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Cartolina da Lido di Classe

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Saudade de Lisboa

Una mini-guida turistica di Lisbona, dedicato a chi prima di partire mi chiede consigli “visto che ci hai vissuto per un po’”. E dedicato a me, per non dimenticare.

Fuori a cena

  • O Pitéu {Largo da Graça 95, Lisbona} ~ Il miglior ristorante della città per chi vuole assaggiare la cucina tipica portoghese
  • La casa do Alentejo {rua das Portas de Santo Antão 58, Lisbona} ~ Meta imperdibile per ogni turista che si rispetti
  • La Dolce Vita {Alameda dos Oceanos lt, 1.02.1e, Lisbona} ~ Ottimo ristorante italiano, se proprio non potete fare a meno di un piatto di tagliatelle
  • Terra {rua da Palmeira 15, Lisbona} ~ Ottimo ristorante vegetariano/vegano {consiglio spassionato: lasciatevi un buchino per la mousse di mango}
  • Tomo {Av. Bombeiros Voluntários 44, Algés} ~ Ristorante aperto dall’ex cuoco dell’ambasciata giapponese in portogallo – e ho detto tutto
  • Aashiana {rua Dr. José Joaquim de Almeida 662, Carcavelos} ~ Ottimo ristorante indiano
  • O Cantinho da Belinha {Av. Vasco de Gama 113, Cascais} ~ Piú che un ristorante, il circolo dei pescatori di cascais; per chi ama le grigliate di pesce e soprattutto non si formalizza per le tovaglie di carta

Per colazione, o merenda, o tutte e due

  • Pasteis de belem {rua Belém 84, Lisbona} ~ Imperdibili; non lasciatevi intimorire dall’immancabile fila di turisti
  • Landeau {LX Factory e Chiado, Lisbona} ~ La miglior torta al cioccolato che vi possa capitare di assaggiare

Dopo cena

  • Chapitô {Costa do Castelo 7, Lisbona} ~ Una scuola di circo, e anche uno dei posti migliori da cui ammirare Lisbona, di notte, dall’alto
  • Pavilhão Chinês {rua Dom Pedro V 89, Lisbona} ~ Un po’ bar, un po’ museo, un po’ soffitta di ricordi scatole impolverate
  • Braço da prata {Rua Fábrica Material de Guerra, Lisbona} ~ Un’ex fabbrica ristrutturata che ospita concerti e mostre
  • Vietato ripartire senza aver assaggiato la Ginginha {la trovate, tra gli altri, in un minuscolo bar di fronte al teatro, in Praça Dom Pedro IV}

Dove dormire

Un po’ di shopping

Appunti di viaggio, rigorosamente sparsi

  • Praça do Comercio è l’ingresso alla cittá per chi arriva dal fiume; dalla piazza si arriva a Baixa, ovvero il regno indiscusso dello shopping (e dei turisti)
  • Sulla sinistra (dando le spalle al fiume), si risale verso Chiado, con Pessoa che prende il caffè con i turisti e la libreria piú antica del mondo
  • Il Bairro Alto è il cuore della vita notturna lisboneta; costeggiando il Bairro Alto partendo da Chiado si arriva, sulla sinistra, al Miradouro di Santa Caterina, con una
    splendida vista sul fiume
  • Rua do Alecrim sale da Cais do Sodre e arriva fino a Principe Real; lungo la strada, sulla destra, si apre il Miradouro di São Pedro, con una splendida vista sulla cittá bassa
  • Il quartiere di Alfama, con la cattedrale e il castello, è il piú suggestivo di Lisbona; prendendo il tram numero 28 da Baixa si attraversa tutta Alfama e si arriva a Graça, dal cui miradouro si ammira tutta la cittá, castello compreso
  • Il miradouro di Santa Lucia si affaccia sul fiume alle spalle di Alfama; è splendido, soprattutto al tramonto
  • Se capitate nei giorni giusti, vale la pena fare un giro tra le bancarelle della pittoresca Feira da Ladra {e a proposito di giorni giusti, Lisbona è splendida a giugno, in occasione della festa del patrono, Sant’Antonio}

