pensieri

Giornale radio

Dalle persiane socchiuse della camera da letto sul retro entrava la luce del sole, ancora troppo calda per essere un mattino di fine agosto. Accanto a me quel ghiro di mio fratello dormiva ancora, con i pugni stretti intorno al bordo del lenzuolo. Sul cuscino, lunghi riccioli biondi, che in estate si schiarivano fin quasi a scomparire, trasparenti come sottili tentacoli di meduse sulla nuca. Le palpebre, leggermente sollevate, lasciavano intravedere gli occhi castani, sorpresi nel mezzo di un sogno agitato.

Al piano di sotto, attutito dalle porte chiuse, l’inconfondibile rumore del mattarello sul tagliere e, di sottofondo, l’immancabile giornale radio. La nonna doveva essere già sveglia da un po’, se aveva avuto il tempo di andare a prendere le uova nel pollaio e preparare un enorme disco di sfoglia che sarebbe bastatao a sfamare noi due piccoli a malapena fino alla settimana seguente.

Mi alzai, raccolsi il libro abbandonato sul cuscino dalla sera prima e decisi che era ora di scendere in cucina per la mia meritata tazza di latte caldo con i biscotti. Quelli rettangolari, i miei preferiti – che quelli tondi non sapevo mai da che verso tuffarli nel latte.

La scala che dalle camere portava in cucina mi aveva sempre fatto paura. Grigia. Ripida. Fredda. Buia, soprattutto. Scesi in fretta, trattenendo il respiro ed evitando accuratamente di voltarmi indietro, finché la porta di vetro della cucina non venne in mio aiuto.

Buongiorno, disse la nonna.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola. Ma è anche uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia, quando trascorrevo le mie vacanze in una casa che il terremoto, esattamente quattro anni fa, si è portato via.

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pensieri

Domenica

È domenica. C’è da dire che io in genere odio quel noioso surrogato di vacanza che è la domenica. Oggi, invece, è tutto così incomprensibilmente morbido. Le luci dei lampioni, che aspettano pazienti le otto persone spegnersi, sembrano tante lune, tutte in fila. Le occhiaie riflesse nello specchio del bagno sono ridotte a lievi ombre innocue. Persino i piatti sporchi, malfermi nel lavello, i giochi abbandonati alla rinfusa in salotto, i calzini aggrovigliati sulla sedia si confondono in un mondo ovattato, senza spigoli e senza imperfezioni.
E io che pensavo fosse una tragedia, perdere gli occhiali.

Nota a margine: questo “racconto” è in realtà un “compito in classe” dell’atelier di scrittura creativa organizzato nel 2016 dalla libreria La Piola.

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zampirone, quello verde

in fondo era estate. c’era da aspettarselo. quello che non capiva era come mai i ricordi si mescolassero ai sogni. c’era da aspettarsi che quell’odore, come tutti gli odori di questo mondo, avrebbe risvegliato qualcosa, una qualunque banalissima emozione. la differenza era che quella volta il fumo dello zampirone la portò in un mondo inesistente, in un racconto immaginato e non vissuto. era una cosa nuova, tanto valeva chiudere gli occhi e vedere come sarebbe andata a finire. zampirone, accanto alla finestra aperta. o lo si odia dal profondo dell’anima, o non c’è estate senza odore di abbronzante e zampirone. lei era una di quelle da abbronzante e zampirone. per questo, appena accesa la lucina rossa, quella testa di serpente mangiazanzare, la mente la riportò indietro di anni, in un piccolo campeggio. l’arietta fresca del mare, la roulotte con la veranda davanti che sa di plastica e la stuoia color ocra, la cena a lume di lampadina, in piatti di plastica e bicchieri di carta. le sere tutte uguali, davanti alla roulotte ad immaginare chi passa. ne senti la voce prima di vederne i contorni (della faccia, nemmeno a parlarne con quel buio). e poi, ogni tanto, una partita a carte, o se è una serata speciale un gelato, giù in paese, quando c’è un paese con dei gelati. quella sera, sembrava tutta un’altra vita. in tenda, in un campeggio
ancora più piccolo. gli odori sono gli stessi, ma le voci, la lingua, le persone no. essere più grande, e continuare ad amare questa leggera umidità. essere più grande, ed amarla ancora di più, quando ti giri e alla luce della lanternina da campeggio non puoi fare a meno di sorridere. in giro per il mondo, in città che nemmeno immaginavi potessero esistere, in boschi bui come la notte e umidi come la rugiada. non sembra possibile, poter immaginare di vivere una vacanza così, con accanto due occhi che ridono alla luce della luna. e invece, eccola, basta chiudere gli occhi…

pensieri

sulla spiaggia

svegliarsi come da un lungo viaggio nel fondo del mare. svegliarsi e ritrovarsi, stanca e bagnata, sulla riva sabbiosa di un mare sterminato. svegliarsi e ricordare, chiaramente, di essere stata, per un istante, nel fondo di quel mare. trascinata sul fondo da una corrente, che mi accarezza la pelle, sale dalla punta dei piedi su, fino alle gambe, fino ai fianchi, fino alle spalle, fino ai capelli che lenti si muovono intorno a me. trascinata come in un’infinita danza con le onde, senza peso, senza suoni, senza colori che non siano quella debole luce lassù. trascinata come una ballerina d’acqua, divento anche io corrente, che arrotolandosi su se stessa scende sempre più in fondo, fino a sfiorare le morbide alghe che come verde lenzuolo vorrebbero accogliermi in un sonno senza sogni. e invece, all’improvviso, risalire. con un brivido freddo lungo la schiena, ritrovarsi a poter respirare, finalmente, un po’ d’aria. rimanere lì, sdraiata sull’acqua, con il filo dell’orizzonte che si muove su e giù, più o meno a metà dei miei fianchi. sentire il filo dell’acqua che sale, che mi copre le orecchie per un solo istante, che mi solletica le spalle. e poi ritornare a riva, ondeggiando sotto il pelo dell’acqua, senza respirare, senza pensare, senza nemmeno sapere come si fa, a nuotare così. finché, esausta, non riapro gli occhi. e mi ritrovo, accecata dal sole, stesa sulla riva, la sabbia incollata alla pelle, i capelli ancora bagnati, il respiro che non vuole tornare.

