“La testa perduta di Damasceno Monteiro” (A. Tabucchi)

la-testa-perduta-di-damasceno-monteiro★★★☆☆

Un’inchiesta, un inviato di un giornale portoghese, un avvocato delle cause probabilmente perse. L’autorità, il potere della divisa, la tortura, il potere della stampa contro la prevedibilità della cosiddetta giustizia. In queste poche pagine c’è tutto quello che serve per una denuncia sociale letterariamente impeccabile – un romanzo che più che per la storia va ricordato per quanto ci fa riflettere sul mondo in cui viviamo, perché non è detto che il Portogallo di ieri non possa essere l’Italia (o qualunque altro Paese) di oggi. Un po’ troppo lento per i miei gusti – ma probabilmente sono io che in questo periodo non ho la concentrazione necessaria per godermelo.

“Il cappotto della macellaia” (L. C. Lorenzo)

il-cappotto-della-macellaia★★★☆☆

Un libro che ha dalla sua una storia da raccontare e uno stile leggero, perfetto per un weekend di relax, magari sulla spiaggia. Una di quelle storie che sarebbero perfette da raccontare ai figli come favole della buonanotte (e, non a caso, pare che sia in effetti tratto da una storia vera raccontata all’autrice dalla madre), e che delle favole ha quei personaggi un po’ surreali e quel pizzico di follia che ti spinge a stropicciarti gli occhi, per cercare di capire se è tutto vero, o dove sta lo scherzo. Però, nonostante tutto, mi è rimasto “un po’ così”, come un racconto che si è montato la testa ed è voluto diventar romanzo.

“La Pensione Eva” (A. Camilleri)

la-pensione-di-eva★★★☆☆

Mio primo esperimento “Camilleri senza Montalbano”: una lettura veloce, da rilassante domenica pomeriggio sul divano. Rassicurante l’uso del “vigatese” e l’atmosfera che si respira, che ricorda in tutto e per tutto quella del Camilleri (a me) più noto. Nonostante tutto, però, continuo a preferire Montalbano, le sue indagini e gli intrecci che si dipanano pagina dopo pagina, piuttosto che questo spaccato di vita tutto sommato senza trama e senza personaggi profondi e significativi. E’ come lo schizzo a matita di un grande pittore paesaggista: riconosci la mano, intuisci i colori che avrebbe usato e le sfumature che avrebbe potuto creare – ma schizzo a matita rimane.

“Gli Scorta” (L. Gaudé)

gli scorta★★★☆☆

Un affresco di un piccolo paese della Puglia del secolo scorso, ma anche la storia di una disgraziata famiglia e del suo rapporto con i compaesani. Il tentativo di rendere omaggio ad una terra piena di tradizioni, ricordi e storie da raccontare – con alcuni dei limiti degli omaggi: il linguaggio troppo aulico, la voglia di raccontare troppo e la conseguente “corsa” verso la fine, e la generale scarsa potenza delle descrizioni ne fanno un romanzo piacevole ma non “fondamentale”, e di certo non all’altezza della sua fama. Ma c’è anche da dire che vale la pena leggerlo anche solo per quella magistrale scena del pranzo sul trabucco…

“7-7-2007” (A. Manzini)

7 7 2007★★★☆☆

L’estate è tempo di gialli, almeno a casa mia. Quest’anno, oltre al “solito” Montalbano, non poteva mancare Rocco Schiavone. Un lungo flashback che racconta i retroscena della vita del vicequestore romano trasferito (o meglio, esiliato) ad Aosta per non meglio precisati motivi. Un avvincente, a tratti commovente, spesso ironico racconto che ripercorre la vita romana di Rocco, i suoi vizi e ciò che ha portato alla perdita della sua Marina e alla partenza per Aosta. In tutto questo, ovviamente, un giallo, due omicidi, una falsa pista, un insospettabile sospetto – insomma una ricetta gustosa perfetta per l’ombrellone vista mare. Ora non rimane che aspettare l’autunno, che pare che ce lo ritroveremo anche in tivvù.

“Le cose che restano” (J. Offill)

le cose che restano★★★☆☆

Un libro che sembra più che altro la trama di un sogno – o, a tratti, di un incubo. Una ragazzina ha un padre che le costruisce una casa per le bambole, una madre che le racconta la storia del mondo e un’infinità di storie fantastiche e impossibili, una vicina di casa cieca e un baby sitter un po’ strano. La sfida è riuscire a crescere, capire dove finisce la realtà e inizia la fantasia, galleggiare su un lago che nasconde un mostro, laggiù nel buio del fondale, sul fondo della pancia di questa madre che ti tiene a galla, o ti trascina nel buio, o entrambe le cose contemporaneamente.

“Caffè amaro” (S. Agnello Hornby)

Caffe amaro★★★☆☆

Una saga familiare perfetta per l’estate, con il sapore della Sicilia e dei personaggi che hanno questa splendida abitudine di rimanerti appiccicati addosso, come se davvero li avessi conosciuti. Un intreccio di sentimenti, passioni, risentimenti e affetto che ogni tanto fa bene leggere. Per quel che mi riguarda, ha il solo difetto di aver indugiato su riflessioni politiche e sociali con uno stile che non mi è congeniale – come se l’autrice avesse incollato qua e là parti del suo pensiero, con monologhi o riflessioni che rimangono un po’ estranei al fiume del racconto (in questo, vedi alla voce “L’altro capo del filo“, che mi ha lasciato lo stesso amaro in bocca per l’analoga filippica a tema migranti).