“La teologia del cinghiale”

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Mi sono letta un po’ di recensioni, prima di iniziare questo libro, perché volevo capire se si trattava di un libro serio, o di una storia psichedelica ai limiti della sopportazione per un lettore sobrio come la copertina lasciava presupporre. Pare si tratti di un libro serio. Pare che abbia ricevuto un sacco di premi. E pare pure che sia scritto in un modo talmente originale da meritare encomi a destra e a manca. Riguardo l’originalità della scrittura, confermo: è talmente originale che mi sono arenata a pagina 40, stremata dai continui inserimenti in sardo. Sarà anche un capolavoro, ma perché devi farmi fare tutta ‘sta fatica?!

“La giovinezza”

La giovinezza★☆☆☆☆

Questo è un romanzo che in realtà è una sceneggiatura. Per me che non amo il cinema è stata una sfida: e infatti credo che parte del problema stia proprio lì, in quelle immagini solo abbozzate perché tanto poi a contorno ci sono gli attori, la musica, la fotografia. Solo che evidentemente io non riesco a crearmi questi “contorni” da sola, e mi rimangono solo due righe a descrivere personaggi che non riesco ad inquadrare, scene che non riesco ad inserire nel contesto, allusioni che non riesco a cogliere.

“Il club delle lettere segrete”

Il club delle lettere segrete.jpg★☆☆☆☆

Mia cugina abitava a due ore di macchina da me, ci vedevamo tre, quattro volte l’anno, e tra una visita e l’altra ci scrivevamo delle lettere. Quando, durante l’ultimo trasloco, ho ritrovato la scatola di legno che contiene tutte le lettere che mi ha spedito, ho pensato che sarebbe stato bello  scrivere di quando, ad un certo punto, le persone tornarono a scrivere lettere e cartoline. Così, quando ho letto la trama di questo libro ho pensato che qualcuno mi avesse rubato l’idea (che, quindi, non posso che apprezzare). Lo stile, però, e il risultato finale non sono proprio nelle mie corde. Peccato.

“Quando siete felici, fateci caso”

Quando siete felici fateci caso.jpg★☆☆☆☆

Ho letto questo libro spinta da due motivi: il primo, l’autore (di cui avevo già letto Mattatoio n. 5), e il secondo, il titolo (ovviamente). Dalla presentazione scopro che si tratta di alcune lezioni tenute da Vonnegut nelle università americane – bene, mi dico, ecco un terzo motivo (ho letto tempo fa la bellissima “Ultima lezione” di Pausch, ed ero alla ricerca di nuove parole motivanti e ispiratrici). Peccato, però, che in questo caso le speranze siano state deluse. Le trascrizioni delle lezioni perdono molto rispetto a quello che deve essere stato assistervi dal vivo. Ripetizioni, momenti morti, battute che, una volta scritte, stampate e lette, perdono tutta la loro spinta comica.

“Le storie di mia zia” (U. Cornia)

Le storie di mia zia.jpg★☆☆☆☆

Ammetto che sbagliavo. A mia discolpa, c’è da dire che il tizio che ha scritto la quarta di copertina ha fatto proprio un bel lavoro. Mi aspettavo una saga familiare dissacrante e sgangherata alla Malaussène (e, ammetto, gli ho fatto il filo per un po’, pregustandomi esilaranti pagine di pura follia), e invece niente. Un paio di aneddoti che mia nonna, tra una partita a briscola e l’altra, sa fare di meglio – e poco altro. Ammetto che sbagliavo. E ammetto anche (visto che siamo in vena di confessioni) di averlo abbandonato al suo destino ben prima della fine. Peccato – ora mi rimane la voglia del libro che poteva essere.

“Stupore e tremori” (A. Nothomb)

Stupore e tremori★☆☆☆☆

Sull’onda dell’entusiasmo per il mio trasferimento in Belgio mi sono messa in testa, ormai mesi fa, di farmi un’idea della cultura letteraria del Paese. In cima ad una lista trovata in libreria, lei: Amélie Nothomb. Ora, io non so se sia perché va di moda, o se veramente sia emblematica della cultura letteraria del paese, o se sono io che proprio non l’ho capita, ma tant’è: inutile e insipida storia di una cenerentola dei giorni nostri alle prese con una sorellastra (in questo caso collega) cattiva e le sue angherie quotidiane, tra fotocopie e schedari, evidenziatori e fatture. Mi deve essere sfuggito qualcosa, sicuramente.

“La strana morte del sig. Benson” (Van Dine)

Philo Vance★☆☆☆☆

Per carità. Per favore. Per pietà, no. Mi aspettavo molto di più dal celebre autore delle “regole per il delitto d’autore“, e invece mi sono fermata, indispettita, alla prima indagine di Philo Vance. E dire che io, in genere, quando incontro un nuovo investigatore divento una bulimica divoratrice di tutte le indagini, e invece. Le famose regole sono del tutto ignorate, e l’analisi razionale delle prove e degli indizi, benché categoricamente rifiutata da Vance a favore dell’analisi psicologica (?), prima o poi rispunta tra le righe – perché è inevitabile affidarsi alle prove e agli indizi per incriminare un colpevole. L’ho finito solo per dargli la possibilità di riscattarsi sul finale, ma niente. Ora mi rileggo Conan Doyle per rimettermi in pace col mondo del crimine.