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dal treno

quasi il tramonto, e io me ne sto qui, seduta sullo scomodo poltroncino di un treno, aspettando la stazione giusta. o quanto meno, quella che indica come destinazione questo pezzettino di carta rosa e azzurro. comunque, musica nelle orecchie, come al solito. un libro appoggiato sulle ginocchia, un libro che parla di memorie perdute e ricercate, di odori che ricordano qualcosa che a prima vista non sai. un libro che parla anche di me, in fondo, e di quel vecchietto laggiù. l’ho visto per un istante solo, chino come solo i vecchi sanno stare chini su un orto, a strappare erbacce e intanto che ci sono anche un po’ di insalata per la cena.

stessa scena, ovviamente senza il treno, anni fa, in un caldo tramonto d’estate. stesso colore arancione nell’aria, stesso sole caldo che piano piano si nasconde dietro quell’ultima nuvola, che sembra messa lì apposta a nascondere agli occhi di noi comuni mortali la bellezza del tramonto. stesso campo, o suppergiù. stessa verdura, a bere l’acqua della lunga pompa gialla (che si dà alla sera, se no evapora subito, e io a bocca aperta ad imparare dalla nonna dalle dita ruvide di lavoro). stessa schiena china a raccogliere sempre qualcosa. a pensarci dopo, sembra che i vecchi non facciano altro. raccogliere.

raccogliere tutto il giorno. raccogliere verdura, raccogliere erbacce, raccogliere un nipotino perso sul vialetto di casa. raccogliere ricordi, pensieri, immagini. raccogliere idee e previsioni. raccogliere minuti e secondi di una vita passata così.

la cosa buffa, a questo punto, è che seduta qui a ripensare alle mille cose misteriosamente raccolte dai miei vecchi, mentre io sembravo distratta a giocare, e invece, lo vedi?, eccome se vedevo, la cosa buffa è che seduta qui ci sia io. a raccogliere anche io qualcosa, con la schiena curva sulle mille gonne pesanti, il grembiule a fiori, le scarpe rotte ma tanto servono per andare in campagna.

pensieri

essere onda

essere onda

un’onda. di quelle che partono da un punto imprecisato dell’oceano, laggiù.
di quelle che si fanno migliaia di chilometri, magari accompagnate da un delfino, o da un gabbiano che si è allontanato un po’ troppo da casa.
un’onda. di quelle che arrivano dalle parti di una spiaggia, che forse nemmeno l’hanno scelta, così, all’improvviso.
che magari se ne sarebbero state ancora un po’ al largo, a pensare a dove andare. e invece.

spiaggia.
e sabbia.
qualche conchiglia, il gabbiano che finalmente si riposa, l’orma di un cane passato da qui.

spiaggia.
e per prima cosa, a solleticarmi la pancia, quella che chiamano riva.

perché, poi? non è forse sempre spiaggia?
ed è per via della riva che si dice arrivare?
e allora, vuol dire che sono arrivata?

e ora…?

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marea

ho visto le onde fare a gara sul bagnasciuga.
l’oceano mangiarsi pian piano metri di spiaggia.
penisole diventare isole.
bagnanti perplessi e soli con le caviglie inspiegabilmente bagnate.
orme di cuccioli sulla sabbia.
nuvole nere sbucare all’improvviso e altrettanto all’improvviso
scomparire in mezzo all’oceano.

pensieri

neve, improvvisa

nevica, ancora. mezzo metro di bianchi fiocchi, ancora non violentati dalle auto, beffardamente bloccate nel loro letto di bianco abbraccio. qualche vecchietto si ostina a lottare contro il freddo, con una pala nelle mani rosse. i bambini, come sempre, a rincorrersi nel giardino dietro casa, improvvisati soldati di ventura a combattere contro muti fantasmi. una finestra. una macchina. un motorino. quella buffa bicicletta tutta ricoperta da uno spesso strato di neve. colpita. la neve crolla al suolo, ricoprendo un povero cagnolino. il padrone, colpevole, che lo riporta in casa, a dormire sotto al termosifone della cucina. sembra di sentire le grida della mamma, arrabbiata con l’incoscienza del figlio, scocciata per il suo forzato esilio in casa. televisione e parole crociate. e il desiderio di poter essere incosciente, anche lei, come il figlio. o, al massimo, matta come quel piccolo batuffolo di cotone bianco, nonostante il freddo. almeno, ora si gode il caldo delle mattonelle di marmo, attraversate da invisibili tubi amici. come quando, da piccola, si stendeva sotto l’albero di natale, lasciando il freddo fuori, guardando le luci e i colori di quella fantasia da cartone animato, con i piedi ben incollati al termosifone.

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collezione autunno-inverno

se fosse un oggetto, sarebbe una sciarpa. una di quelle sciarpe di lana colorate, lavorate ai ferri, con le frange. così come io probabilmente, non potendo aspirare alla perfezione di una moleskine scritta fitta fitta, sarei una borsa, di quelle borse a sacco di cuoio chiaro che fanno molto anni settanta. cuoio martellato, si chiama. su di me probabilmente la chiamerebbero cellulite. io sarei una borsa e lei una sciarpa, se vivessimo in uno di quei mondi da cartone animato in cui le automobili parlano e le calcolatrici cantano. lei sarebbe una lunga, morbida, allegra sciarpa. che poi è strano, perché è una delle persone più solari che conosco. quindi, a rigor di logica, dovrebbe essere, che so?, un paio di occhiali da sole. anche loro anni settanta, perché si sa che il simbolismo è vintage. l’ultimo modello di armani non potrebbe essere così poetico. e invece, è una sciarpa. non ci posso fare niente, è venuta fuori così. chissà che giro strano ha fatto la mia fantasia, ma tant’è. che poi, con il senno di poi, aveva ragione lei. la mia fantasia, intendo. ora la sciarpa se ne va, al nord. al freddo. forse lo sapeva già, dove sarebbe finita, e così al momento di decidere se essere un costumino a triangolo fatto all’uncinetto e un’enorme sciarpa blu petrolio e bordeaux, ha pensato bene di mettere le mani avanti e buttarsi sulla seconda. oggi il mondo si è trasformato. non è più quello di ieri. tanto per cominciare, ho conosciuto un nuovo posto dove passare qualche serata invernale la differenza è la stessa che ci starebbe tra questo mondo e il mondo dei cartoni animati di cui sopra. per dire, mio padre oggi è un calamaio appoggiato su una scrivania di mogano. mamma un cuscino (ma in fondo ogni mamma è per definizione il primo cuscino di ognuno di noi). mio nonno un trattore, ovviamente un landini arancione. e la nonna un mattarello. mio fratello, un obiettivo di una vecchia macchina fotografica. un lungo, magro e contemplativo obiettivo. domani il mondo tornerà ad essere quello di ieri. niente obiettivi, niente trattori, solo persone in carne ed ossa.

