“I bastardi di Pizzofalcone” (M. de Giovanni)

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Sono stata a lungo indecisa se dare 3 o 4 stelline a questo romanzo, e ammetto che un bel contributo alla quarta stellina viene da Gassmann in versione Lojacono – ma questa è un’altra storia. Un bel romanzo che si merita a pieno titolo un posto nella lista di “romanzi seriali” in terra italiana, oltre che nella mia libreria, dopo Montalbano, Schiavone e Monterossi. Una squadra investigativa, con tante storie che corrono parallele e arricchiscono la trama – perché c’è da dirlo, la novità non sta tanto nel giallo della storia ma nel suo svolgimento corale, e nella capacità di de Giovanni di mettere in scena non un investigatore, ma un’intera squadra. Inutile dire che avrei proprio voglia di vedere come crescono, questi qui.

“Rumore bianco” (D. DeLillo)

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Dopo un inizio un po’ difficile (mea culpa – non si può pretendere di leggere come si deve tra un biberon e un pannolino, pare), questo romanzo svela tutta la sua forza: con uno stile ironico e sarcastico DeLillo tratteggia le paure, le paranoie, le contraddizioni della società a lui contemporanea. Ho riempito un paio di pagine di diario con citazioni e appunti, perché di lezioni di vita come questa ne ho lette poche, recentemente. Splendida e di grande attualità la seconda parte, con la tragicomica reazione di questa “famiglia bene” alla notizia dell’incidente, e con le mille paranoie scaturite dalla paura della morte: ho scoperto di essere una Babette fatta e finita, non fosse, a dire il vero, per il fatto che io non mi metterei mai a correre su e giù per la scalinata di uno stadio.

“Il grande Gatsby” (F. Scott Fitzgerald)

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Un libro che ricordo di aver letto almeno tre volte nella mia vita, sempre in cerca di cosa ci fosse di tanto straordinario e sempre delusa dal non trovarci sostanzialmente niente di memorabile. Poi, complice un gruppo di lettura della mia libreria preferita, eccolo lì, talmente evidente da non capire com’è che non ci fossi arrivata prima. In una manciata di pagine c’è tutto un mondo, tutto lo sfavillante e rutilante sogno americano, e tutta la sua drammatica fine. C’è l’amore, la devozione, l’ammirazione, lo sperpero, le tradizioni, la speranza, la morte, e personaggi talmente contraddittori da volerli prendere a schiaffi – basterebbe solo questo a farne un capolavoro dell’arte di scrivere.

“Ogni cosa è illuminata” (J. Safran Foer)

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Questo è quel che si chiama partire con il piede sbagliato. Mi sono arenata per giorni senza riuscire ad andare oltre la cinquantesima pagina – colpa della strampalata e sgrammaticata scrittura di Alex, che mi ha costretto ad estenuanti riletture di ogni singola frase. Che poi, a dirla tutta, questo registro volutamente buffo e sgrammaticato è proprio quello che alla fine salva il libro, insieme alla descrizione della storia di Trachimbrod. Al contrario, la storia non mi ha entusiasmato più di tanto, né il finale-non-finale… Insomma, una riuscita opera prima, in grado di raccontare in modo superbo una pagina terribile della storia, ma per essere un capolavoro mi sa che manca qualcosa.

“Un soldato semplice” (G. Babini)

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Finalmente un libro che ti scorre tra le dita. Dopo qualche settimana “arenata” su libri che prendevo in mano e abbandonavo dopo poche pagine, mi sono imbattuta in questo breve romanzo che racconta la storia (vera) di un soldato durante la seconda guerra mondiale. Una storia apparentemente ai margini della storia: senza grandi nomi, eroi o imprese “da libro di storia” – eppure è la storia che più ci riguarda, noi eredi di quei giovani che a vent’anni son partiti per il fronte. Un omaggio ad un ragazzo non più coraggioso di altri, non più eroico – ma umano come molti suoi compagni di sventura, con tutte le paure e i dubbi che può avere un ragazzo impigliato tra gli ingranaggi di una storia che non riesce nemmeno a comprendere a fondo. Una storia da raccontare – con il vantaggio di essere pure raccontata bene. Peccato solo essere arrivata alla fine in una sola notte di lettura…

“La simmetria dei desideri” (E. Nevo)

la simmetria dei desideri★★★★☆

Ci sono quattro amici che vivono in Israele. Ci sono gli attacchi terroristici, l’intifada e i posti di blocco. Ci sono i mondiali di calcio, che evitano che “il tempo diventi un blocco unico, e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cosa è cambiato”. Ci sono quattro vite che in questi quattro anni cambiano, inseguendo desideri e intrecciandosi in trame impreviste. Che poi, forse, in fondo, in realtà è così che doveva andare.

“Tante piccole infamie” (P. Karnezis)

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Ho letto tutta la prima parte di questo romanzo con una strana sensazione di déjà vu. Poi ho capito: queste piccole infamie hanno il sapore di salsedine, sole e vita di alcune canzoni di De Andrè. Un romanzo che è in realtà una raccolta di racconti sapientemente inanellati gli uni agli altri, e che in fondo potrebbe anche essere, per l’appunto, un disco ambientato nei vicoli di Genova. Ladri, assassini, preti, figlie da maritare e vedovi inconsolabili, cavalli da corsa non più in grado di correre e baristi psicologi, barbieri che incollando pezzi di uno specchio e treni che non passano più, vestiti da sposa e galli vivi, appesi per le zampe, a testa in giù.