Da visitare nei dintorni

  • Sintra con il Castelo dos Mouros, il Palácio da Pena e il Palácio Nacional {raggiungibile in treno dalla stazione di Rossio}
  • Belém con il Centro Cultural de Belém , la torre, il Padrão dos Descobrimentos e il chiostro dell’Igreja dos Jerónimos {raggiungibile in treno da Cais do Sodre}
  • Cascais {raggiungibile in treno da Cais do Sodre} e, se volete pedalare un po’ o avete la macchina, le spiagge del Guincho
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algarveshire

La prima cosa che mi viene in mente pensando all’Algarve è che hanno sbagliato nome. Dovrebbe chiamarsi Algarveshire, vista la quantità smodata di inglesi che svernano sulla costa tra Sagres e Tavira.

La seconda, Sagres. Altrimenti detto, tecnicamente, il viaggio di nozze di coccinella. Grazie ad un regalo di nozze, due notti qui, con una vista mozzafiato sull’oceano, e una cenetta romantica a base di prodotti tipici.

La terza, incontrare una cameriera di Sassuolo che si è trasferita per amore, e soprattutto parlarci per cinque minuti buoni in portoghese prima di decidere che forse l’emiliano-romagnolo è meglio.

La quarta, Ferragudo, che guarda Portimao dall’altro lato del fiume e si sente un po’ messo in disparte e bistrattata dai turisti. Ma che non è niente male.

La quinta, Tavira e il nostro ristorante di fiducia, con i datteri di mare a sorpresa (causa assenza di dizionario in valigia), e i dolcetti di pasta di mandorle che mi ricordano quelli di Alvino, a Lecce.

La sesta, gli zingari che si muovono a cavallo. Con un carretto con sopra tutta la famiglia.

La settima, i cani. Ovunque.

L’ottava, la toccata e fuga a Siviglia, il sole, il caldo, e soprattutto il sit in di protesta contro i tagli all’istruzione in cattedrale. Dentro la cattedrale. Giovani che protestano. Immaginate, che so?, San Pietro.

La nona, una mattinata qualunque a Faro, con l’odore del mare e degli aranci.

La decima, Rucola, le sue passeggiate nel suo albergo ideale, e soprattutto i gatti spasimanti che vengono a chiamarla per uscire, la sera.

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gita fuori porta a porto

La prima cosa che mi viene in mente se penso a Porto è il mercato a (o di?) Bolhão. Perché ci arrivi quasi per caso, lì attaccato alla chiesa di Santa Caterina. Dai, è qui a due passi, facciamoci un salto. E ti si apre un mondo. All’ingresso, una signora che vende sardine da una bacinella di plastica e un arrotino. All’interno, due piani di voci, colori e odori che sembrerebbero quasi esotici se non fossero gli stessi che ricordo dai miei sabati al mercato con i nonni, da piccola.

La seconda, i festoni colorati di São João a decorare tutte le vie, anche le più nascoste.

La terza, la francesinha. Da provare, per avere la conferma che no, non è proprio il caso.

La quarta, l’odore di porto nelle cantine di Vila Nova de Gaia, e il fresco ristoratore dopo la scalata fino alla cima della collina. Perché sì, abbiamo scelto di andare a visitare la più lontana. Ma ne valeva la pena.

La quinta, la vecchina in cima alla collina di cui sopra, che vedendoci smarriti alla ricerca di qualcosa decide che l’oggetto delle nostre ricerche è il belvedere sulla città, e ci manda ancora più su, e ovviamente dalla parte opposta rispetto alla cantina. Ma il belvedere, bisogna riconoscerglielo, c’era.

La sesta, un gabbiano che pranza sul molo, facendo saltare in aria un pesce grande quasi quanto lui, mentre un cane randagio lo osserva da lontano.

La settima, quell’aria da città universitaria di provincia, con le librerie ad ogni angolo, con i locali pieni fino a tarda notte e con i centri culturali aperti nei luoghi più impensati.