la sciarpa deve essersi persa.
va sempre perso qualcosa, nei traslochi.
ad ogni modo, quest’inverno avrò un po’ freddo, già me lo sento, senza sciarpa.
per fortuna che, essendo una borsa bella grande, non rischio di perdere tutti i ricordi.
devo avere ancora qualche pelucco, qua e là.
per fortuna.

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illusioni

parigi. metropolitana. ora di punta. ancora due fermate e si scende. ancora due fermate e si sale. fino alla luce del sole, prima che scompaia dietro i tetti delle case. prima che regali a questa fetta di mondo un’altra scena da film. comignoli, che nemmeno gli aristogatti. tetti di ardesia. finestre dalle quali ti aspetti sempre di vedere un poeta, un pittore che si affaccia incuriosito da un piccione affamato. e invece niente. una madre, due bambini che urlano, un vecchio sperduto. un paio di vasi di fiori, tanto per creare atmosfera… e il sole che si abbassa lentamente, in un cielo del color del tramonto. quello vero, si intende. ancora due fermate e ci toccherà renderci conto che in realtà non siamo in un film. parigi è così… ti illude di essere come un quadro, o un vecchio film… e invece, inesorabilmente, ti rendi conto di quanto sia reale, squallida, a volte perfino puzzolente… ti rendi conto, per forza, di quel fiume di gente che ti strattona sulle scale, di quell’immenso mondo indifferente che ti scivola addosso, ti urta, ti ignora… se solo quei due occhi potessero salvarmi. se solo potessero capire quanto mi sento sperduta, in questo mare, di quanto avrei bisogno di una mano, di un sorriso, di un cattivissimo caffè bevuto in un buio bistrot del marais. due dita che ti sfiorano. uno sguardo incuriosito. chissà se potrà capitare di rivederci, domani sera magari… all’ora di punta. due fermate prima del tramonto.

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con la coda tra le gambe

era come se non fosse successo niente. sapeva che sarebbe dovuto succedere qualcosa, a questo punto, e così guardava stupito all’insù, aspettando. gli occhi sbarrati, le orecchie pronte a cogliere il minimo rumore. e non riusciva a capire come mai lei fosse ancora lì, a continuare imperterrita con quello che stava facendo. possibile che non si fosse accorta di niente? possibile sperare che sarebbe finito tutto così? non riusciva a crederci. non c’è niente da fare, è difficile far finta che questa volta possa andare in modo diverso dal solito. e poi, perché proprio questa volta? quali strani pensieri l’hanno portata a cambiare idea, a lasciar correre, per una volta? una soltanto, questo lo sapeva bene. non c’era da illudersi che potesse essere per sempre. ma intanto, si gode la momentanea libertà, l’immunità, l’inaspettata fuga, prima che lei se ne accorga. evidentemente, l’unica causa di questo suo bonario lasciapassare è che ancora non si è accorta di niente. meglio cogliere al volo l’occasione, così che quando se ne accorgerà, e vorrà distruggere questo silenzio, si tratterrà, sapendo che in fondo, una volta fatto il danno, è inutile accanirsi. tanto, non si ricorderà già più di quello che ha fatto, sarebbe una cattiveria inutile..scodinzolando, si allontana dalla stanza, mentre lei ancora rigira l’insalata tra le mani. per terra, un tovagliolo di carta, o quello che ne
rimane.

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la parigi mai vista

la campagna che separava montmartre da parigi parve meno estesa dall’ultima volta che avevano fatto visita a claire. sembrava che nuove case dai camini rossi ancora privi di fuliggine si fossero spinte dalla butte fino a valle e che la città si fosse protesa per andare loro incontro. (s. vreeland)

aprì gli occhi, e si ritrovò in un mondo che non credeva di conoscere. si era addormentata pensando a quanto sarebbe stato difficile, il giorno dopo, andare alla fac con lo sciopero della metro e tutto il resto. oggi, carte orange non evocava altro che la spessa carta colorata che avvolge la baguette della signora céline, giù alla bottega. una lunga gonna di lana marrone, una semplice maglia nera e un mantello spesso e ruvido. capelli raccolti, come al solito, e al collo una semplice catenina di metallo. uscì nel freddo della strada e si incamminò verso il mercato, per la spesa quotidiana. due parole con la fruttivendola, e poi un saluto a céline. poverina, con quell’influenza, e questo freddo. in effetti, anche lei si sentiva un po’ strana, era come se sapesse esattamente come comportarsi, nonostante non fosse il suo mondo. o magari era solo il naso chiuso. ma era esattamente quello che ci voleva, svegliarsi una mattina a parigi e scoprire un mondo tutto nuovo, un mondo che non credeva di poter vedere. un mondo che nessuno avrebbe mai più rivisto.

ecco, questa è la cosa che più mi manca, in fondo. non il non aver potuto vedere la parigi d’antan, ma il non aver avuto modo di scoprirne tutte le tracce. ho paura che un mattone, un angolo di strada rimasto intatto da allora, mi sia sfuggito. anche se, in fin dei conti, tutto quello che ricordo è di essere andata in giro per le stradine del centro cercando di cancellare auto, zainetti colorati e mcdonald. e in fondo, parigi è una città nella quale questo strano esercizio della mente è abbastanza facile da fare. forse, l’unica città al mondo in cui sia veramente possibile sentirsi in un posto fuori dal tempo. ma non è quello che cercavo. quello che mi manca, è affacciarmi dalla terrazza del sacré coeur e vedere solo colline, a perdita d’occhio, e parigi laggiù. cancellare tutti quegli splendidi tetti d’ardesia e i camini, tutti simili, infiniti.

