Mai disperare

9 11 2009

E pensare che questo weekend non prometteva nulla di buono, a parte la pioggia e il brodo della domenica. E invece, nonostante tutto.

Inizia tutto sabato pomeriggio, dopo pranzo, con prospettive che non arrivano alle tre del pomeriggio: medito se pubblicare un post su tutto quello che mi frulla per la testa, dai crocifissi (ma com’è che toglierli dalle aule è un gesto ideologico e mantenerli no?) alla suina (conosco più gente incinta che con l’influenza: devo rivedere il mio personale concetto di epidemia), da Michael Jackson (l’ho già detto, mi dispiace, ma non per questo riuscirete a convincermi ad amarne la musica, perché la morte non aggiunge né toglie nulla a ciò che si è fatto in vita) ai trans (e quindi?).
Alla fine ho capito che di quello che mi frulla per la testa interessa poco o niente a me, figuriamoci agli altri, e ho deciso di mettere a frutto la giornata portando me e la mia famiglia a Varese, in libreria. Ne esco un’oretta dopo con una busta rossa e, nell’ordine, nonostante la delusione per non aver trovato “Il sapore dei semi di mela”, che l’avevo promesso alla Ragazza con la valigia:

  • “Emmaus” di Baricco, perché sì,
  • “The death of Bunny Munro” di Nick Cave, perché mi è piaciuta la sua intervista, e perché se scrive come canta è una garanzia,
  • “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer, tanto per dargli una seconda opportunità, e
  • “La storia dell’amore”, di Nicole Krauss, che non mi ricordo più chi me l’ha consigliato ma era nella mia wishlist da troppo tempo (tra l’altro, vedi a volte, scopro che Nicole e Jonathan sono sposati; chissà come mi è venuto di comprare entrambi i libri, nonostante non fosse per niente scontato, lasciandone altri sullo scaffale, buoni per tempi migliori: forse non volevano stare soli)

Domenica pomeriggio, il weekend si conclude così:

ciculata

Morale della favola: mai disperare.





Un blog dal parrucchiere

3 11 2009

Ogni tanto mi prendono delle manie strane. In genere, riguardano la pulizia della casa: dopo cena, mentre bisognerebbe rilassarsi davanti alla televisione, e per la gioia dei vicini di casa, mi metto a spostare mobili, spazzare, riordinare i libri, buttare via vecchi giornali. Più raramente, riguardano gli armadi e i vestiti, che vengono puntigliosamente spiegati e ripiegati, in ordine di colore o tessuto. Ovviamente, in tutti i casi il cambiamento non è mai definitivo, ma generalmente mi tiene buona per qualche giorno.

Questa volta la vittima è stata Coccinella. Spinta anche dalla necessità di semplificarmi la vita, visto che il programmino per htc che mi consente di aggiornare il blog permette di inserire un solo blog alla volta (capite bene che fare logout-login ogni volta mi stava sfinendo… sono fatiche mica da ridere!), ho deciso di mandare le mie creature da un parrucchiere per un bel taglio netto. E ovviamente, come ogni nuovo taglio che si rispetti, lascerà un po’ perplessi, all’inizio. Uno si guarda allo specchio e comincia a pentirsi di quello che ha fatto. Portate pazienza.

Dunque, la novità più grande è che ora c’è un solo blog. Un solo indirizzo da segnarvi tra i preferiti, e un solo login per me. Gli altri due, “A piedi nudi sul divano” e “In genere torno”, sono scomparsi da internet, ma rimangono come pagine, e qui a lato come link. Rimangono anche i segnalibri, che ora si scaricano dalla pagina “A piedi nudi sul divano”, e che sono cambiati un pochino per adattarsi alla novità. L’unica cosa che devo cercare di recuperare sono i commenti alle recensioni. Piano piano, arriveranno anche loro, non disperate.

In fin dei conti, non cambia poi granché, c’è solo da farci l’abitudine.