L’ottava, quella casa all’angolo di rua de Cedofeita, che deve essere qui che Baricco ha immaginato la Locanda Almayer.

La nona, la vista dalla terrazza dell’ostello, con le luci in lontananza, i fuochi d’artificio, la musica del concerto che arriva dalla Ribeira, e quel frescolino sulla punta delle dita dei piedi.

La decima, quella lentezza cosmica che ti ricorda che sei in vacanza, e non importa se devi aspettare mezz’ora per essere notato, in un caffè.

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scene da check in – lisbona

Lisbona. Check-in. Coppia con bimbo frignante. La mamma, tanto per renderle le cose più semplici, è pure vistosamente incinta. Il padre, visto che deve farsi perdonare una distrazione di troppo, evidentemente, trascina i due trolley e cerca di non perdere documenti e boarding pass. L’hostess, evidentemente provata dalla lunga giornata ma anche evidentemente abbastanza stronza di suo, attacca una filippica in lisboneta stretto. Il padre, perplesso, non capisce. La madre, sempre lì con il pargolo urlante attaccato al collo. L’altro bimbo sempre nella pancia, immagino. Poi, un po’ a gesti e un po’ per esclusione, il padre facchino capisce: visto che ogni persona ha diritto ad un bagaglio a mano, lui non può portarne due. Ingenuo, sorride e indica la moglie, sempre con la pancia, sempre con il bimbo urlante in braccio. Niente. Fila bloccata finché il dito mignolo della mano destra della madre non riesce a trascinare il suo legittimo trolley fin di là dal bancone del check-in.

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estremadura

Complici i primi ospiti nel nuovo Ostello di casa Coccinella, lo scorso fine settimana abbiamo inaugurato le gite fuori porta, come veri turisti. Prima tappa, Estremadura.

La prima cosa che mi viene in mente se penso all’Estremadura è che ci vivo e non lo sapevo. Voglio dire, non sapevo dell’esistenza di un’Estremadura portoghese.
La seconda, il festival del cioccolato, per caso, a Obidos.
La terza, le sue case bianche bordate di giallo e azzurro.
La quarta, il pranzo a Peniche, al ristorante “Sardinha”, con il cameriere che, al momento di sparecchiare, nota nel piatto di papà le uova di sardina. Scuote la testa, prende le posate, pulisce le uova, le condisce, e porge la forchetta a papà. Mo’, mangia.
La quinta, il castello di Leiria, con la chiesa senza tetto e tre bigliettai all’ingresso, perché questa è la regione con il più alto tasso di occupazione di tutto il Paese.
La sesta, la domenica pomeriggio al Guincho, che sembra agosto.
La settima, il lato nascosto di Belem, con il monastero fatto di pizzo.
L’ottava, Sintra e il suo palazzo chiuso di mercoledì. Visto che la gita a Sintra era prevista per mercoledì, è saltata. Da ricordarselo per la prossima volta.
La nona, il palazzo reale di Queluz invaso dalle gite scolastiche, con le guide vestite da damigelle del Settecento, e le maestre con i grembiuli come i bambini.
La decima, il fatto che ho inaugurato la stagione dei sandali. Per essere metà Marzo, non è niente male.

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oeiras

C’è voluto più di un mese per trovare il tempo di farmi un giretto in centro, tanto per capire in che posto mi sono trasferita a vivere. Perché con questa storia di Lisbona a due passi, alla fine ci si riduce a non essere mai andati dietro l’angolo. Per questo, stamattina, visto che non piove, ho inaugurato le mie colazioni al bar. Passeggiata, colazione, rientro. Un perfetto sabato mattina, insomma.

