Riflessioni di un primo weekend di vera estate

9 05 2008

Riflessione numero 1. L’onta della prima corsia. Sono partita ieri sera da Ispra per tornare a Forlì, visto che oggi noi europei non lavoriamo (tiè), e in quattrocentochilometri o giù di lì di autostrade e tangenziali non ce n’è stato mezzo in cui la prima corsia a destra fosse occupata. Tutti piantati inesorabilmente nel mezzo (tra Modena e Bologna addirittura in terza corsia, tanto per non farci mancare niente), inesorabilmente ai centodieci, che va bene che chi va piano va lontano, ma così la prima macchina che sbuca da una curva ti centra in pieno, piccolo frustrato impotente ometto italiano che deve farsi a tutti i costi i benedetti cazzi suoi. MA TI VUOI SPOSTARE?? E poi dicono che c’è traffico. Togli pure il fatto che a Milano la tangenziale separata dall’autostrada farebbe un po’ comodo a tutti, togli pure il fatto che se i colleghi si mettessero d’accordo per usare una macchina in quattro ci sarebbero, se la matematica non è un’opinione, un quarto delle macchine ad inquinare questo mondo, ma diamine, se ti ci metti anche tu è ovvio che poi ci vogliono quaranta minuti da Melegnano a Gallarate!

Riflessione numero 2. I forlivesi non sanno guidare. Non c’è niente da fare, e va bene lamentarsi con Ravenna e le sue innumerevoli porte verso mondi paralleli e sempre uguali, per cui magicamente se sbagli la prima deviazione ti ritrovi in un girone infernale e puoi anche comprare casa lì perché tanto tra sensi unici e rotonde non ne esci più. Non c’è niente da fare, oggi in un’ora scarsa di macchina ho contato quattro clacson impazziti, due incidenti motorino contro macchina, tre rotonde intasate (che voglio dire, ce ne vuole ad intasare una rotonda!) e una poveraccia dietro di me che strombazzava perché, povera me!, ho osato fermarmi all’imbocco dell’ultima rotonda in ordine di tempo. Ha presente, signora, quel triangolino bianco e rosso? Ha presente quella fila di triangolini per terra? Ecco, appunto, la smetta di dannarsi l’anima e si rilassi.

Riflessione numero 3. Il matrimonio è la prima causa di divorzio. Ovvero, ma perché gli uomini si fanno prendere dal panico quando devono sposarsi? Probabilmente anche le donne, non me ne vogliate, ma in quest’ultimo periodo mi sembra che la statistica mi stia dando ragione. Stanotte ho sognato che mi dovevo sposare: necessaria precisazione per capire perché mi metta a parlare di anelli fiori vestiti bianchi torte e paggetti. No, un attimo, lasciamo stare i fiori, i vestiti bianchi e i paggetti, non fanno per me. Ad ogni modo, dopo aver sognato i preparativi del mio futuro matrimonio casalingo, sono stata da un’amica che è stata abbandonata a pochi mesi dalle nozze, e così capite bene che mi sono messa a pensare. Probabilmente c’entra anche il fatto che noi europei oggi dobbiamo pur passare il tempo, in qualche modo. Comunque, non credo che mi siano mai piaciuti i matrimoni, da quando a quello di mia zia mi sono piantata in mezzo alla navata della chiesa urlando “Beh mo’!“. Ma insomma, l’idea di legarmi ad una persona, anche senza farlo sapere in giro, anche senza torte e paggetti, anche senza chiesa (perdonatemi: soprattutto senza chiesa), non mi dispiace. Anzi, uno di questi giorni mi sposo e non lo dico a nessuno. E questa valga come scusa anticipata per le mancate partecipazioni. E ok, fin qui ci siamo: ma poi, perché quelle ragazze che invece vorrebbero un matrimonio in grande stile, e magari lo pianificano mesi prima, magari con il fidanzato a scegliere la tinta della pelle del divano, poi si ritrovano a dover parlare di paure, ripensamenti, dubbi…? Perché, e qui vorrei proprio capire, il matrimonio è la prima causa di divorzio? Quali implicazioni entrano in gioco per mandare a monte anni di amore al solo pensiero di “chiudersi in una gabbia, senza poter più andare a giocare a pallone”? Perché, noi future mogli siamo così pessime? E voi futuri mariti siete così indecisi? E le future suocere troppo assillanti? E i futuri figli troppo precari e drogati e ultras e poverini ma che mondo di merda? Non la si potrebbe semplicemente prendere nel senso in cui andrebbe preso, senza ragionarci sopra e senza ricoprirlo di inutili e dannose paranoie? Non riesco a capire, proprio non riesco a capire perché io la vedo così facile e il resto del mondo sembra che la veda così complicata…