Il buon marito

29 10 2009

Alexander McCall Smith

More about Il buon maritoBoh. Ecco, boh. E’ la prima parola che mi viene in mente se ripenso a questo libro. Pur parlando di investigazioni e casi da risolvere, non si tratta in senso stretto di un “giallo”, e d’altra parte io mi aspettavo più che altro un romanzo sull’Africa e sui suoi colori, sapendo che l’aspetto investigativo sarebbe rimasto a margine, pretesto per parlare della vita e dei pensieri di questa Jessica Fletcher africana. E fin qui ci siamo, perché all’ultima pagina ti scopri con addosso una tranquillità da thè delle dieci, un senso di pace che nel mio immaginario del tutto personale doveva essere connaturato al popolo africano, al di là delle immagini di morte e desolazione alle quali siamo abituati. Ho sempre pensato che la quotidianità africana fosse permeata di una dolcezza che noi abbiamo abbandonato da un pezzo (ammesso di averla mai avuta…), e queste pagine mi confermano l’esistenza di un’atmosfera che ti riconcilia con il mondo. Basta leggere l’inizio, con la lentezza di una tazza di thè bevuta guardando l’orizzonte, all’alba. Il problema, e qui arriva il Boh, è che mi lascia un senso di incompiutezza. Forse sarebbe stato meglio nei panni di un film? Mi sembra uno di quei casi (pochi, a dire il vero) in cui si sente la mancanza di immagini e suoni. Potrebbe essere un ottimo film, ma è un libro Boh.





Addio

22 10 2009

Tranquilli. Mica vado da nessuna parte. Cioè, il weekend è alle porte e io mi preparo ad un eremo di parenti e amici senza internet, ma non è mica un addio, diamine. Quello del titolo è una canzone di Guccini, che mi ronza in testa da questa mattina, e a volerla tutta anche nelle cuffiette che mi sono portata in ufficio. Oggi mi sento un po’ così, e speriamo che il caro buon vecchio Francesco mi perdoni, se oggi in barba alle paillettes me ne vado dal parrucchiere. E’ per una buona causa.

Intanto, ecco. Un pezzo, ma tant’è.

[...] io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni…

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l’umiltà…

Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato,
cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna
che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia,
io, tirato su a castagne ed ad erba spagna,
io, sempre un momento fa campagnolo inurbato,
due soldi d’elementari ed uno d’università,
ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato
dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà…

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
o sceglie a caso per i tiramenti del momento
curando però sempre di riempirsi la pancia
e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni ed ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati,
al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore,
a chi si dichiara di sinistra e democratico
però è amico di tutti perché non si sa mai,
e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico
ed è anche fondamentalista per evitare guai [
...]





o.O

15 10 2009

Oggi, spulciando tra le notizie Ansa, trovo questa: “Un metro e settantasette per 54 chili. Sono queste le misure della celebre modella francese ventitreenne, Filippa Hamilton, che però è stata licenziata dalla casa di moda Ralph Lauren perché ritenuta incredibilmente troppo grassa”. Su internet, su Facebook, in giro insomma, ho trovato un sacco di commenti al vetriolo nei confronti della celebre casa di moda, accusata di incentivare l’anoressia (e non è l’unica, ovviamente) e di licenziare una ragazza perché troppo grassa. Il problema è che, stando alla casa di moda stessa, non sarebbe stata licenziata perché grassa ma perché “incapace di rispettare gli obblighi previsti dal suo contratto” (poco importa che sia una questione di forma e non di sostanza).

E qui secondo me sta tutta la differenza. La notizia che dovrebbe scandalizzare non è che una persona venga licenziata perché non può più tener fede ai suoi obblighi contrattuali. La notizia, e il problema, stanno negli obblighi contrattuali stessi. Perché tutti si scandalizzano quando una ragazza di 54 chili viene lasciata a casa perché non “serve” più all’azienda, non riuscendo ad indossarne i vestiti, e non quando accetta di firmare un contratto che le impone di rispettare un certo peso, di condizionare il suo corpo alle leggi del mercato? Perché la notizia non è, invece, “Filippa Hamilton ha firmato con una nota casa di moda un contratto che le impone di non ingrassare mai” (ed eventualmente, non lo dimentichiamo, se possibile neanche di invecchiare)?