La prima cosa che ho capito di Oeiras è che il centro è in salita, anche qui.
La seconda, che i giardinetti dei bambini sono recintati.
La terza, che c’è un mercato proprio qui vicino, con il macellaio, il pescivendolo, il fruttivendolo, l’immancabile fioraio e anche i negozietti vendi-tutto, con il detersivo per i pavimenti accanto ai biscotti al cioccolato.
La quarta, che il bar dove ci siamo fermati a fare colazione fa il cappuccino. Quasi perfetto, e comunque utile alla causa “non perdiamo le buone vecchie abitudini”.
La quinta, che ci sono un sacco di case da ristrutturare, nel caso.
La sesta, che per arrivare in centro si attraversa un parco che sembra Parco della Vittoria a Forlì, anche se non ci sono i conigli.
La settima, che i pompieri qui hanno la caserma in un palazzo come gli altri, a un passo dalla chiesa.
L’ottava, da dove viene il profumo di carne grigliata che sentiamo sempre quando andiamo al supermercato.
La nona, che c’è la raccolta differenziata.
La decima, che non è proprio niente male. Oeiras, intendo.

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diário de viagem em portugal

Partenza, giovedì. La macchina stracarica, il cane addormentato tra i piedi, e l’atlante stradale d’Europa a portata di mano, perché il navigatore non conosce ancora le strade, qui ad ovest. Una sosta in Francia, e una in Spagna. Arrivo in Portogallo sabato sera. Tutto come previsto, tabella di marcia rispettata quasi al minuto. Nel mezzo, un giapponese da asporto in un tristissimo ristorante di periferia. La strana storia dello “Scusate il disagio” italiano, che viene tradotto quasi letteralmente in Spagna e Portogallo, ma che in Francia diventa come per incanto “Merci de votre compréhension”. Altrimenti detto: non mi scuso per il disagio, ma ti ringrazio di averlo accettato. Se poi non comprendi, sono un po’ fatti tuoi. Sempre lì nel mezzo, cenone di Capodanno a Madrid, bevendo Lambrusco. Bianco. I dodici rintocchi della Mezzanotte, e i dodici acini d’uva, che hanno dovuto rallentare i secondi per scongiurare il rischio di soffocamento.

Due mila e cinquecento chilometri dopo, e venticinque ore di viaggio dopo, inizia il diario del mio viaggio a Lisbona. Un nuovo inizio. Un nuovo nome per il blog, per adeguarmi agli usi e costumi locali.

Lisbona.

Che mi ha accolto con la nebbia. Forse per rendermi meno duro il distacco. Avranno pensato di farmi sentire a casa. Il nuovo lavoro. E dalla finestra del mio ufficio si vede la statua del Cristo. O meglio, si sarebbe dovuta vedere. In realtà, con la nebbia di ieri, si vedeva solo la base, insieme alla metà inferiore del ponte e alle ruote delle auto che lo attraversavano. Il resto, immerso in una nuvola tagliata in due dal volo dei gabbiani.

I gabbiani.

Che insieme all’odore degli aghi di pino sono il biglietto da visita del mare. Qui di pini non ce ne sono molti, sarà per via dell’Oceano. Niente odore di aghi di pino. E quindi rimangono solo i gabbiani, a svolazzare lì fuori.

E la città.

La vita in città, dopo quasi tre anni di paesini. Centri commerciali, eventi culturali (dei quali la metà inaccessibili, vista la lingua, ma comunque), e persone. Le persone, in giro, per strada. Sui vagoni del treno, nei bar. L’odore dello smog, lo sporco della strada, la confusione dei tram e degli autobus, l’anonimato della folla.

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romagna mia…

Estate.
Raccogliere conchiglie in riva al mare.
Il rumore delle conchiglie che nuotano nelle onde.
Le cozze sono sottovalutate.
Ghiacciolo all’arancia.
Mi brucia la schiena.
Ho capito da dove viene il verso dei gabbiani. L’hanno inventato camminando a zampe nude sul bagnasciuga.
Colazione rigorosamente a base di bombolone alla crema, rigorosamente al Bagno Pierpaolo.
I grilli quando ci si mettono sanno essere fastidiosi.

