“la storia dell’amore”

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Ci sono vite, amori e libri straordinari; e poi c’è la storia di una vita, di un amore, e di un libro {La storia dell’amore} #libroin140

Ho finito questo libro da qualche giorno. Le ultime parole, lette nella sala relax dei Bagni di Bormio, un accappatoio bianco, un caminetto a sospensione, un maxi cuscino e una tisana calda. Forse per questo è rimasto lì, poi. Ad aspettare. Si era appisolato, e non avevo voglia di svegliarlo, a dirla tutta. Ma ora è arrivato il momento di rimetterlo a posto, sullo scaffale della libreria, e prima di salutarlo ci sarebbero un paio di cose da dire. Ma il fatto è che questo libro è perfetto così. Dice tutto lui, senza bisogno di trovare altre parole per parlarne. Più che “La Storia dell’amore”, è una storia d’amore. Tra te e  il libro. Inizia un po’ così, che non capisci cosa sta succedendo, e in certi momenti vai avanti lo stesso, anche se con quella sensazione di non riuscire a mettere a posto tutti i pezzetti. Con quella sensazione di non sapere se ci sono tutti, i pezzetti. E la verità è che non ci riesci davvero, se non forse, se sei veramente fortunato, solo alla fine.

E poi, c’è questa storia di Bruno, che mi ha commosso, quest astoria di due uomini soli, che controllano di esserci ancora: “Tre colpi significano: sei vivo?, due significano: sì, uno: no”.

“emmaus”

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Tinello, pomeriggio; scuola, oratorio, le prove, amici, calzini sporchi sul pavimento, una caffettiera {Emmaus} #libroin140

Questa è probabilmente il libro più “difficile” che mi sia capitato di leggere  quest’anno. Perché sono troppo coinvolta, perché aspettavo questo libro da settimane e non so se esserne delusa, perché non so essere obiettiva quando si parla di Baricco, né di religione, né di adolescenza. E così rischio di fare un gran macello, a parlarne. C’è da dire, tanto per rompere il ghiaccio, che questo è uno dei fratellini minori di Oceano Mare. Di quei fratellini che la mamma li rimprovera sempre di non essere bravi quanto il fratello maggiore. E’ inevitabile aprire una serie di paragoni, e per quanto ci siano passaggi da segnare tra le “frasi perfette”, non sono abbastanza per far dimenticare che, tutto sommato, è abbastanza pesante. Basti dire che pensavo di leggerlo in un’ora, e mi ci sono voluti tre giorni. Ma forse questo è dovuto anche all’atmosfera, e al racconto.

C’è da dire che io ho una serie abbastanza lunga di pregiudizi (come quasi tutti, ma non si sa mai). Uno di questi, abbastanza radicato, riguarda gli oratori. E questo libro sembra non fare altro che convincermi, pagina dopo pagina, che non mi ero sbagliata di tanto. Resta da capire se anche Baricco è vittima degli stessi pregiudizi, o se parla da cattolico da oratorio, anche lui. Visto che lui stesso ammette di essere cresciuto in “quell’ambiente” (quello di Emmaus, quello del cellophane sui divani), propenderei per la seconda ipotesi. Ad ogni modo, mi mette un sacco di angoscia addosso questa cosa del peccato, del vivere con l’ansia della punizione, con le tende alle finestre a coprirsi dal mondo esterno. Splendida la descrizione di una generazione, e di una classe sociale, a cui è preclusa per convizione la tragedia: “Così, senza saperlo, ereditiamo l’incapacità verso la tragedia, e la predestinazione alla forma minore del dramma” . Peccato che, forse perché le vedo da fuori, a me sembrano molto più tragiche le loro vite, che non quelle di chi, senza il peso della verità e della salvezza, del significato e del senso, ridimensiona tragedia e drammi allo stesso rango di cose che capitano. Più che un romanzo, a dire il vero, sembra un lucido e perfetto saggio su uno spaccato di mondo, che ad un tratto sembra scoprire che “ci sono un sacco di cose vere, intorno, e noi non le vediamo, ma loro ci sono, e hanno un senso, senza nessun bisogno di Dio”. Forse è questa, la tragedia cui cercava di fuggire.

“la vita moderna” (s. vreeland)

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C’è da dire, a onor del vero, che adoro gli impressionisti. E che da quando ho visto Il favoloso mondo di Amélie per la prima volta ho capito che questo quadro è uno dei pochi che, se potessi, mi appenderei in casa. Fosse anche solo per il cagnolino e il fiore rosso sul cappello della sua padrona. Per ora mi accontento dello sfondo del desktop, ma insomma è tanto per farvi capire. Tutto questo spiega, almeno in parte, il perché abbia comprato, ormai mesi fa, questo libro, ma anche il perché mi fossi dimenticata della sua esistenza, abbandonato su uno scaffale della libreria. E’ che il quadro è decisamente molto meglio. Voglio dire: la Parigi descritta da Susan Vreeland è splendida, commovente, spensierata, da gita in barca la domenica, con gli occhi socchiusi per il sole. Ma per tutto questo basta il quadro. Non c’è bisogno di tutte quelle parole…

“il buon marito” (a. mccall smith)

