“Denti” (D. Starnone)

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Anche i libri hanno un sesso. Ci sono libri maschi, e libri femmine. Voglio dire, non libri di scrittori maschi e libri di scrittrici femmine, quello è ovvio. Quello che intendo dire è che ci sono libri che, a prescindere dal loro autore, hanno un proprio sesso. Una conseguenza inevitabile di questo è che, come per gli uomini e le donne, ci sono libri romantici e smelensi, libri violenti e arroganti, libri noiosi e saccenti, libri sportivi, libri intellettuali, libri spocchiosi, libri simpatici e libri antipatici.

Questo è innegabilmente un libro maschio. Anzi, questo è il primo libro che io ricordi del quale, come prima e quasi unica impressione di lettura, mi vien da dire “è un libro maschio”. E a me in genere i libri maschi piacciono. Perché quando sono brillanti, per me sono molto più seducenti di un libro femmina. Comunque. Il problema è che questo è uno di quei libri che, se fossero un uomo in carne e ossa, mi stancherei di ascoltarlo prima della fine della cena, al primo appuntamento. Perché siamo diversi, innegabilmente diversi. Io mi illudo che sia interessante, parlare per una serata intera di denti. Argomento originale, e quindi probabilmente interessante.

E invece. Già alla fine dell’antipasto sbadiglio. Diciamoci la verità – è che  proprio non mi interessano, i tuoi denti.

“Un giorno d’estate”

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Un suicidio, acqua che si agita; quando si calma, ecco l’assassino – e no, non è il maggiordomo {Un giorno d’estate} #libroin140

Un giallo ambientato in Irlanda che, in quanto giallo, mi ha attirato come il miele le mosche. E invece, é rimasto un po’ cosí, insipido. Perché a me dei gialli piace l’indagine, il percorso mentale che l’investigatore fa per giungere alla soluzione ~ che poi immagino sia la sola ragione per cui i gialli piacciono, in generale. Questo, invece, é la descrizione di un mondo, dei suoi personaggi, dei loro legami sociali, della loro vita privata. Poi ad un certo punto si scopre chi é l’assassino. E non é nemmeno il maggiordomo.

“Appennino di sangue” (F. Guccini, L. Macchiavelli)

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Come se avessi fatto un viaggio nella storia, in una zona dell’Italia che mi sembra di riconoscere. Certo, per una che ascolta Guccini come ascoltava suo nonno, da piccola, non ci si puó aspettare molto di meno. Insomma, sembra veramente di avere accanto un nonno (va bene, due) che ti racconta una storia tramandata di generazione in generazione, raccontata nel calore delle stalle, poi la sera una volta spenta la radio, poi di sfuggita ai nipotini apparentemente troppo impegnati con i videogiochi. Una favola di paese, che si intreccia con storie di guerra, politica, amore, e odio. Belle e struggenti come solo le favole di paese sanno essere.

Postilla. Una cosa sola, a margine. Un sassolino che mi é rimasto nella scarpa. Loriano, Francesco… ma questo Santovito non é un po’ troppo “camilleresco”? Montalbano lasciatelo dov’é, la prossima volta. E anche Catarella, che “personalmente di persona” piú che un omaggio a un grande scrittore a me é sembrata un po’ una macchietta…