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dieci cose su lisbona

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Lisbona è lo steward ti EasyJet con un passato da speaker per MediaShopping.
La seconda, l’ostello. Che dire? Semplicemente perfetto. Dal grugnito di Mortimer mi ritrovo in un paio d’ore al cospetto di una ragazza che come minimo dovrà eleggere mia migliore amica a Lisbona. Peccato solo essere arrivata troppo tardi per la cena portoghese, con tanto di giro turistico digestivo.
La terza, il ristorante giapponese con i cuochi del colore sbagliato, e i camerieri che sembrano usciti da uno di quei telefilm americani anni Novanta, che me li immagino domattina a fare surf, mentre lanciano sguardi languidi stile Brandon Walsh alla biondina stesa sull’asciugamano giallo.
La quarta, le panchine di plastica colorate in riva al fiume, perfette per rilassarsi, riposare i piedi e scrivere.
La quinta, le strade scivolose. Appunto per la prossima volta: scarpe da trekking sì, sandaletti di cuoio no.
La sesta, l’odore del mare, forse perché mi mancava.
La settima, pranzare con caffè e Pasteis de Nata.
L’ottava, aver finalmente trovato una stilografica a punta fine. Ed essere riuscita a comprarla nonostante la commessa ultracentenaria, evidentemente, non parlasse inglese.
La nona, il traumatico passaggio da un mondo asettico e lussuoso a un mondo sporco e povero. Ovvero, come una città riesca a mostrarti le sue due facce una accanto all’altra, nel giro di cinquanta metri.
La decima, il tramonto in diretta dall’aereo, al di sopra delle nuvole. Nuvole arancioni.

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dublino

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Dublino sono le adolescenti mezze nude con cosciotti al vento. Mi hanno accusato di essere bigotta, ma se mia figlia sedicenne esce la sera con indosso calzamaglia a rete e canottiera (e no, pare che la gonna non l’abbia dimenticata, ma l’abbia volontariamente ignorata) le chiedo una percentuale sui guadagni.
La seconda, i locali intorno al Temple Bar, con i musicisti all’angolo della strada, e l’O’neill’s, con il mega cheeseburger con patatine (“Can I have a cheesburger without the bread?” “Yes of course… Neil! A cheesburger without bread!” “?!” “Without the bread” “?!” “Do you know what bread is?” “Yes…” “Ok, without it!”).
La terza, le colaizoni irlandesi al Bewley’s, che al nostro brunch fighetto gli fanno un baffo. E poi, quant’è che non mangiavo un uovo in camicia?
La quarta, i taxi. In rapporto di almeno cinque a uno con la popolazione. Altrimenti detto, un lungo serpente di luci gialle.
La quinta, le porte colorate su case tutte uguali, che sembrano uscite da un film.
La sesta, il Trinity College, con il cicerone professore di filosofia e la biblioteca più spettacolare che abbia mai visto.
La settima, la Guinness. Ovvero, come riuscire a sopravvivere in un posto in cui ogni pranzo, colazione o cena “normale” potrebbero essermi fatali.
L’ottava, il tassista chiacchierone sulla strada per l’aeroporto.
La nona, la cena a base di pesce con musica dal vivo di sottofondo, al Blarney Inn, e, per non farci mandare niente, una rissa nel vicolo sul retro.
La decima, le librerie, anche se non me le sono godute abbastanza, ma ho trovato Ocean Sea, e non posso lamentarmi.

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iberica by car

Quest’anno, come sempre, le vacanze estive sono state all’insegna del “decidiamo dove andare solo ed esclusivamente dopo aver messo in moto la macchina”. Tenda, un paio di valigie, pieno di benzina, un cuscino per dormire in macchina, un atlante d’Europa (perché bisogna pur sempre darsi dei limiti) e scorta di costumi da bagno (perché è pur sempre estate). Siamo tornati a casa dopo 5.802,7 km, dopo aver visitato il nord della Spagna e buona parte del Portogallo, le due capitali iberiche e un po’ di Pirenei.

Il primo ricordo che porto a casa da questo viaggio è il colore delle montagne nelle Asturie, sotto il cielo grigio di quasi-pioggia, e il colore della terra dei Pirenei, sotto il cielo di nera-pioggia.
Il secondo, il dolce tipico della festa di Oliana, che sa di buono.
Il terzo, la fine del mondo. E il Cammino di Santiago, anche se fatto in macchina non vale.