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Boh. Ecco, boh. E’ la prima parola che mi viene in mente se ripenso a questo libro. Pur parlando di investigazioni e casi da risolvere, non si tratta in senso stretto di un “giallo”, e d’altra parte io mi aspettavo più che altro un romanzo sull’Africa e sui suoi colori, sapendo che l’aspetto investigativo sarebbe rimasto a margine, pretesto per parlare della vita e dei pensieri di questa Jessica Fletcher africana. E fin qui ci siamo, perché all’ultima pagina ti scopri con addosso una tranquillità da thè delle dieci, un senso di pace che nel mio immaginario del tutto personale doveva essere connaturato al popolo africano, al di là delle immagini di morte e desolazione alle quali siamo abituati. Ho sempre pensato che la quotidianità africana fosse permeata di una dolcezza che noi abbiamo abbandonato da un pezzo (ammesso di averla mai avuta…), e queste pagine mi confermano l’esistenza di un’atmosfera che ti riconcilia con il mondo. Basta leggere l’inizio, con la lentezza di una tazza di thè bevuta guardando l’orizzonte, all’alba. Il problema, e qui arriva il Boh, è che mi lascia un senso di incompiutezza. Forse sarebbe stato meglio nei panni di un film? Mi sembra uno di quei casi (pochi, a dire il vero) in cui si sente la mancanza di immagini e suoni. Potrebbe essere un ottimo film, ma è un libro Boh.

“né qui né altrove”

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Bari, notte: focaccia, chiudere gli occhi e tornare indietro nel tempo, di nuovo a casa {Né qui né altrove} #libroin140

Quest’estate sono stata proprio fortunata con i libri. Dopo de Silva, ecco un altro scrittore italiano che sa scrivere (specifico “italiano” non per campanilismo ma perché, in quanto tale, si prende tutto il merito, senza doverlo dividerlo con il traduttore). Uno scrittore che mi costringe, di tanto in tanto, a rileggere una frase, o una pagina, per assaporarne ancora il suono. Uno scrittore che, fosse per lui, al mio sondaggio su aNobii (E’ meglio una storia avvincente scritta così così o una storia banale scritta divinamente?) risponderei sicuramente, e senza esitazione: la seconda. Perché in fondo, la storia, anche qui non è che sia poi un granché. In due parole: tre amici, ex compagni di studi, che si ritrovano anni dopo e trascorrono una serata, insieme, a Bari. Nella Bari di oggi e nella “loro” Bari di un tempo, con tutto quello che ne viene fuori. Tre vite ordinarie, che si raccontano attraverso i ricordi. Ma è il modo in cui lo fanno che ti tiene attaccato alle pagine, fino alla fine, sentendoti parte della storia (al punto che, lo ammetto, un po’ di acquolina in bocca per la storia della focaccia mi è venuta…).

Postilla. Gianrico, se passi da queste parti me la togli una curiosità? Ma la cattiveria era su Giampiero che legge Dan Brown o su Dan Brown che scrive un libro “fantastico, appassionante e magari addirittura ben scritto”?

“pomodori verdi fritti…” (f. flagg)

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Arrivata all’ultima pagina, la prima cosa a cui penso è: voglio invecchiare come Idgie. La storia probabilmente la conoscete, magari avete visto il film. E quindi conoscete Idgie. Ecco, io voglio invecchiare come Idgie. O come Ninny, che poi mi sembra che abbiano molte cose in comune, tra l’altro. C’è da dire che rispetto al film (cosa non particolarmente strana, a dire il vero) il libro è più ricco, più sfaccettato, e anche i personaggi e le loro storie sono più complessi. E poi, nel film non c’è l’esilarante giornale di Dot Weems: semplicemente splendido (soprattutto con quella storia del gatto “adottato” e sfamato dalla comunità di Whistle Stop – non vi dirò altro, leggere per credere). E’ un libro per il quale ho rinunciato a uno dei rari (quest’anno) bagni in mare, affrontando la calura della spiaggia pur di non abbandonarlo (e ho detto tutto, con i quaranta gradi che c’erano in spiaggia…). E’ un libro che raccoglie tutte le emozioni umane, i pregi e i difetti, la violenza e l’amore. E’ un libro che riesce a farti sembrare normale che in una pagina si parli di un omicidio e in quella dopo del più tenero e forte degli amori. E’ un libro che salta dal pianto al riso in poche righe. E poi (scusate se torno sempre lì) c’è questo Caffè che è da inserire ad honorem tra i miei divani. Non c’è niente da fare, nella vita non avrei dovuto fare la segretaria, ma aprire un divano tutto mio. Un connubio tra la libreria di “C’è posta per te” e il caffè di “Pomodori verdi fritti”. Certo, non si può mai dire. Intanto, è una gran bella cosa poterlo visitare solo aprendo un libro.

“la regina disadorna” (m. maggiani)

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In una scala da uno a cinque gli darei tre stelline – perché non l’ho finito. Quindi, consideratele cumulabili con quelle della seconda parte, quando la leggerò. Se prendete il libro e leggete la trama, il succo sarebbe più o meno questo: la storia di un prete partito da Genova e sbarcato su un’isoletta in mezzo all’oceano e della figlia del re della suddetta isola. Solo che poi i primi tre quarti di romanzo sono la storia del prete prima di arrivare sull’isola, e la storia dei suoi genitori. Che, tra l’altro, è appassionante, niente da dire. A parte un paio di dialoghi in genovese stretto che chissà cosa hanno detto, la storia è bella davvero, con questi due giovani a modo loro anticonformisti, innamorati e inseparabili. E devo ammettere che Sascia non è niente male, come personaggio. Uno di quelli da annoverare tra le donne a cui coccinella vorrebbe assomigliare. L’unico problema è che sono arrivata stanca e la storia del prete e della principessa me la sono persa.