Back to the 80s…

2 05 2008

In questi giorni stanno facendo veramente di tutto per ricordarmi che sono figlia degli anni Ottanta. E che, purtroppo, devo essermi persa qualcosa per strada. Oppure è uno di quei momenti in cui la storia si ripete per permettere a chi non c’era di vivere sapere che sono esistiti i maglioni extralarge supercolorati sopra i fuseaux. In effetti, questa è una cosa che mi ha sempre lasciato un po’ di amaro in bocca: perché i bimbi di oggi devono essere privati di Uan e di Paolo Bonolis prima maniera? Ok, forse qualcuno potrebbe dire che non è poi così male, ma volete mettere essere giovani negli anni ‘80 ed esserlo oggi? Ma di questo abbiamo già parlato, quindi proseguiamo con il vero problema del giorno: i Ricchi e Poveri. Devo ammetterlo, sono ignorante: non sapevo che cantassero ancora. Pensavo se ne fossero andati in qualche agriturismo in Toscana, a godersi i frutti del loro lavoro, e invece l’altro giorno a Lugano (LU-GA-NO!) vedo la pubblicità di un concerto che ci sarebbe stato da lì a qualche giorno. Ovviamente, tutto esaurito. E mi dico: maddai! ma allora ci sono ancora! E fin qui, niente di strano, parrebbe. Il problema arriva qualche sera dopo, quando nel dormiveglia una voce mi arriva dalla Radio: i Backstreet Boys, ospiti di Viva Radio Due, che cantanto MàMàMàMammaMaria… Ok, a questo punto realizzo che c’è qualcosa che non va. Mi sento come in uno di quei film in cui la protagonista prende la scossa e si risveglia adulta nel suo corpo di bambina. Evidentemente però la scossa l’hanno presa i Backstreet Boys… Ultima cosa da anni Ottanta, questa volta da lacrime agli occhi: nel distributore automatico stamattina hanno rinnovato le scorte, e oltre allo yogurt con palettina incorporata e al succo di mirtillo hanno messo i Bucaneve.




Un’alternativa al Grande Fratello

22 04 2008

Ieri sera non riuscivo ad addormentarmi, e così mi sono messa sul divano a guardare un po’ di tv e a mettere a posto un po’ di vecchi file nel computer. A mezzanotte e mezza mi rendo conto che, a parte Vespa, da quella scatola nera uscivano solo le urla degli amici e parenti del vincitore del Grande Fratello. Buon per lui, ma rischiava di rovinarmi la serata. Le alternative erano due: mettermi a contare quante cose avrei potuto fare con cinquecentomilaeuro, sperando di addormentarmi, o inventarmi qualche cosa di più interessante da fare. Così, ho abbandonato per una sera il mio ormai pluriennale compagno di comodino (”The Thirteenth tale”, che ha il solo “difetto” di essere in inglese) per aprire uno dei due nuovi libri che mi sono comprata: “La vita moderna“. E’ la storia romanzata di un famoso quadro impressionista, dei suoi protagonisti e di come è nato. E ho trovato due cose assolutamente splendide: uno, il particolare del quadro in copertina, con quel buffo cagnolino che ti verrebbe voglia di smanussarlo, e due, il fatto che chissà come questi libri riescano a farti vivere la città di Parigi come se potessi viaggiare nel tempo. Probabilmente, anche Parigi aiuta. Parigi è una città senza tempo, così che un qualunque visitatore contemporaneo, di fronte ad un romanzo del seicento o dell’ottocento riconosce luoghi noti, scorci immutati, odori e suoni. Vivere a Parigi è come vivere in un grande romanzo storico, e leggere a chilometri di distanza un romanzo su Parigi è come volare lì, in un istante. Ancora non riesco a capire come facciano, se è merito degli scrittori o della città. O se sono io che sono troppo suggestionabile.




