libri

“In tempi di luce declinante”

in tempi di luce declinante★★★☆☆
Un bel modo per ripercorrere un pezzo di storia d’Europa, con la storia di una famiglia che si fa storia della Germania. Ci sono i comunisti, gli esuli in Sudamerica, quelli che vogliono scappare all’Ovest, quelli fedeli al partito e quelli delusi.

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pensieri

Giornale radio

Dalle persiane socchiuse della camera da letto sul retro entrava la luce del sole, ancora troppo calda per essere un mattino di fine agosto. Accanto a me quel ghiro di mio fratello dormiva ancora, con i pugni stretti intorno al bordo del lenzuolo. Sul cuscino, lunghi riccioli biondi, che in estate si schiarivano fin quasi a scomparire, trasparenti come sottili tentacoli di meduse sulla nuca. Le palpebre, leggermente sollevate, lasciavano intravedere gli occhi castani, sorpresi nel mezzo di un sogno agitato.

Al piano di sotto, attutito dalle porte chiuse, l’inconfondibile rumore del mattarello sul tagliere e, di sottofondo, l’immancabile giornale radio. La nonna doveva essere già sveglia da un po’, se aveva avuto il tempo di andare a prendere le uova nel pollaio e preparare un enorme disco di sfoglia che sarebbe bastatao a sfamare noi due piccoli a malapena fino alla settimana seguente.

Mi alzai, raccolsi il libro abbandonato sul cuscino dalla sera prima e decisi che era ora di scendere in cucina per la mia meritata tazza di latte caldo con i biscotti. Quelli rettangolari, i miei preferiti – che quelli tondi non sapevo mai da che verso tuffarli nel latte.

La scala che dalle camere portava in cucina mi aveva sempre fatto paura. Grigia. Ripida. Fredda. Buia, soprattutto. Scesi in fretta, trattenendo il respiro ed evitando accuratamente di voltarmi indietro, finché la porta di vetro della cucina non venne in mio aiuto.

Buongiorno, disse la nonna.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola. Ma è anche uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia, quando trascorrevo le mie vacanze in una casa che il terremoto, esattamente quattro anni fa, si è portato via.

pensieri

Domenica

È domenica. C’è da dire che io in genere odio quel noioso surrogato di vacanza che è la domenica. Oggi, invece, è tutto così incomprensibilmente morbido. Le luci dei lampioni, che aspettano pazienti le otto persone spegnersi, sembrano tante lune, tutte in fila. Le occhiaie riflesse nello specchio del bagno sono ridotte a lievi ombre innocue. Persino i piatti sporchi, malfermi nel lavello, i giochi abbandonati alla rinfusa in salotto, i calzini aggrovigliati sulla sedia si confondono in un mondo ovattato, senza spigoli e senza imperfezioni.
E io che pensavo fosse una tragedia, perdere gli occhiali.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola.

pensieri

Cut.

Non so se vi ho mai parlato di Nancy. Nancy è, suo malgrado, quello che qualcuno definirebbe il mio guru. L’ho conosciuta anni fa, durante un corso di Assertiveness. Lei era l’insegnante, e da quel giorno la mia vita è cambiata un po’. Quest’anno, Nancy ha lanciato il suo personale buon proposito per l’anno nuovo: scegliere una parola intorno alla quale “costruire” tutta la nostra vita, per i prossimi 12 mesi. Ho raccolto la sfida, ed eccomi qui: la mia parola è Cut. Perché ho bisogno di tagliare il superfluo (Facebook, i chili di troppo, i conoscenti che frequenti solo “perché sì”, gli inutili spuntini davanti al computer, il mal di schiena, i libri brutti) per concentrare tutte le mie energie su quello che è veramente importante nella mia vita.

Ah – dimenticavo. Non so se avete notato. Il “vecchio” nome del blog, “Pensieri Sparsi di una Coccinella Felice”, è diventato un sottotitolo – che poi è quel che in fondo è sempre stato. Ho finalmente trovato un nome vero, di quelli che quando l’ho visto ho detto “è lui!”, di quelli hanno a che fare con le coccinelle, la bellezza un po’ naïf dei campi di margherite e la vita sempre un po’ spettinata dei papaveri.

pensieri

Il giro d’Europa in 28 libri

Quando, l’anno scorso, ho partecipato alla cerimonia di premiazione dell’European Union Prize for Literature, la parte intraprendente di me ha messo in lista d’attesa un nuovo progetto: leggere almeno un libro per ogni paese dell’Unione Europea. Qualche ora dopo la parte disfattista di me ha cancellato il progetto, archiviandolo alla voce “irrealizzabile”. Poi, la rivelazione: pare che una splendida donna che risponde al nome di Ann Morgan abbia letto, in un anno, un libro per ogni paese del mondo (qui trovate il suo TED talk). E allora mi sono detta che in fondo 28 paesi non sono niente, in confronto.