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mare d’inverno, solo con il blu del cielo

passeggiare lungo il molo, con le dita che ancora sanno di pesce, chissà poi perché non danno quelle bustine a forma di stella di mare, con le salviettine al limone… passeggiare, guardare una strana barca bulgara, trainata o trainante, entrare nel porto di marina di ravenna. chissà poi che ci fanno i bulgari quaggiù… sempre che fossero bulgari, in effetti. come quel cartone animato che guardava sempre mio fratello. una barchetta legata con una corda ad un grande transatlantico. questo sarà anche molto meno romantico, ma insomma l’idea è quella. e poi c’è la luna, chi l’avrebbe mai detto. nemmeno l’avevo vista, e un dito puntato a guardare il cielo blu, che strano il cielo blu di febbraio, ma ora l’ho capito che quando il dito punta il cielo, nino, bisogna guardare il cielo e non il dito. luna. chiara, come se si vergognasse di starsene lì, come se avesse paura di non poterci stare. come se fosse venuta, solo un attimo, a controllare che tutto andasse bene. tutto bene, grazie. nemmeno in un film avrebbero potuto fare di meglio, mettere insieme una giornata di sole, una fresca aria di quasi primavera, un buon pranzo e una strana euforia che sembrava quasi di poter chiacchierare con quel pescatore, peccato se ne sia andato via, con il suo cane. pazienza, ci accontenteremo di ricordarlo così, curvo sotto il peso degli anni, con le mani dure e callose e il passo dondolante di chi, in fondo, non ci sa camminare, sulla terraferma.

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sshhh

notte. di corsa, in macchina. il finestrino abbassato, quel poco che basta per sentire le cicale. uno scialle, indosso solo la sottoveste. l’aria che ti si attorciglia intorno alle gambe, e poi su fino alla vita, a solleticarti i fianchi… l’aria della notte, nera, fresca carezza. un campo. uno qualunque, in fondo. seduti su una panca, a parlare con la notte, ad ascoltarla, le stelle e le luci della città, laggiù. solo il fresco della notte, il respiro delle piante addormentate, sotto i piedi nudi la rugiada, e il solletico dei trifogli. in lontananza, abbastanza da non rompere quella magia, una macchina rientra verso casa. sembra casa, estate, ponticello e passeggiate solitarie, una campagna diversa, ma sempre uguale. pace. come un bambino che dorme, pugni chiusi.

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mi chiamo toe

mi chiamo toe. no, non joe come quello del film. e no, nemmeno tom con un errore di scrittura. toe. ti-o-e. sono un dito. o meglio, sarò un dito. il dito mignolo del piede destro di un bambino, per la precisione. il nome del bambino ancora non si sa, perché i genitori non sanno se è maschio o femmina e andrea, che avrebbe messo tutti a tacere, non piaceva ai nonni proprio perché avrebbe messo tutti a tacere. ma io mi chiamo toe. questo è un dato di fatto. in realtà, è un dato di fatto anche che tutti i miei fratelli si chiamano toe, ma non è mai stato un problema, per noi. l’unica cosa che non so cosa aspettarmi dal futuro. collant? calzettoni? pinne? insomma, uno dovrebbe prepararsi bene, prima. imparare, studiare, allenarsi per non arrivare impreparato, con le unghie troppo corte, o troppo lunghe. ecco, oltre al nome del bambino dovrebbero scegliere anche le scarpe. giusto per venirmi incontro. già che sono il più piccolo e sacrificato, qui dietro, almeno sapere dove vivrò. mi hanno detto che tanto i primi tempi è tutto un dormire, nella culla, “sempre che non ti mangino di baci”. questa devo averla letta da qualche parte, e un po’ mi lascia perplesso, ma immagino sia sempre meglio di un paio di scarpe da ginnastica.

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autoradio

come per scherzo, cercare in vecchi cassetti nella mia testa le colonne sonore di un’intera vita. come per scherzo, anche se in fondo non è vero che non ho ricordi legati alla musica. non ora, non da grande. non da quando la musica esce da tutti i buchi possibili di questo mondo. non da quando non c’è più poesia, checché ne dicano. ma quando ero piccola, in macchina con mamma che dormiva e papà che guidava verso il campeggio, quando ero piccola sì che la musica aveva davvero un significato. con la roulotte attaccata dietro, che arrancava per le strette stradine della iugoslavia. io che cercavo di dormire, che credevo di dormire, e invece ascoltavo. così, per scherzo, cercare quelle vecchie canzoni italiane, con le parole allora incomprensibili e storpiate nella mia testa di bimba. e all’improvviso ricordare, esattamente, il rumore del giradischi di papà, il fruscio che voleva dire “finito!”, quando in casa, prima delle grandi partenze, cercava di mettere tutta quella musica in una piccola cassetta di plastica bianca, e poi scriveva i titoli, tutti allineati, con quella sua vecchia macchina da scrivere. come facesse, poi, a far stare quei grandi dischi “che non si devono assolutamente toccare che si rompono!” tutti dentro le cassette, è ancora un mistero. ed io, stesa sul pavimento con le gambe piegate all’insù, a dondolare, che sfogliavo quegli enormi quadernoni scritti fitti fitti, che papà diceva che erano le parole delle canzoni, così io mi mettevo a cantare, seguendo col dito un’immaginaria catena di note e parole.