Pubbliche scuse in pubblica piazza

17 04 2008

Questo, invece, è un post di scuse. Una volta tanto, usiamo questo strumento che è internet non per scrivere pensieri ma per mandare messaggi. Oggi pomeriggio mi è capitato di stare attaccata al telefono quasi tutto il tempo, cercando di incastrare vari appuntamenti e idee, e mi sono resa conto che in questo periodo sono diventata insopportabile. Mi sono resa conto che non chiamo più gli amici per una sana chiacchierata, e che quando sono al telefono sono intrattabile. E va bene che questo essere collegata con il mondo solo attraverso un macchinino di plastica mi sta snervando, ma non sono giustificabile. Quindi, amici in giro per il mondo, chiedo scusa. Chiedo scusa per essermi rifugiata in questo piovoso eremo senza contatti con il mondo. Chiedo scusa se nei pochi occasionali sporadici brevi contatti sono intrattabile, ma questa cosa di non potervi guardare negli occhi non mi piace per niente…




It rains that god sends it…

17 04 2008
Questo è un post semiserio. Una volta tanto. Ormai sono tre settimane che sono qui a Ispra, e sono tutti i giorni a contatto con persone da tutta Europa, per cui le frasi ti escono in automatico in inglese, prima che in italiano. E questo semplicemente per abitudine. Stamattina davanti all’ingresso del mio building un tizio esclama “oh! it’s raining cats and dogs today!“. Era più o meno dalle elementari che non sentivo dire una cosa del genere. Ce l’avevate voi, sul libro di inglese delle elementari, quel disegnino con cani e gatti che piovono dal cielo? Beh, la cosa mi ha fatto sorridere. Ad ogni modo, mi è tornata in mente una scena che mi hanno raccontato, di una ragazza italiana che, con tutto l’impegno possibile, al “thank you” di un ignaro compagno di scompartimento risponde “of nothing!“. E allora mi sono detta: come sarebbe questo blog tradotto da un traduttore automatico, di quelli che traducono parola per parola? Qualcuno è in grado di inviarmi il codice per inserire un traduttore automatico di Google o cose simili? Così vediamo cosa ne esce…

 




L’uomo che cambierà l’Italia

15 04 2008

Stamattina mi sono svegliata con l’ennesimo dibattito politico post-elettorale che gracchiava dalla radiosveglia sul comodino. Mi sono crogiolata nel letto per un’ora (la sveglia alle sette per andare a lavorare alle nove è obiettivamente un’idiozia, lo devo ammettere), con quei due raggi di sole che dopo una settimana di pioggia ininterrotta sembravano l’unica ragione di vita. Ad ogni modo, il risveglio si è drammaticamente rovinato con non so più quale degli ormai triti e ritriti personaggi che affollano le nostre menti a-politiche. Ma d’altra parte, che ci si può fare. Ci sono state le elezioni, e per fortuna che possiamo dibatterne. Pazienza poi se tutti, sempre, ripetono la stessa cosa. Pazienza se le dichiarazioni sono sempre quelle, ogni volta. Ieri sera ho giocato a “indovina cosa diranno ora”, e devo dire che o sono una specie di veggente o me ne intendo di politica. O, semplicemente, dicono sempre, inesorabilmente, la stessa cosa. Ad ogni modo, stamattina non ho comprato il giornale, ripromettendomi di andare a spulciare qualche succulenta notizia su internet. E ovviamente la prima cosa che sono andata a leggermi sono le dichiarazioni del nostro nuovo, ancora, Presidente. Eccolo, nella sua splendida forma di settantenne (l’unico, a che ne so, a non essersi rotto il femore o l’anca come tutti i settantenni che si rispettino). Eccolo, il Verbo: “Voglio restare nella storia del mio Paese come uno statista che lo ha cambiato“. Su questo, non c’è dubbio. Anche se sei arrivato un po’ tardi: sono anni, ormai, e non c’è più niente di nuovo.




