Emmaus

12 11 2009

Alessandro Baricco

More about EmmausQuesta è probabilmente il libro più “difficile” che mi sia capitato di leggere  quest’anno. Perché sono troppo coinvolta, perché aspettavo questo libro da settimane e non so se esserne delusa, perché non so essere obiettiva quando si parla di Baricco, né di religione, né di adolescenza. E così rischio di fare un gran macello, a parlarne. C’è da dire, tanto per rompere il ghiaccio, che questo è uno dei fratellini minori di Oceano Mare. Di quei fratellini che la mamma li rimprovera sempre di non essere bravi quanto il fratello maggiore. E’ inevitabile aprire una serie di paragoni, e per quanto ci siano passaggi da segnare tra le “frasi perfette”, non sono abbastanza per far dimenticare che, tutto sommato, è abbastanza pesante. Basti dire che pensavo di leggerlo in un’ora, e mi ci sono voluti tre giorni. Ma forse questo è dovuto anche all’atmosfera, e al racconto.
C’è da dire che io ho una serie abbastanza lunga di pregiudizi (come quasi tutti, ma non si sa mai). Uno di questi, abbastanza radicato, riguarda gli oratori. E questo libro sembra non fare altro che convincermi, pagina dopo pagina, che non mi ero sbagliata di tanto. Resta da capire se anche Baricco è vittima degli stessi pregiudizi, o se parla da cattolico da oratorio, anche lui. Visto che lui stesso ammette di essere cresciuto in “quell’ambiente” (quello di Emmaus, quello del cellophane sui divani), propenderei per la seconda ipotesi. Ad ogni modo, mi mette un sacco di angoscia addosso questa cosa del peccato, del vivere con l’ansia della punizione, con le tende alle finestre a coprirsi dal mondo esterno. Splendida la descrizione di una generazione, e di una classe sociale, a cui è preclusa per convizione la tragedia: “Così, senza saperlo, ereditiamo l’incapacità verso la tragedia, e la predestinazione alla forma minore del dramma” . Peccato che, forse perché le vedo da fuori, a me sembrano molto più tragiche le loro vite, che non quelle di chi, senza il peso della verità e della salvezza, del significato e del senso, ridimensiona tragedia e drammi allo stesso rango di cose che capitano. Più che un romanzo, a dire il vero, sembra un lucido e perfetto saggio su uno spaccato di mondo, che ad un tratto sembra scoprire che “ci sono un sacco di cose vere, intorno, e noi non le vediamo, ma loro ci sono, e hanno un senso, senza nessun bisogno di Dio”. Forse è questa, la tragedia cui cercava di fuggire.





La vita moderna

10 11 2009

Susan Vreeland

More about La vita modernaLa campagna che separava Montmartre da Parigi parve meno estesa dall’ultima volta che avevano fatto visita a Claire. Sembrava che nuove case dai camini rossi ancora privi di fuliggine si fossero spinte dalla Butte fino a valle e che la città si fosse protesa per andare loro incontro.

C’è da dire, a onor del vero, che adoro gli impressionisti. E che da quando ho visto Il favoloso mondo di Amélie per la prima volta ho capito che questo quadro è uno dei pochi che, se potessi, mi appenderei in casa. Fosse anche solo per il cagnolino e il fiore rosso sul cappello della sua padrona. Per ora mi accontento dello sfondo del desktop, ma insomma è tanto per farvi capire. Tutto questo spiega, almeno in parte, il perché abbia comprato, ormai mesi fa, questo libro, ma anche il perché mi fossi dimenticata della sua esistenza, abbandonato su uno scaffale della libreria. E’ che il quadro è decisamente molto meglio. Voglio dire: la Parigi descritta da Susan Vreeland è splendida, commovente, spensierata, da gita in barca la domenica, con gli occhi socchiusi per il sole. Ma per tutto questo basta il quadro. Non c’è bisogno di tutte quelle parole…





Mai disperare

9 11 2009

E pensare che questo weekend non prometteva nulla di buono, a parte la pioggia e il brodo della domenica. E invece, nonostante tutto.