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storia di un viaggio

prima stazione. brisighella. un vecchio albergo dalle rosse tende scolorite, un bambino che saluta sorridendo il treno, con la manina a sbucare dal cappotto, in lontananza un castello…

seconda stazione. nemmeno un cartello. persa sulle colline. un gallo passeggia lungo la ferrovia, ai piedi di una collina avvolta nella nebbia, tanto che riesci appena a vedere la fattoria addormentata lassù, tra i filari di vite, e il sentiero che ti mostra orgoglioso le orme fresche di una vecchina, avvolta in uno scialle, con la sporta della spesa…

“san cassiano! stazione di san cassiano!!” chissà per chi, o cosa, urla… nel grigio di questa fredda giornata d’autunno, un albero. solo, tra il nulla di una campagna che sembra abbandonata. e la luce di quei frutti color del sole, a illuminare quel che resta di una casa, di una vita, di un sogno d’amore sognato chissà quando, in una notte d’estate, all’ombra di quei
rami…

il paese laggiù in fondo alla valle, ed il treno a tagliare il suo orizzonte. una strada che diventa ponte, e poi piazza. poche case di molti colori. un vaso di fiori rossi che indomito resiste al freddo. in bilico sulla sponda del ponte, a guardare il torrente…

marradi. stavolta è il paese a starsene lassù, seduto in comoda poltrona. come quell’uomo affacciato al balcone. guccini. pipa e basco, sciarpa e maglione girocollo grigio. le mani in tasca e lo sguardo a cercare qualcosa tra le rotaie…

biforco. letteralmente. due strade, ad incontrarsi in mezzo ad un campo.
forse, doveva solo sgranchirsi le gambe.

aprire gli occhi, e per prima cosa vedere la città addormentata lì in fondo, con la foschia che ne nasconde il colore… aprire gli occhi, e non poter indovinare chi sei, perché sei lì, che giorno è. potrebbe essere qualunque giorno, qualunque anno, e non importa. vedi firenze, e sorridi.

ritornare a firenze. questa volta da sola. appoggiata ad un muretto, a guardare l’immagine che per tutta la vita accompagnerà quell’attimo in cui il mondo si è fermato, in cui il respiro è rimasto sospeso a mezz’aria, prima di volare, lungo le onde, a colorare di noi tutta la città. scendendo lungo il fiume, lo sguardo basso, le orecchie a cercare un po’ di silenzio, sono tornata a ponte vecchio. da sola, ad incontrarlo nell’istante di un pensiero. con uno strano sapore di malinconia e gioia nel cuore.

sarà il fiume… sarà che a mettersi qui sul lungarno, quest’angolo di città sembra un quadro incorniciato di nuvole e onde… sarà che a camminare per queste stradine, a cercare il ricordo del silenzio di una cappella e dell’odore di cera, si riesce a cancellare il tempo… sarà che tutto, qualunque pensiero, qualunque suono diventa idea di se stesso. così, i miei ricordi diventano romanzo, canzone, quadro, vecchia fotografia in bianco e nero. mantengono giusto un paio di contingenti attributi, il fresco sulle guance in una notte a ponte vecchio, il caldo del sole a piazzale michelangiolo, l’odore di cera, ma potrebbero essere ricordi di una qualunque coppia in un qualunque momento della storia.

potremmo essere noi, secoli fa.
potremmo essere noi, fra secoli.

arrivare qui, per caso, e scoprire l’eternità di noi. sentire un sapore di felicità nel petto. correre a casa, su questo treno. scrivere, come un fiume. pensare, come se io fossi una città che, silenziosa, osserva gli occhi degli innamorati che l’attraversano, cattura i loro sguardi, e li conserva nei suoi palazzi, nelle sue vie, nelle insegne dei suoi negozi…

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abbey, un giorno dopo, in sogno

passeggiava sola, era notte. forse se ne sarebbe accorta, se avesse degnato di uno sguardo il mondo esterno, e non si fosse dedicata così assiduamente a dipanare i suoi pensieri, slegandoli e attorcigliandoli tra loro, cercando di trovare un senso negli eventi di quelle ultime ore. forse, se avesse solo sbirciato qua e là, ogni tanto, agli incroci, si sarebbe accorta di aver superato da un pezzo la sua meta ultima, o quello che avrebbe potuto essere la sua meta ultima. si sarebbe anche accorta di quell’ombra che la seguiva, ormai da ore, instancabile e silenziosa. e forse avrebbe potuto capire a fondo quello che sarebbe successo, di lì a pochi minuti, quello che tante volte aveva aspettato, temuto, e che proprio mentre abbassava la guardia scaricava su di lei tutti i suoi effetti. non ascoltava, o forse rifiutava di capire a fondo, quello che tante volte si era detta, senza sosta, ogni momento di quegli ultimi mesi di solitudine e pellegrinaggio muto per le vie della città. come d’incanto, tutti gli avvertimenti che la sua mente aveva mandato a memoria sembravano scritti sulla sabbia, all’avvicinarsi dell’alta marea. sembravano ora svuotati di significato, niente aveva più senso, niente sembrava voler dire ancora qualcosa, quella notte. anzi, sembravano ora lasciare inesorabilmente il passo a una richiesta di riscatto, una disperata richiesta di aiuto, per favore, non chiedo altro che di dimenticare. a volte, basta anche solo un attimo e ci si ritrova in un posto che non ci si aspettava di vedere, a cercare nei ricordi il momento esatto in cui si è presa una nuova strada….era notte. poche macchine in giro, era agosto e la città è sempre deserta e silenziosa. forse un’altra beffa del destino, direbbero, se solo fosse partita in vacanza, ora sarebbe, nella peggiore delle ipotesi, in una vecchia osteria, a guardare un paio di vecchi giocare a carte e bere lambrusco.

e invece, silenzio.
asfalto.

la luna lassù, un paio di stelle ad augurare un buon risveglio attraverso le persiane socchiuse. i primi lavoratori del giorno. qualche ora ancora e si sarebbe dovuta mettere al lavoro, un’altra settimana seduta a una scrivania, davanti ad una tastiera e con mille idee, confuse, incerte, nella testa. sarebbe dovuta cominciare un’altra, noiosa, tutto sommato inutile settimana di lavoro. se avesse seguito la strada della sua ragione, i precisi, chiari, accurati avvertimenti che da mesi si ripeteva, automaticamente, ogni volta che la sua strada si incrociava con quella di qualcun altro. invece, la città aveva progetti diversi, strade sconosciute nelle quali avventurarsi, sbirciando dietro gli angoli dei portoni, salutando i cani randagi, passando oltre le cartacce gettate a terra, lo sguardo fisso sui pensieri, solo quelli, le sensazioni, e non sapere dove le strade vanno a finire. perdere di vista la meta, non pensarci nemmeno più. non avere il tempo, né il bisogno, di pensarci. vagare, a pochi centimetri da terra, per la città silenziosa.

