“Il pericolo senza nome” (A. Christie)

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Qualche giorno fa ho scovato una serie di romanzi della Christie, e mi sono decisa che è tempo di Natale con Poirot, dopo la Pasqua passata con Sherlock Holmes, anni fa (a proposito, errore da non ripetere: non leggere il Mastino dei Baskerville se sei in vacanza in un paesino mezzo diroccato e se i tuoi vogliono portarti a fare un giro con il cane, la sera, lungo le vecchie mura del castello). E così dopo John (Fante, che ho finito ma sto ancora pensando a cosa scriverne, prima o poi arriverà) ho inaugurato la serie di Agatha. Fino ad ora, il mio preferito è questo. Forse anche perché non ne avevo visto il film (ammesso che esista) e quindi non mi sono rovinata la sorpresa da sola. Ma soprattutto perché è scritto di gran lunga meglio di quelli della serie di Miss Marple – che, devo ammetterlo, mi hanno deluso un bel po’. Lampante caso in cui la trasposizione televisiva vince a mani basse.

“Mr Gwyn” (A. Baricco)

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Finalmente. Una serata solo io e lui. Sotto le coperte, al calduccio. Musica jazz di sottofondo. E lui. Che poi, francamente, non me ne frega niente se è tutta una trovata commerciale, se in realtà usa un complicatissimo software che schiacci un tasto e ti scrive un romanzo, se sia una moda più o meno passeggera, se sia una mania, se sia un’illusione collettiva. Il fatto è che le parole si mettono lì, in fila, in quel modo perfetto e inevitabile, ti prendono per mano e ti riportano a casa, e questo è quanto. Niente di più, niente di meno. Al punto che non posso pensare ad altro da leggere se non ancora lui, oggi. Tutto il resto sembra così tristemente incompleto.

“Lo strano caso di Emma Bovary” (P. Doumenc)

lo strano caso di emma bovary.jpg★★★☆☆

C’è una cosa che mi ha sempre affascinato: la creazione di storie intorno alle storie. Si prende una storia, un mito, un personaggio, e ci si ricama intorno una variante sul tema. Che poi è quello che accade con tutti i romanzi, ma in questo caso è diverso. Perché la variante sul tema è una variante su un romanzo. Mi affascina la capacità che qualcuno ha di immaginare la vita, e i retroscena, dei personaggi di un romanzo al punto da volerne parlare a sua volta. In questo caso, i misteri intorno a Emma vengono analizzati, sviscerati, riletti da un punto di vista nuovo e (ma questo immagino si fosse capito) per me molto più interessante. Se poi ci mettete anche Gustave, in questo gioco, rasentiamo la perfezione. Il romanziere che diventa personaggio, nel momento in cui nell’altro mondo diventa romanziere. Splendido.

“Madame Bovary” (G. Flaubert)

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Cominciamo da una frase che Gustave avrebbe scritto a Georges Sand, nella quale il nostro amico descrive Emma come un personaggio di carattere condannato dalla sorte a Yonville. Ecco, non ci siamo. Ma quale carattere?! Smettila di incolpare continuamente il mondo delle tue presunte disgrazie. Scuse, sono tutte scuse, e tu sei noiosa e petulante. Ecco, l’ho detto. Gustave, puoi rigirarti tranquillamente nella tomba, a me Emma sta proprio antipatica. L’ho sopportata solo per poter meglio apprezzare l’agognato “seguito”. E già che ci siamo: confesso di aver saltato qualche pagina, qua e là.

“L’isola di Arturo” (E. Morante)

L isola di arturo★★★☆☆

Ho ripreso in mano questo libro dopo anni. Una quindicina, ad occhio e croce. Perché ogni tanto fa bene incontrare di nuovo quei polverosi amici ereditati da una vita passata. E perché ricordavo che mi era piaciuto tanto, ma non ricordavo più perché. L’ho riletto, e onestamente ancora non mi è chiaro. Intendiamoci, niente da ridire sulle atmosfere dell’isola, sulle descrizioni appassionate e coinvolgenti, ma poi? Perché mi è rimasto appiccicato dentro per anni? Ci deve essere stato qualcosa, nei miei sedici anni, che mi ha fatto amare queste pagine. Ora non riesco più a ritrovarlo, e forse è solo perché non ho più sedici anni.

“Tre tazze di tè” (G. Mortenson)

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Questo e’ uno di quei libri che ciascuno dovrebbe leggere per scoprire qualcosa di piu’ di quello che succede in questo enorme mondo in cui viviamo. Perche’ e’ un libro che ha il freddo dei ghiacciai tra le pagine, il caldo odore del te’ tra le righe, la polvere del deserto tra le pieghe della rilegatura. E’ un libro che, benche’ ovviamente romanzato, descrive un mondo sconosciuto ai piu’, portando il lettore in volo fino nei piccoli e sperduti villaggi del Pakistan. C’e’ da dire, a onor del vero, che, se lo si prende come un romanzo da leggere per il gusto di assaporarne le parole, delude un pochino. Ma d’altra parte non e’ scritto da un romanziere, dobbiamo portare pazienza.

“Le quaranta porte” (E. Shafak)

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Ho aspettato un po’ di tempo prima di ributtarmi a capofitto tra le parole di Elif Shafak. Dopo l’ultima deludente esperienza, mi ero un po’ disamorata. Poi è arrivato un viaggio in Italia, un’edicola, l’edizione economica, e insomma mi sono detta che forse era giunto il momento. D’altra parte, proprio in questo libro si legge “Non è mai troppo presto o troppo tardi nella vita. Tutto succede nel momento giusto.” Non so se questo era il momento giusto per questo libro, o se semplicemente esistono libri più giusti e libri meno giusti. Fatto sta che me lo sono divorato, è vero, mi ha catturato con le sue storie “parallele ma anche no”, ma in fondo non so. Forse è per quel tanto, troppo?, spiritualismo, che personalmente trovo un po’ smelenso. Che poi, tra parentesi, è anche il motivo per cui sono arrivata a saturazione dopo cinque libri di Coelho, e ora appena lo vedo mi si alza la glicemia. Comunque. Spiritualismo e lode all’amore a parte, c’è una frase che vale da sola tutto il libro, questa sì giusta per me: “Forse mi pentirò di quello che ti sto scrivendo. Ma poiché ho passato la vita intera a pentirmi delle cose che non ho fatto, non sarà un dramma se una volta tanto faccio qualcosa di cui pentirmi.”.