Inizia tutto sabato pomeriggio, dopo pranzo, con prospettive che non arrivano alle tre del pomeriggio: medito se pubblicare un post su tutto quello che mi frulla per la testa, dai crocifissi (ma com’è che toglierli dalle aule è un gesto ideologico e mantenerli no?) alla suina (conosco più gente incinta che con l’influenza: devo rivedere il mio personale concetto di epidemia), da Michael Jackson (l’ho già detto, mi dispiace, ma non per questo riuscirete a convincermi ad amarne la musica, perché la morte non aggiunge né toglie nulla a ciò che si è fatto in vita) ai trans (e quindi?).
Alla fine ho capito che di quello che mi frulla per la testa interessa poco o niente a me, figuriamoci agli altri, e ho deciso di mettere a frutto la giornata portando me e la mia famiglia a Varese, in libreria. Ne esco un’oretta dopo con una busta rossa e, nell’ordine, nonostante la delusione per non aver trovato “Il sapore dei semi di mela”, che l’avevo promesso alla Ragazza con la valigia:

  • “Emmaus” di Baricco, perché sì,
  • “The death of Bunny Munro” di Nick Cave, perché mi è piaciuta la sua intervista, e perché se scrive come canta è una garanzia,
  • “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer, tanto per dargli una seconda opportunità, e
  • “La storia dell’amore”, di Nicole Krauss, che non mi ricordo più chi me l’ha consigliato ma era nella mia wishlist da troppo tempo (tra l’altro, vedi a volte, scopro che Nicole e Jonathan sono sposati; chissà come mi è venuto di comprare entrambi i libri, nonostante non fosse per niente scontato, lasciandone altri sullo scaffale, buoni per tempi migliori: forse non volevano stare soli)

Domenica pomeriggio, il weekend si conclude così:

ciculata

Morale della favola: mai disperare.





Un blog dal parrucchiere

3 11 2009

Ogni tanto mi prendono delle manie strane. In genere, riguardano la pulizia della casa: dopo cena, mentre bisognerebbe rilassarsi davanti alla televisione, e per la gioia dei vicini di casa, mi metto a spostare mobili, spazzare, riordinare i libri, buttare via vecchi giornali. Più raramente, riguardano gli armadi e i vestiti, che vengono puntigliosamente spiegati e ripiegati, in ordine di colore o tessuto. Ovviamente, in tutti i casi il cambiamento non è mai definitivo, ma generalmente mi tiene buona per qualche giorno.

Questa volta la vittima è stata Coccinella. Spinta anche dalla necessità di semplificarmi la vita, visto che il programmino per htc che mi consente di aggiornare il blog permette di inserire un solo blog alla volta (capite bene che fare logout-login ogni volta mi stava sfinendo… sono fatiche mica da ridere!), ho deciso di mandare le mie creature da un parrucchiere per un bel taglio netto. E ovviamente, come ogni nuovo taglio che si rispetti, lascerà un po’ perplessi, all’inizio. Uno si guarda allo specchio e comincia a pentirsi di quello che ha fatto. Portate pazienza.

Dunque, la novità più grande è che ora c’è un solo blog. Un solo indirizzo da segnarvi tra i preferiti, e un solo login per me. Gli altri due, “A piedi nudi sul divano” e “In genere torno”, sono scomparsi da internet, ma rimangono come pagine, e qui a lato come link. Rimangono anche i segnalibri, che ora si scaricano dalla pagina “A piedi nudi sul divano”, e che sono cambiati un pochino per adattarsi alla novità. L’unica cosa che devo cercare di recuperare sono i commenti alle recensioni. Piano piano, arriveranno anche loro, non disperate.

In fin dei conti, non cambia poi granché, c’è solo da farci l’abitudine.





Il buon marito

29 10 2009

Alexander McCall Smith

More about Il buon maritoBoh. Ecco, boh. E’ la prima parola che mi viene in mente se ripenso a questo libro. Pur parlando di investigazioni e casi da risolvere, non si tratta in senso stretto di un “giallo”, e d’altra parte io mi aspettavo più che altro un romanzo sull’Africa e sui suoi colori, sapendo che l’aspetto investigativo sarebbe rimasto a margine, pretesto per parlare della vita e dei pensieri di questa Jessica Fletcher africana. E fin qui ci siamo, perché all’ultima pagina ti scopri con addosso una tranquillità da thè delle dieci, un senso di pace che nel mio immaginario del tutto personale doveva essere connaturato al popolo africano, al di là delle immagini di morte e desolazione alle quali siamo abituati. Ho sempre pensato che la quotidianità africana fosse permeata di una dolcezza che noi abbiamo abbandonato da un pezzo (ammesso di averla mai avuta…), e queste pagine mi confermano l’esistenza di un’atmosfera che ti riconcilia con il mondo. Basta leggere l’inizio, con la lentezza di una tazza di thè bevuta guardando l’orizzonte, all’alba. Il problema, e qui arriva il Boh, è che mi lascia un senso di incompiutezza. Forse sarebbe stato meglio nei panni di un film? Mi sembra uno di quei casi (pochi, a dire il vero) in cui si sente la mancanza di immagini e suoni. Potrebbe essere un ottimo film, ma è un libro Boh.