…accanto, un uomo dorme. strana sensazione, strani eventi, strana alchimia… strano sentirsi così libera di poter stare semplicemente qui, così. strano pensare di poter non pensare al futuro, strano credere che si possa pensare di poter vivere qualcosa, e qualcuno, fino all’ultima cellula, senza volerne o doverne prevedere la fine, o l’inizio. semplicemente vivere e sentire in ogni angolo del corpo e della mente di stare bene, qui, con lui. anche se, in fondo, laggiù, rimane la paura che possa finire con la stessa rapidità con cui è cominciato, un paio di giorni e tutto è solo passato, un ricordo appuntato distrattamente su un quaderno, un’immagine sbiadita in testa, un odore a fior di labbra che pian piano scompare..

pensieri

qualcosa a che fare con le panchine e il solletico (cercare da qualche parte un nesso)

a volte, sembra che il mondo se ne stia lì a guardare, come quei vecchi alle panchine dei giardini pubblici, quelli che non capisci mai come fanno a non fare mai niente, stanno solo lì, come faranno a non annoiarsi, e a non morirne, di questa solitudine spesa a guardare cani e bambini che corrono e ridono. forse è proprio lì il trucco. correre. e guardare la gente che corre. trovare qualcuno che corre e guardarlo. il mondo che guarda gli uomini che corrono. e ride. guarda migliaia, milioni di esseri che corrono verso il niente, verso un lavoro, una donna, o un uomo, una canzone, una fotografia, un libro. e ride. vai poi a capire se ride per l’assurdo motore di questa giostra. o se ride per il solletico.

pensieri

ponte vecchio

ponte vecchio. inverno. vento gelido che ti attraversa il cappotto, e lì, come sempre, un uomo, e una chitarra. accanto, una tazza di caffè, con il fumo che balla tutto intorno, a lottare contro il freddo. e una ragazza, avvolta in un mantello rosso, seduta sul marciapiede con il mento appoggiato sulle ginocchia, a pensare a parigi, agli artisti di un tempo che non ha mai onosciuto, e a quella chitarra lì accanto che sembra volerle dire qualcosa…

– che mestiere ha detto che fa?..- regalo canzoni ai passanti.
– ah, bello. …ma perché?
– e’ un bel posto, questo mio sgabello, per osservare la gente che passa. guardo, e intanto suono. se ti siedi qui, guardi e aspetti, ad un certo punto ti vien voglia di regalare note ai passanti. note, o intere canzoni. ad una distinta signora che torna a casa dopo un pomeriggio passato a chiacchierare con le amiche davanti ad una tazza di thè… una romantica canzone, ripescata in qualche polveroso baule lassù… poi, ecco che arriva un giovane, è di sicuro un pittore, avvolto in una lunga sciarpa, che pedala veloce verso una donna che è lì che lo aspetta col naso attaccato ai vetri appannati, o forse verso una tela addormentata, con quel corpo di donna da costruire… e’ strano come restando qui a rompere il silenzio della neve e il sussurrio del fiume qui sotto ci si possa innamorare così tante volte in un attimo, non importa se di un paio di stivali che ballano sul selciato o di una sciarpa ciclista, e come ogni volta ci si possa trasformare in un menestrello per loro…

certo che avevano ragione, con quella storia dei ricordi, che ti si accoccolano dentro e non ti lasciano più. a volte mi sembra di andare avanti a vivere come se non fossi più io, come se in realtà fossi rimasta in un attimo, sospesa a guardare un istante, un volto, una mano, una chitarra, mentre il mondo intorno a me va avanti, e la neve se ne va, e la gente mette via i cappotti e si avvolge di leggero lino colorato..

sarà che io sono ancora avvolta di rosso, ma c’è una nota, sempre quella, non ricordo nemmeno come si chiama, una nota sola, che mi rimbalza tra i ricordi, e sembra che sia sempre stata lì, quando ero bambina e correvo nei campi a piedi nudi, o quando ero triste e contavo le nuvole stesa sopra una coperta, era sempre lì, a fare da colonna sonora alla mia vita. strano che l’abbia riconosciuta solo dopo, anni dopo, in una sera d’inverno a ponte vecchio…

pensieri

il rumore del mare

il rumore delle onde sulla spiaggia, e l’odore di salsedine in inverno. e’ bastato un attimo, e una scena di un film, per farmi immaginare come sarebbe vivere in una casa che sa di mare, in riva alla spiaggia. di quelle che quando ti svegli e apri la finestra della camera senti un fruscio in lontananza. una piccola locanda almayer, alla quale ritornare dopo una passeggiata a piedi nudi tra le onde…

chi nasce al mare, non riesce a viverne lontano, dicono. io che sono nata nella bassa, io che per una vita ho immaginato che il paradiso fosse alzarmi e vedere la rugiada nei campi, ora mi ritrovo ad immaginare come sarebbe bello vivere ad un palmo dall’oceano mare..