  • Osservazione a caldo, e a stomaco pieno. In genere ogni regione ha due cose tipiche: il cibo e le case. O almeno, questa cosa che il pane e le case cambiano da regione a regione mi ha sempre affascinato. Tralasciando il pane, che qui in Galizia non l’ho ancora assaggiato, rimangono le case. Un mistero. A parte belle case con balcone a vetrata, che però ho visto solo a Fisterre, per cui non si può generalizzare, e a parte i depositi di mais che però, benché tipici, non possono definirsi case, non mi rimane in mano niente. Semplicemente, qui ci sono case di tutti i tipi, alcune che ricordano i quartieri novecenteschi di Parigi, altre che ti catapultano dell’Alabama dell’Ottocento, altre ancora che sembra di stare alla periferia di Stoccolma. Non so. Semplicemente nessun criterio. Si passa dalla villetta extralusso modello Riviera Romagnola, con tanto di garage per il Cayenne, alla casa squadrata e un tempo forse grigia, oggi semi diroccata ma ancora abitata da contadini che devono essersi ispirati a Don Camillo e Peppone quando hanno deciso di mettere su casa.

Il quarto, Porto. Con i suoi colori che sanno di mare, i suoi vicoli che ti sembra di sentire un odore di casa, i suoi palazzi che ti lasciano a bocca aperta. Perché ha ancora l’aria di essere in qualche strano modo genuina. E soprattutto perché sembra Parigi sul mare…
Il quinto, la vista mozzafiato sull’oceano. Da Nazaré, ma anche al Guincho. Dune a perdita d’occhio (sabbia a perdita d’occhio…), venticello, oceano sterminato.
Il sesto, la pensioncina di Pedro, a Libsona. E Lisbona.

  • C’è una cosa per cui vado matta, e cioè la colazione al bar. Adoro sedermi al tavolino con un cappuccino e un dolce. A Lisbona ci sono a quanto pare due posti che non potevo fare a meno di mettere sulla lista delle cose da fare una volta arrivata. Il primo è il caffè “A Brasileira”, con la statua di Pessoa seduto a un tavolino. Il caffè in effetti è ottimo, peccato solo per i troppi turisti, così che non c’è posto per goderselo con calma. È un posto da inverno. Il secondo è a Belem, e ho detto tutto. La mattina della partenza, invece di fare colazione a Lisbona, treno per Belem e due pasteis. Ok, ammetto che non è esattamente il posto meno turistico della città, ma non potevo tornare a casa senza averli provati. Un po’ come andare a Barcellona e non vedere la Sagrada Famiglia. Che a ben pensarci io a Barcellona ci sono stata, e la Sagrada Famiglia non l’ho vistata, per cui è un esempio che non regge. Ma in quel caso non c’era in ballo una colazione, non c’è paragone. Comunque, ottimi. Te lo credo che vendono fin dal Giappone per assaggiarli.

Il settimo, il freddo dell’oceano, a Setùbal.
L’ottavo, il bar sulla frontiera con la Spagna, dove ci siamo fermati per una “cenetta” da camionista. Per fortuna che c’erano gli insetti con cui dividere i tre chili di “piatto unico”.
Il nono, Madrid, e dintorni. Toledo, le spade, il medioevo, i mulini di Consuegra, Alcalà che pensavo fosse un paesino e invece…
Il decimo, Pamplona, nonostante tutto. La città in cui tutto è “il preferito di Hemingway”: il bar all’angolo destro della piazza, quello al lato opposto, e perfino il kebab. A scanso di equivoci, è una gran bella cittadina, ma mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, sarà per quella storia dei tori. Non capisco che divertimento ci sia nel farsi incornare. E non capisco il gusto che sta sotto la vendita delle foto degli incornati, a due euro la copia.