Il bravo cittadino - parte III

12 04 2008

Domani andrò a votare. Non so se si può dire, visto che la campagna elettorale è chiusa, e non si possono rilasciare dichiarazioni, e tutto il resto. Sono rimasta in dubbio fino all’ultimo, per colpa di quella famosa storia del “io sarei tenuta a votare almeno quanto loro sarebbero tenuti a lavorare”. Sono rimasta in dubbio fino all’ultimo perché non avevo una valida scelta, di quelle che almeno ti risparmiano la fatica di pensare all’alternativa non dico migliore ma almeno meno peggiore delle altre. Sono rimasta in dubbio fino all’ultimo perché in quasi dieci anni di elezioni non ho mai visto cambiare una virgola nella mia visibilità politica (altrimenti detto: mi sembra proprio che la mia vita non sia esattamente frutto di ponderate e misurate scelte di governo). Alla fine, ho deciso che la mia piccola parte continuerò a farla, perché se no sarei esattamente come loro. Alla fine, ho deciso che cercherò di farmi sentire per quel poco che vale. Alla fine, ho deciso che andrò almeno per vedere il nuovo seggio. Alla fine, almeno se mi lamenterò dei risultati sarà a buon diritto, perché il mio punticino ce l’avrò messo. Poi, ricomincerò come tutti i giorni a lavorare perché il mio mondo sia un pochino migliore del giorno prima, e perché chi mi sta vicino cominci a fare altrettanto. Dobbiamo far sì che la civiltà diventi un’epidemia. Così gli incivili si estingueranno da soli.




Buon non compleanno

9 04 2008

A volte i romanzi hanno una loro strana ed apparentemente irrazionale logica interna. Stanotte ho sognato di essere Alice nel Paese delle Meraviglie, e di festeggiare il mio non-compleanno. Probabilmente il fatto che mi facesse male lo stomaco (va bene lo ammetto l’ultimo weekend è stato troppo gastronomico…) ha influito sul mio subconscio condizionando i miei sogni e portandoli a forza verso una tavola imbandita di pasticcini, dei quali mi sono ovviamente ed irrimediabilmente abbuffata. Senza ritegno. Ad ogni modo, il mio subconscio ha deciso come sempre di farmi sognare qualcosa che in qualche modo si collega a una frase, una parola, un’immagine vissuta il giorno prima. Niente di strano, in fondo succede a tutti. Si dà il caso che ieri sera l’ultima cosa che abbia fatto sia stata chiamare M. per fargli gli auguri. Oggi compie trent’anni. Una data importante, un traguardo, un qualcosa da festeggiare, e bla bla bla. Ed ecco che entra in ballo il sogno: fandonie, come direbbe Alice. In fondo, razionalmente parlando, cos’è un compleanno? Un giorno come un altro, per tutti gli altri. Sempre meglio del Capodanno (eresia, lo ammetto: fosse per me sarebbe una festa da abolire, come Halloween, il Carnevale e le partite di calcio in televisione), ma comunque niente di eccezionale. Un giorno di vita in meno, esattamente come tutti gli altri. Un altro giorno di vita da vivere, sempre esattamente come tutti gli altri. In fin dei conti, un Compleanno non è niente di più di un non-compleanno. Niente di più di oggi, e di ieri. E allora a che serve festeggiare il compleanno, e non tutti gli altri giorni?

Che poi, io sono la prima che fa gli auguri agli amici più cari, pensando di fare una cosa a loro gradita. Sono la prima a comprare un pensierino per l’occasione. E quindi dovrei solo stare zitta. Ma che ci posso fare? A volte sono ancora schiava delle convenzioni sociali…

In realtà, una cosa buona i compleanni ce l’hanno: sono un’occasione per rivedere gli amici. Io sono sempre stata una di quelle che organizzano mega feste con mille invitati e poi si presentano in quattro gatti. Non so perché, ma appartengo alla categoria degli sfigati che non vedranno mai degli imbucati alle loro feste, perché è già tanto se vengono tutti gli invitati. Però, il compleanno è una buona scusa per far arrivare un po’ di gente… chi direbbe di no ad una festa di compleanno? Ok, io non faccio testo perché a me riescono a dare buca anche per il compleanno, ma per il resto del mondo riconosco che possa essere una buona occasione mondana e festaiola… quindi, aspettiamo la grigliata in campagna, in un normale e ovviamente piovoso giorno di non-compleanno.