pensieri

péage

avresti mai immaginato che una stazione di servizio potesse essere quasi una poesia? sentire il rumore dell’auto che si ferma, e paradossalmente accorgerti solo in quel momento che era accesa. ti è sempre sembrato strano, fin da bambina, quando andavi in vacanza coi tuoi: sentivi il rumore della macchina solo quando si spegneva, e le tue orecchie ormai abituate al brusio si sentivano come in una chiara mattina d’estate, al mare. brusio si sentivano come in una chiara mattina d’estate, al mare. silenzio. eppure c’era qualcosa, qui. sentire il rumore della portiera che, piano per non svegliarti, si apre, e l’aria fredda della notte entrare ad accarezzarti le dita dei piedi che sbucano dal sacco a pelo. socchiudi gli occhi, fuori dal finestrino il buio, un paio di neon. una stazione di servizio, pare. chissà quanta strada abbiamo fatto, mentre dormivo. un bel po’, se ora dobbiamo per forza fermarci qui a prendere un po’ di freddo.

comunque, avresti mai immaginato che potesse essere così poetico, svegliarsi nel cuore della notte in un paese straniero, alzarsi con gli occhi ancora addormentati, andare nell’autogrill a prendere un caffè, sciacquarti la faccia, sgranchire le gambe. tornare indietro, e sentirti così lontana dal mondo, così libera di poter girare la macchina e andare dove vuoi. nessun impegno, solo una strada, e la possibilità di vedere il mondo. rientrare in macchina, con il sapore di caffè sulle labbra, e un po’ meno sonno. alla radio, una canzone francese. portiera. la macchina che pian piano riparte. eccolo, il mondo che vuoi vedere. tutto racchiuso qui dentro, solo con il paesaggio che cambia di là del finestrino.

pensieri

un’ombra, a farmi compagnia

mi ricordo di quando, da piccola, guardavo peter pan e la sua ombra rincorrersi sui muri di una camera da letto. e ricordo il chiaro, presuntuoso convincermi dell’assurdità della scena. dell’impossibilità, per un’ombra, di abbandonare il corpo che l’ha generata. nessuno aveva mai provato a farmi capire. forse erano tutti assolutamente d’accordo con me. e pensare che una foto scattata per caso su un treno avrebbe dovuto aprirmi gli occhi. qualcuno c’era arrivato, e io ancora mi ostinavo a non voler credere. ce n’è voluto di tempo per smettere di guardare al mondo con gli occhi di un cinico assassino di storie e cominciare a guardare le ombre vivere sui muri, staccate dal corpo.

una fredda sera d’inverno, faccio conoscenza con un’ombra che abita la parete della mia stanza d’albergo. non posso distinguerne i colori, né l’espressione. non posso indovinare altro che una linea scura tracciata sul muro intonacato di fresco. non so se sorride, se ha gli occhi aperti o chiusi, se piange. non so se mi sta guardando, se osserva i miei movimenti o li immagina soltanto. e’ solo un’ombra. un piatto, grigio disegno, direbbe qualcuno. un piatto, grigio disegno, avrei detto anni fa.

freddo di mattoni e tinta rosa per pareti ormai sporca dal passare degli anni. e invece, quell’ombra prende vita. sembra impossibile, ma posso vedere la piega del collo, il punto esatto in cui la spalla diventa braccio, posso distinguere ogni ciocca di capelli, e alla debole luce dell’abat-jour indovinarne il colore. posso sentire l’odore della sua pelle, immagino il suo fiato disegnare nuvole sul freddo vetro della finestra. posso vederne i movimenti, anche i più impercettibili, e sentire un brivido correre lungo la mia schiena ad ogni suo avvicinarsi a me…

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per come la vedo io

come il vento che si intrufola nei vicoli, a poterlo vedere mentre prende tra le dita un foglio di carta stropicciato e lo fa roteare tra i muri delle case. e’ inverno, notte. il vento congela la pelle, e la carne. ma il foglio nemmeno se ne accorge, continua a ballare, lo vedi come danzare, volare, roteare… sembra che stia per venirti addosso, il vento che lo scaglia con violenza contro di te. chiudi gli occhi. ma dal niente una folata ancora più forte lo prende da sotto il tuo naso, fai appena in tempo a sentirne l’odore che già è dall’altro lato del vicolo, appoggiato in un bidone….un gatto. immagina un gatto. con quegli occhi che solo i gatti sanno tirare fuori. altro che artigli. sono gli occhi il vero problema dei gatti. comunque. un gatto, arrampicato su un cornicione, a godersi la scena, a guardare il vento, lui che con quegli occhi può vederlo. sembra aspettare il momento giusto, arrampicato lassù con tutti i muscoli tesi. non sente il freddo, concentrato com’è.

…un solo, preciso salto, e lo vedi piombare sul foglio un attimo prima che tocchi, inesorabilmente, il bidone. ormai ridotto, e riducibile, a piccola pallina di carta. non sembra vero, poterne vedere una forma amica. come i gomitoli della nonna… con questo sì che si può giocare. imitare il vento. un salto, una capriola, e si ritrova dall’altro lato del vicolo. superata una folata di vento, che voleva solo riprendersi quel tesoro bianco. e che ora rimbalza da una zampa all’altra, veloce come uno sguardo. poi, un colpo più forte. il vento che si ferma a guardare anche lui. una palla che vola, verso un bidone, sempre quello. una sirena della polizia, lontana, come in ogni film. neanche a farlo apposta. canestro.

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fuori, piove

mattino presto. la sveglia che non ne vuole sapere di lasciarmi in pace. dalle persiane entra una luce che sembra ancora di luna, e invece sono le nuvole. nere nuvole a giustificare quelle goccioline che rigano i vetri. d’altra parte, è ancora inverno. mi giro dall’altra parte, rannicchiandomi ancora di più sotto il piumone. le piccole luci dell’abat-jour ancora accese, devo averle dimenticate ieri sera. accanto a me, sul cuscino, c’è ancora il libro che avevo cominciato a leggere. georges perec. e nemmeno mi ricordo di aver avuto il tempo di leggerne una riga.

un’altra mattina, lunedì per di più. 7:00. sveglia. solito rituale: mi giro, spengo quell’irritante squittio, tiro su il piumone sopra al collo, e non se ne parli più. inutile che mi vengano a dire che devo alzarmi, e lavorare. mi volto dall’altra parte, l’abat-jour accesa anche stanotte. dovrò ricordarmi di spegnerla, una buona volta. niente libro, e la mente ancora appannata a cercare di ricordare. domenica sera… cena con amici, al solito. tante parole, cibo, un po’ di televisione. due di notte, troppo tardi per leggere. ecco perché. devo essermi addormentata così, in questa esatta posizione, sul fianco sinistro, con la testa leggermente sollevata in un morbido abbraccio. devo aver dormito profondamente, un lungo sonno senza sogni, perché stamattina mi ritrovo nella stessa identica posizione. tra me e il cuscino, un profumo conosciuto. schiacciato contro la mia guancia, un intero album di ricordi. quella mattina d’agosto. e quella notte stellata in collina. la tensione del giorno prima in un piccolissimo albergo a firenze. ora, è qui, come un libro. aperto su una pagina che ancora non conosco.