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rimini rosa

La prima cosa che mi viene in mente pensando alla Notte Rosa è il rosa. Ovunque. Che basta che ti giri un secondo e a tradimento un barista aggiunge una tovaglia rosa, o una rosa, o un palloncino.
La seconda, l’Hostel Jammin’, che ha proprio l’aria di essere un ostello.
La terza, il Turquoise sovraffollato con gli intortatori di professione: step 1, mano sulla schiena; step 2, balliamo insieme?; step 3, visto che il mojito ha due cannucce…; step 4, i tuoi amici sono i miei amici; step 5, se non funziona, cambia pub e ricomincia da capo. Quello che bisognerebbe dire ai provetti latin lover è che dovrebbero allontanarsi un po’, per evitare che le future prede si accorgano del giochetto. Sai com’è, se scopri di essere la quindicesima “donna più bella del locale”, cominci a farti delle domande…
La quarta, il caffè con yogurt e frutta di Pascucci.
La quinta, i locali con accesso dalla strada e uscita verso il mare, che se provi a risalire dalla spiaggia non ti fanno entrare. Quindi, se per caso ti viene in mente di andare a vedere il bagnasciuga, sappi che dovrai trascorrere tutta la notte con i piedi in ammollo.
La sesta, il barista del Jammin’ e le sue tette, ovviamente rosa.
La settima, la piadina in spiaggia. Anche se era riminese, o proprio perché era riminese, e ogni tanto va bene anche così.
L’ottava, la faccia dei ragazzini adolescenti che ti guardano male se alle prime note di “vola..” invece di metterti a ballare, tu che saresti probabilmente l’unica a conoscere la coreografia, e ad averla ballata davanti allo specchio della cameretta tante di quelle volte, ti metti a ridere. Perché no! non è l’ultima hit dell’estate!
La nona, la faccia degli stranieri, per la stessa ragione. E perché ti ricordano che aver vissuto gli anni Ottanta in Italia, con la Cuccinarini e il Drive-in, non era poi per niente male.
La decima, la compagnia, e il pensiero di chi invece quest’anno non c’era. Magari per la Notte Rosa 2010, chissà.

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pennabilli – come nelle favole

Saranno almeno quattro o cinque anni che mi dico che devo assolutamente andare a Pennabilli per il festival degli artisti di strada. Cioè più o meno da quando ho scoperto che esiste. Mi sono dovuta trasferire ancora più lontano e farmi sette ore di autostrada pre ponte del due giugno prima di riuscire ad andare. E devo dire che ne è proprio valsa la pena. Bello il paesino arroccato su un monte, e troppo lontano per andarci senza una scusa. E soprattutto bello il festival, con tutti questi musicisti in giro per strada, compagnie teatrali più o meno improvvisate, e strani giochi d’astuzia fatti con vecchie biciclette e uova di legno ripara calze. A proposito, avete presente? A me ha sempre affascinato vedere mia nonna riparare le calze con quello strano uovo di legno. Mi sono sempre chiesta perché un uovo. Quando ero piccola pensavo che fosse per il fatto che era una contadina. E che i contadini prendessero spunto dalla loro vita per dare forma a nuovi utensili. Contadino, gallina, uovo. Una sarta di città non avrebbe mai potuto avere un uovo.

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stoccolma

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Stoccolma è Winterviken, uno dei posti più belli della città, almeno per chi cerca un po’ di pace in una domenica altrimenti inutile.
La seconda è la Fika, ovvero la pausa torta-thè del pomeriggio, altrimenti detta un’ottima ragione per trasferirsi in Svezia.
La terza è il mare, anche se non sembra mare.
La quarta, i balconi posticci, appiccicati sotto finestre trasformate in porte.
La quinta, la strana abitudine delle donne svedesi di non abbinare due colori e due tessuti uguali. Pantaloni blu, giacca verde, cintura rossa, borsa viola, scarpe gialle. Pippi Calzelunghe, d’altra parte, non era da meno…
La sesta, i bambini che non piangono mai.
La settima, il “caffè” vicino a St. Eriksplan, con i giornali appiccicati sui muri.
L’ottava, la musica ovunque e i concerti la sera.
La nona, il “vitello tornato”, beato lui.. Chissà che bei posti avrà visto…
La decima, gli Abba, ad ogni ora e in ogni sugo. Come se noi continuassimo a sentire i Ricchi e Poveri…