Trondheim e Ispra, ovvero: esiste il mondo perfetto?

8 04 2008

La settimana scorsa ho letto su Vanity Fair un articolo sul cosiddetto Modello Trondheim, ovvero sulle politiche sociali varate dal comune norvegese per fornire ai suoi cittadini servizi scolastici e pubblici di prim’ordine, anche se alzando le imposte dirette e indirette. Oggi mi sono svegliata, come tutti i giorni da una settimana a questa parte, al suono delle pigne che cadono sulla collina, con i raggi del sole attraverso le tende. A proposito, ma com’è che il sole in campagna è diverso dal sole di città? Ad ogni modo, dicevo. Mi sono svegliata all’alba (secondo i miei standard, intendiamoci) e non avevo sonno. Nemmeno la traccia di quella strana apatia che mi prendeva nel grigiore di Piacenza, quando mi dovevo alzare per andare a scuola: sono diventata mattiniera. La causa? Forse l’eccitazione per il nuovo lavoro, forse la primavera, forse la prospettiva di una luculliana colazione da Globo, forse la curiosità di vedere cosa succederà oggi al lavoro… forse questo nuovo mondo? E così mi chiedo: esiste il mondo perfetto? Esiste un mondo in cui le cose funzionano come dovrebbero funzionare? In cui ti svegli la mattina e non sei stanco? In cui abbandonare le coperte non sembri peggio che andare al patibolo? Esiste una Trondheim anche per noi? Ok, siamo a meno cinque dalle elezioni, quindi proverò ad astenermi da qualunque commento politico, ma questa dovete concedermela: vorrei vivere in un mondo in cui le tasse che pago non vanno ad arricchire le casse di chissacchì, ma servono per costruire scuole, ospedali, mense, biblioteche. Vorrei vivere in un mondo come questo micromondo che mi è capitato tra le dita, che non sarà perfetto ma è commovente, con le sue attività sociali, la mensa, la biblioteca internazionale, la raccolta differenziata e l’orario di lavoro flessibile. Vorrei vivere in questo mondo per sempre, e vorrei che tutti potessero vivere in un mondo così. Vorrei che prima di farsi la guerra su tutto il resto i politici si accordassero su questo: nel primo mondo il minimo che possiamo pretendere è di vivere in un mondo in cui gli sprechi vengono eliminati, e vanno a nutrire quei servizi che dovremmo chiamare basilari e che invece ancora ci scopriamo a chiamare “lussi”.




Cigni, panini e tazzine da caffè

3 04 2008

Ho fatto amicizia con un cigno. Il lunedì mattina a Ispra non si trova altro da mangiare che un peraltro ottimo panino in riva al lago. Nelle cassette delle lettere per la corrispondenza interna i miei colleghi tengono anche una tazzina per il caffè. Il cigno sembra che mi ascolti, sotto sera, quando gli leggo un po’ del mio libro dalla panchina di sasso accanto al porticciolo. Ora il libro è finito, riprenderò The thirteenth tale. Chissà se conosce anche l’inglese. I panini del bar sul lungolago di Angera sono veramente ottimi, ma è frustrante girare due ore per tutto il lungolago senza trovare niente… a volte questo posto è un po’ triste. Domani devo assolutamente andare a comprare una tazzina da caffè, così potrò cominciare a bere il caffè dalle macchinette senza sentirmi in colpa per le decine di bicchierini di plastica inutilmente costretti a rimpinguare la pancia del bidone della spazzatura. Appunti per domani, oltre al photoframe portare al lavoro anche una tazzina. Appunti per domani, portare il photoframe vecchia maniera, e non quello splendidamente ipertecnologico, perché malauguratamente ho il fax dell’ufficio NELL’ufficio, e non posso chiudere la porta a chiave. Quindi, niente valuables.Postilla per chi conosce anche la parte reale della coccinella: scusatemi, tutti, se non sono presente come un tempo. Scusatemi se non vi scrivo tanto quanto vorrei. A casa non ho internet, così devo centellinare… sappiate che sto bene, che vi vorrei tutti qui, che vi penso, e che me la sto passando un gran bene =)