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insonnia

notte fonda, e ancora non riesce a dormire. le sembrava così semplice, da fare: stendersi sul letto, nonostante il caldo, chiudere gli occhi, e aspettare. e invece eccola ancora lì che si rigira senza sosta, e senza senso. eppure, dovrebbe avere sonno… chissà cos’è. forse il letto estraneo, forse l’eccitazione della novità, la novità dell’eccezione alla normale vita.

alla fine, si decide e va alla finestra, a cercare un po’ di fresco. c’è l’odore dell’estate in bicicletta dopo cena, a prendere il gelato con l’amica cugina. bei tempi, quelli. peccato. al di là della strada c’è un’altra finestra, mondo simmetrico al suo. dentro, una donna, anche lei probabilmente a combattere contro il caldo, il telegiornale ha detto che era la giornata più calda d’estate. la donna è seduta ad un tavolo, in una casa che sembra uscita da un film da dolce vita, e scrive. ogni tanto, guarda il muro, sembra che pensi, e poi scrive qualcosa. una parola, o anche solo una lettera. parole crociate, a distrarre il sonno che si avvicina. stranamente, nel mondo simmetrico al suo, il sonno lo si caccia a colpi di parole, invece di cercarlo tra le righe di una storia. forse è davvero lo specchio di quello che è, una donna a vegliare chissà chi passando il tempo come riesce, come fanno tutte le nonne, almeno un po’, nei caldi pomeriggi e nelle fredde sere, e una ragazza a pensare insonne, a cercare di non buttare via nemmeno un minuto della sua giovane notte.
prende la borsa, e se ne va in giro per la città addormentata, cercando altre donne, altri rebus, altre luci accese su tavoli ancora apparecchiati della cena. cammina con il naso all’insù, guarda tutte le finestre. dormono, dormono tutti.

pensieri

lista nozze

lui la tira per un braccio, direzione computer e cellulari, ma lei se ne sta lì, con il naso all’insù, proprio davanti ai ripiani delle stoviglie, reparto “liste nozze”. lui già teme l’inevitabile, il richiamo implicito dell’inesorabile dichiarazione, proprio sul più brutto, non sia mai che le sia venuto il momento romantico proprio ora, alle cinque di un caldo pomeriggio d’agosto, in uno squallido negozio. non può certo immaginare che le liste nozze non c’entrano proprio niente, figuriamoci se a lui interessano i piatti con i fiori sul bordo, o i bicchieri di mille forme e colori. figuriamoci se gli interessano ora, a quasi trent’anni, proprio oggi che era uscito per comprare un regalo per il suo computer. non interessano nemmeno a lei, a volerla dire tutta. si sta semplicemente chiedendo com’è che le pentole sembrano così lucide e brillanti solo quando sono in un negozio, ben allineate sul ripiano di vetro. com’è che se ne stanno lì, perfettamente ordinate in file da tre, e sembra che siano così belle, e poi quando te le porti a casa sembra che non abbiano più interesse ad imbellettarsi per affrontare la vita. una volta accasate, smettono i loro abiti migliori, e se ne stanno meste in un angolo, rigate dall’uso e opache dall’acqua e sapone. non che abbiano molto interesse a mantenersi giovani e belle, in fondo: anche i mestoli, a ben pensarci, una volta scartati del loro fiocco nero sul collo cominciano il loro lento declino. impettiti e impeccabili all’inizio, allineati sul ripiano e illuminati da una luce blu, diventano presto lisi dall’uso, con il fondo rovinato dal continuo sostare in quei due millimetri d’acqua, sul fondo
del portaposate a lato del lavandino. e se un tempo riuscivano a commuovere, con quel loro accarezzare continuo i fianchi della loro amata pentola, ora si limitano ad adagiarvisi sopra, stanchi, in bilico al riparo dal fuoco.

pensieri

al parco

non l’avete mai visto un coniglio in ritardo? pensare che credevo fossimo noi, quelli perennemente indaffarati. un’intera mattinata a correre, su e giù, fuori e dentro da quel buco di terra che è la sua tana, o il suo ufficio, a questo punto non puoi mai sapere. incontra un amico, buongiorno coniglio!, si girano un po’ intorno, e poi via, ognuno per la sua strada. me ne sono rimasta qui ad osservarlo, tutta mattina, pensando a cosa mai può fare, tutto il santo giorno, un coniglio. forse è proprio questa la tanto elogiata intelligenza della nostra specie: aver avuto la rivoluzionaria e malsana idea di inventarsi tutto questo circo per non morire di noia. lavoro, studio, casa, chiesa, vacanze e pranzi in tavole imbandite. efficaci ed insostituibili ritrovati della tecnica e dell’ingegno per perdere tempo, e tenere occupata la mente e il corpo. poi deve essergli sfuggita un po’ troppo la mano, ma l’idea di fondo non era poi così male.

ha smesso di correre. ora se ne sta lì, accanto ad un cespuglio, come una sfinge a guardia della sua alcova. sotto i rami, un paio di orecchie e due occhi che lo seguono in tutto quello che fa. e questa immobilità, finalmente, mi sembra quanto di più perfetto potesse fare.

questo, almeno, la nostra umana intelligenza ha avuto il buon senso di lasciarcelo.