ora…?

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marea

ho visto le onde fare a gara sul bagnasciuga.
l’oceano mangiarsi pian piano metri di spiaggia.
penisole diventare isole.
bagnanti perplessi e soli con le caviglie inspiegabilmente bagnate.
orme di cuccioli sulla sabbia.
nuvole nere sbucare all’improvviso e altrettanto all’improvviso
scomparire in mezzo all’oceano.

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neve, improvvisa

nevica, ancora. mezzo metro di bianchi fiocchi, ancora non violentati dalle auto, beffardamente bloccate nel loro letto di bianco abbraccio. qualche vecchietto si ostina a lottare contro il freddo, con una pala nelle mani rosse. i bambini, come sempre, a rincorrersi nel giardino dietro casa, improvvisati soldati di ventura a combattere contro muti fantasmi. una finestra. una macchina. un motorino. quella buffa bicicletta tutta ricoperta da uno spesso strato di neve. colpita. la neve crolla al suolo, ricoprendo un povero cagnolino. il padrone, colpevole, che lo riporta in casa, a dormire sotto al termosifone della cucina. sembra di sentire le grida della mamma, arrabbiata con l’incoscienza del figlio, scocciata per il suo forzato esilio in casa. televisione e parole crociate. e il desiderio di poter essere incosciente, anche lei, come il figlio. o, al massimo, matta come quel piccolo batuffolo di cotone bianco, nonostante il freddo. almeno, ora si gode il caldo delle mattonelle di marmo, attraversate da invisibili tubi amici. come quando, da piccola, si stendeva sotto l’albero di natale, lasciando il freddo fuori, guardando le luci e i colori di quella fantasia da cartone animato, con i piedi ben incollati al termosifone.

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collezione autunno-inverno

se fosse un oggetto, sarebbe una sciarpa. una di quelle sciarpe di lana colorate, lavorate ai ferri, con le frange. così come io probabilmente, non potendo aspirare alla perfezione di una moleskine scritta fitta fitta, sarei una borsa, di quelle borse a sacco di cuoio chiaro che fanno molto anni settanta. cuoio martellato, si chiama. su di me probabilmente la chiamerebbero cellulite. io sarei una borsa e lei una sciarpa, se vivessimo in uno di quei mondi da cartone animato in cui le automobili parlano e le calcolatrici cantano. lei sarebbe una lunga, morbida, allegra sciarpa. che poi è strano, perché è una delle persone più solari che conosco. quindi, a rigor di logica, dovrebbe essere, che so?, un paio di occhiali da sole. anche loro anni settanta, perché si sa che il simbolismo è vintage. l’ultimo modello di armani non potrebbe essere così poetico. e invece, è una sciarpa. non ci posso fare niente, è venuta fuori così. chissà che giro strano ha fatto la mia fantasia, ma tant’è. che poi, con il senno di poi, aveva ragione lei. la mia fantasia, intendo. ora la sciarpa se ne va, al nord. al freddo. forse lo sapeva già, dove sarebbe finita, e così al momento di decidere se essere un costumino a triangolo fatto all’uncinetto e un’enorme sciarpa blu petrolio e bordeaux, ha pensato bene di mettere le mani avanti e buttarsi sulla seconda. oggi il mondo si è trasformato. non è più quello di ieri. tanto per cominciare, ho conosciuto un nuovo posto dove passare qualche serata invernale la differenza è la stessa che ci starebbe tra questo mondo e il mondo dei cartoni animati di cui sopra. per dire, mio padre oggi è un calamaio appoggiato su una scrivania di mogano. mamma un cuscino (ma in fondo ogni mamma è per definizione il primo cuscino di ognuno di noi). mio nonno un trattore, ovviamente un landini arancione. e la nonna un mattarello. mio fratello, un obiettivo di una vecchia macchina fotografica. un lungo, magro e contemplativo obiettivo. domani il mondo tornerà ad essere quello di ieri. niente obiettivi, niente trattori, solo persone in carne ed ossa.

la sciarpa deve essersi persa.
va sempre perso qualcosa, nei traslochi.
ad ogni modo, quest’inverno avrò un po’ freddo, già me lo sento, senza sciarpa.
per fortuna che, essendo una borsa bella grande, non rischio di perdere tutti i ricordi.
devo avere ancora qualche pelucco, qua e là.
per fortuna.

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illusioni

parigi. metropolitana. ora di punta. ancora due fermate e si scende. ancora due fermate e si sale. fino alla luce del sole, prima che scompaia dietro i tetti delle case. prima che regali a questa fetta di mondo un’altra scena da film. comignoli, che nemmeno gli aristogatti. tetti di ardesia. finestre dalle quali ti aspetti sempre di vedere un poeta, un pittore che si affaccia incuriosito da un piccione affamato. e invece niente. una madre, due bambini che urlano, un vecchio sperduto. un paio di vasi di fiori, tanto per creare atmosfera… e il sole che si abbassa lentamente, in un cielo del color del tramonto. quello vero, si intende. ancora due fermate e ci toccherà renderci conto che in realtà non siamo in un film. parigi è così… ti illude di essere come un quadro, o un vecchio film… e invece, inesorabilmente, ti rendi conto di quanto sia reale, squallida, a volte perfino puzzolente… ti rendi conto, per forza, di quel fiume di gente che ti strattona sulle scale, di quell’immenso mondo indifferente che ti scivola addosso, ti urta, ti ignora… se solo quei due occhi potessero salvarmi. se solo potessero capire quanto mi sento sperduta, in questo mare, di quanto avrei bisogno di una mano, di un sorriso, di un cattivissimo caffè bevuto in un buio bistrot del marais. due dita che ti sfiorano. uno sguardo incuriosito. chissà se potrà capitare di rivederci, domani sera magari… all’ora di punta. due fermate prima del tramonto.