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copenhagen

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Copenhagen è il silenzio.
La seconda, le biciclette.
La terza, un quartiere che sembra proprio il posto ideale in cui vivere.
La quarta, le case e i negozi che spuntano dalla strada.
La quinta, la cena alle sei di pomeriggio.
La sesta, le finestre senza tende.
La settima, un fiume che in realtà sono laghi.
L’ottava, i negozietti vintage, che vanno molto di moda, perché le cose nuove sono per chi non può permettersi quelle vecchie.
La nona, l’assenza di vecchi: ma dove li mettono?
La decima, il quartiere dei bar, che si popola solo di sera, con l’Ice Bar e i localini che sembrano un covo di erasmus.

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mont saint michel

Tanto tempo fa sono stata a Mont Saint Michel, con amici, in vacanza. Quella sera, ricordo che avevano acceso tante candele lungo la strada, e da invisibili altoparlanti uscivano note di cristalli e gocce di pioggia lontane. Bevendo mate, ascoltavo il silenzio di quelle note e il rumore della notte.
Oggi, ascoltando questo, ho chiuso gli occhi e mi sono sentita ancora una volta così, in pace con il mondo…

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scene da check in – bruxelles

L’aeroporto di Bruxelles ha dei lunghi tapis roulant che ti portano fino all’imbarco dell’aereo. Ovviamente, il mio volo parte dal penultimo gate, quindi i tapis roulant me li faccio tutti, a velocità più o meno sostenuta. Mi immagino già la scena. Bambini urlanti che si rincorrono per vedere chi arriva prima. Famiglie con valigie pesantissime che solo per qualche strano errore sono state riconosciute come “bagaglio a mano”. Telefoni che squillano. Hostess che invitano alla calma una folla di persone inferocite per l’ennesimo ritardo.
E, invece, niente di tutto questo. L’aeroporto è immerso nel silenzio. I pochi viaggiatori sono uomini di mezza età con ventiquattrore e cellulare o giovani trentenni armati di portatile. Il lungo corridoio è stranamente silenzioso. Anche i negozi ormai sono chiusi, e non si sente più nemmeno il ticchettio dei lettori ottici delle casse. Tiro un sospiro di sollievo. Dopo un weekend a barcamenarmi tra turisti e frenetici acquisti natalizi ho proprio bisogno di un po’ di pace. Sembra che tutto qui sia ricoperto di moquette.
Ma l’incanto dura poco. Troppo poco. Dietro di me si piazza un omone di sessant’anni, accompagnato da un amico più giovane e più mingherlino. Confido in un tedesco di ritorno a casa con il volo Lufthansa che parte affianco al mio. E invece no. Italiano, dall’accento direi milanese, in viaggio di piacere con consorte e coppia di amici. Deleterio. Inizia con un’invettiva (che ovviamente interessa solo lui) sui bagni pubblici degli aeroporti e sulla deplorevole abitudine di sua moglie e della moglie dell’amico/interlocutore (che probabilmente dissente ma non ha il coraggio o il tempo di contraddirlo) di andare in bagno un’ora prima dell’imbarco. E continua con uno sproloquio assurdo sulle “fastidiose ignobili abitudini delle signore“. Il tutto condito da risate e ammiccamenti da “noi uomini sappiamo di cosa stiamo parlando”. Conclude (solo perché il tapis roulant finisce) annunciando all’amico che andrà a riprendere le due sconsiderate per riportarle al gate. Che lo aspetti cinque minuti, riuscirà sicuramente a tornare in un baleno. D’altra parte, autoritario e scocciatore com’è, fossi la moglie ci metterei meno di due secondi a tirarmi su le mutandine e seguirlo a testa bassa. Per il quieto vivere, ovviamente.
Lo seguo con lo sguardo per godermi la scena della donna trascinata fuori dalle toilette.
L’uomo, lasciatosi a debita distanza l’amico ancora stordito dalla filippica di cui sopra, si avvia a grandi passi verso i bagni.
Entra.
In quello degli uomini.
Anche lui cede alle ignobili abitudini, evidentemente.