Last year I attended the European Union Prize for Literature Award Ceremony, and I thought of a new project I could put in place: reading at least one book from every EU member State. Then, after a few hours, I decided it wouldn’t make sense to compile a list of books I could not read simply because… well, I only speak Italian, English and French. But then, Ann Morgan revealed me that my idea was not too crazy: she read, in a year, a book from every single country in the world (here you can find her TED talk). Nothing compared to my short 28-countries list… And so – here I am.

pensieri

A proposito di Bruxelles

Ho sempre pensato che Bruxelles la domenica fosse noiosa: negozi chiusi, vie deserte, ristoranti in riposo settimanale. Ovviamente, non l’avevo mai vista veramente deserta: lo scorso fine settimana Bruxelles era, letteralmente, una città fantasma.

Surreale, Bruxelles, con colonne di mezzi blindati che attraversavano la città, lentamente, come in quei film che parlano di guerre e invasioni. Apocalittica, Bruxelles, con i giornali che per evitare di vanificare gli sforzi della polizia hanno sospeso la divulgazione delle notizie sulle operazioni in corso domenica, senza darci modo di sapere cosa stesse succedendo, né dove. Silenziosa, Bruxelles, niente macchine, nessuna risata, persino i cani devono aver pensato che non era il caso di abbaiare. Soltanto, ogni tanto, una sirena o il rumore lontano di un elicottero.

Qui l’emergenza non è finita con gli assalti coordinati di domenica, né con gli arresti di lunedì. La metropolitana non si è ancora messa in moto, i centri commerciali e le scuole rimangono chiusi, molti uffici si sono “trasferiti” diligentemente sul divano di chi lavora da casa. La polizia continua a pattugliare le strade, anche se ha avuto il buon gusto di togliermi quell’antiestetico carro armato dalla piazzetta vicino casa.

Nonostante la tensione, però, noi qui siamo riusciti a vivere, non solo a “sopravvivere”. Sono state prese misure straordinarie per permettere operazioni di polizia su larga scala, abbiamo incrociato mezzi pesanti e uomini e donne vestiti a guerra, abbiamo visto la città richiudersi su se stessa, silenziosa, per lasciar spazio a chi aveva promesso di difenderci. La mattina dopo ci sentiamo un po’ come se avessimo fatto la nostra parte: noi che ce ne siamo stati a casa a mangiare pizza surgelata e a giocare con i bambini, gli abitanti dei quartieri a rischio che si sono visti l’esercito in salotto, persino i gatti che hanno inondato Twitter come risposta alla richiesta delle autorità di non divulgare dettagli sulle operazioni in corso.

Quello che viene spesso additato come un paese diviso, con un governo (quando ce l’ha) incompetente, con una burocrazia che persino un italiano definirebbe fantozziana, ha dovuto gestire un’emergenza e ha dato prova di saper chiedere (in tre lingue, ça va sans dire) ai suoi cittadini di collaborare per fronteggiarla. E noi cittadini, di ogni nazionalità e religione, oggi siamo qui, mentre portiamo fuori il cane, a parlare di cosa abbiamo fatto di bello in questo fine settimana diverso dagli altri.

Nota a margine: questo pezzo è stato scritto per (e pubblicato su) il quotidiano piacentino Libertà. Il giorno dopo aver scritto questo pezzo, il governo belga ha annunciato l’estensione del livello di massima allerta fino almeno a tutta questa settimana. E ho pensato che forse il riferimento all’incompetenza preconcetta delle istituzioni belghe non è così campato per aria. Le mie impressioni sul weekend e sull’atteggiamento dei miei nuovi concittadini in quelle quarantott’ore di straordinaria follia rimangono invariate, per fortuna, ma per chi volesse anche il rovescio della medaglia qui c’è un’articolo interessante su cui riflettere.

pensieri

Il drago della pappa

Dopo un anno di mal di pancia e visite pediatriche, quest’estate è arrivata la risposta a tutti i nostri dubbi: bimbo non prende freddo al pancino (nonostante gli avvertimenti delle nonne), non ruba chili di cioccolata di nascosto (come faceva sua mamma…), non ha gravissime carenze o strane malattie.
Semplicemente, è celiaco.
Da genitori, la nostra prima reazione è stata, ovviamente, come riuscire a fargli capire l’importanza di un’alimentazione “sicura” in un’età in cui non riesce a capire perché non può mangiare tutto quello che vuole (anche se, a dirla tutta, per ora “tutto quello che vuole” è uva, pomodori e banane).

Abbiamo iniziato a pensare ad una storia che riuscisse a spiegargli in modo semplice “i fondamentali” della celiachia. Mancava solo una mano esperta per trasformare in realtà quello che ci passava per la testa: per fortuna un’amica comune ci ha suggerito di rivolgerci a quel poliedrico illustratore (nonché disponibilissimo essere umano dietro la matita, impareggiabile nella passione che ha messo in questo progetto) che, nel magico mondo del web, trovate alla voce Franz. Il risultato è stato un bellissimo regalo di compleanno – e devo dire che ne siamo decisamente orgogliosi.