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con la coda tra le gambe

era come se non fosse successo niente. sapeva che sarebbe dovuto succedere qualcosa, a questo punto, e così guardava stupito all’insù, aspettando. gli occhi sbarrati, le orecchie pronte a cogliere il minimo rumore. e non riusciva a capire come mai lei fosse ancora lì, a continuare imperterrita con quello che stava facendo. possibile che non si fosse accorta di niente? possibile sperare che sarebbe finito tutto così? non riusciva a crederci. non c’è niente da fare, è difficile far finta che questa volta possa andare in modo diverso dal solito. e poi, perché proprio questa volta? quali strani pensieri l’hanno portata a cambiare idea, a lasciar correre, per una volta? una soltanto, questo lo sapeva bene. non c’era da illudersi che potesse essere per sempre. ma intanto, si gode la momentanea libertà, l’immunità, l’inaspettata fuga, prima che lei se ne accorga. evidentemente, l’unica causa di questo suo bonario lasciapassare è che ancora non si è accorta di niente. meglio cogliere al volo l’occasione, così che quando se ne accorgerà, e vorrà distruggere questo silenzio, si tratterrà, sapendo che in fondo, una volta fatto il danno, è inutile accanirsi. tanto, non si ricorderà già più di quello che ha fatto, sarebbe una cattiveria inutile..scodinzolando, si allontana dalla stanza, mentre lei ancora rigira l’insalata tra le mani. per terra, un tovagliolo di carta, o quello che ne
rimane.

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la parigi mai vista

la campagna che separava montmartre da parigi parve meno estesa dall’ultima volta che avevano fatto visita a claire. sembrava che nuove case dai camini rossi ancora privi di fuliggine si fossero spinte dalla butte fino a valle e che la città si fosse protesa per andare loro incontro. (s. vreeland)

aprì gli occhi, e si ritrovò in un mondo che non credeva di conoscere. si era addormentata pensando a quanto sarebbe stato difficile, il giorno dopo, andare alla fac con lo sciopero della metro e tutto il resto. oggi, carte orange non evocava altro che la spessa carta colorata che avvolge la baguette della signora céline, giù alla bottega. una lunga gonna di lana marrone, una semplice maglia nera e un mantello spesso e ruvido. capelli raccolti, come al solito, e al collo una semplice catenina di metallo. uscì nel freddo della strada e si incamminò verso il mercato, per la spesa quotidiana. due parole con la fruttivendola, e poi un saluto a céline. poverina, con quell’influenza, e questo freddo. in effetti, anche lei si sentiva un po’ strana, era come se sapesse esattamente come comportarsi, nonostante non fosse il suo mondo. o magari era solo il naso chiuso. ma era esattamente quello che ci voleva, svegliarsi una mattina a parigi e scoprire un mondo tutto nuovo, un mondo che non credeva di poter vedere. un mondo che nessuno avrebbe mai più rivisto.

ecco, questa è la cosa che più mi manca, in fondo. non il non aver potuto vedere la parigi d’antan, ma il non aver avuto modo di scoprirne tutte le tracce. ho paura che un mattone, un angolo di strada rimasto intatto da allora, mi sia sfuggito. anche se, in fin dei conti, tutto quello che ricordo è di essere andata in giro per le stradine del centro cercando di cancellare auto, zainetti colorati e mcdonald. e in fondo, parigi è una città nella quale questo strano esercizio della mente è abbastanza facile da fare. forse, l’unica città al mondo in cui sia veramente possibile sentirsi in un posto fuori dal tempo. ma non è quello che cercavo. quello che mi manca, è affacciarmi dalla terrazza del sacré coeur e vedere solo colline, a perdita d’occhio, e parigi laggiù. cancellare tutti quegli splendidi tetti d’ardesia e i camini, tutti simili, infiniti.

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mare d’inverno, solo con il blu del cielo

passeggiare lungo il molo, con le dita che ancora sanno di pesce, chissà poi perché non danno quelle bustine a forma di stella di mare, con le salviettine al limone… passeggiare, guardare una strana barca bulgara, trainata o trainante, entrare nel porto di marina di ravenna. chissà poi che ci fanno i bulgari quaggiù… sempre che fossero bulgari, in effetti. come quel cartone animato che guardava sempre mio fratello. una barchetta legata con una corda ad un grande transatlantico. questo sarà anche molto meno romantico, ma insomma l’idea è quella. e poi c’è la luna, chi l’avrebbe mai detto. nemmeno l’avevo vista, e un dito puntato a guardare il cielo blu, che strano il cielo blu di febbraio, ma ora l’ho capito che quando il dito punta il cielo, nino, bisogna guardare il cielo e non il dito. luna. chiara, come se si vergognasse di starsene lì, come se avesse paura di non poterci stare. come se fosse venuta, solo un attimo, a controllare che tutto andasse bene. tutto bene, grazie. nemmeno in un film avrebbero potuto fare di meglio, mettere insieme una giornata di sole, una fresca aria di quasi primavera, un buon pranzo e una strana euforia che sembrava quasi di poter chiacchierare con quel pescatore, peccato se ne sia andato via, con il suo cane. pazienza, ci accontenteremo di ricordarlo così, curvo sotto il peso degli anni, con le mani dure e callose e il passo dondolante di chi, in fondo, non ci sa camminare, sulla terraferma.